Carissimo Luigi

Luigi Di Ruscio    https://i1.wp.com/www.rassegna.it/userdata/immagini/foto/130x130/2011/02/006_189937.jpg    http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2008/06/raffaeli-di-ruscio.jpg

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è solo da questo lato del mondo, addirittura dell’universo penso, che la neve è ovunque nera, non solo ad Oslo. E’ perché si mettono contro-luce, s’inventano motivi, di volta in volta,  di secolo in secolo, di paese in paese, per produrre tormenti, contingenti di  dolore e guerra, gli uni contro gli altri, noi tutti solamente umani, mortali. Ricordi? Ne parlammo a lungo nella posta, solo poco tempo fa. Ormai il tempo è come un elastico, sia per me che per te, e nelle oscillazioni che abbiamo dentro c’è anche quella di una stagione che gira come la desideriamo. E ora mi scende una neva bianca addosso e dentro, bianca come è la neve che nutre i campi, a favore della vita. La tragedia è  dove non c’è riparo, è non avere piume o pelliccia, nemmeno di parole, non  avere una casa e un fuoco che ci salva dentro il corpo e la mente di un amico. Il fatto è che nemmeno quella spesso c’è. Manca la casa, un pasto caldo di amicizia, ormai  ti sparano contro, e non si rendono conto che non è quello, il bersaglio e il nemico. Caro Luigi tu avevi scritto che allora

c’era la destalinizzazione e l’insurrezione d’Ungheria, i carri armati sparano sugli operai, oltre a tutte le mancanze mi ritrovavo anche senza partito, non avevo un lavoro di nessun genere, con le mie poesie ero diventato veramente “argomento di riso e trastullo”, eravamo giunti allo schianto, pensavo anche di fare un reato qualsiasi e farmi mettere in galera dove un posto per scrivere in pace sarebbe assicurato, spaccare con un martello le vetrine dei negozi del Corso, squadre d’italici emigravano verso tutti gli angoli del mondo e sarebbe stato stranissimo se tra tanti un poeta fermano non fosse emigrato anche lui e in una fabbrica metallurgica.”

Gli immigrati vengono ancora più da sud, dall’Africa, ma anche da Est, e ancora di più, da un Oriente lontano e soprattutto sparano, da tutti i cantoni della terra, non si gioca ad armi pari, non lo sono mai, pari, le armi con le mani della gente, con gli affetti, con tutto quello che va perso in vite e vite e lo fanno anche adesso contro i giovani, i ragazzi, anche contro i bambini, non solo i vecchi e le donne, non contro i soldati. Sparano contro chi ha fame perché quelli che danno l’ordine hanno la disperazione in corpo, di mostrare la loro inadempienza, la loro impotenza, per questo costruiscono armi e le mettono nelle mani di altri come fossero le proprie. Si abusa di tutto ormai.Tu avevi la forza di una poesia armata di parola, una parola  che andava e veniva dalla fabbrica, cresceva una famiglia, cercava amici in un paese che ormai ti aveva lasciato essere emigrante, come tanta, tanta altra gente. Non si rendeva conto che tu tornavi sempre, più forte di prima, più testardamente imbrigliato alla vita di prima. Ti avviticchiavi alla lingua, alla poesia  mettevi una punta che brillava, mentre nell’aria saliva la distanza, tra la terra e la luce. Mi mancherà, mi mancherà tanto non vedere tra la posta un tuo scritto, ma ho tenuto tutte le lettere, tutte quelle che ci siamo scambiati. So che tornerò a leggerle, e so anche che tu non sei lontano, sei ancora qui, con il martello in mano e la voglia di spaccare una vetrina, per farti mettere magari  in prigione, e poter scrivere di nuovo poesia.  Allora mi guarderò intorno, caro Luigi, da qualche parte sono certa, tu stai ancora mandando a memoria il mondo e ti ascolterò, ti sentirò come già  da ora sto facendo.

Grazie Luigi, anche a nome di tutti noi.

ferni

A Luigi Di Ruscio non potendo abituarci a morire finché viviamo- 23 febbraio 2011

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In  Poesie operaie- Ediesse, Roma 2007, Luigi Di Ruscio lascia scritto un avviso. Lo riporto perché il tempo in cui viviamo è anche qui dentro. Lo considero, insieme a molti altri testi che brillano, parte di un testamento per noi tutti

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Per Caterina

dovrai resistere all’acqua al fuoco alle tenebre
dovrai rimanere umana nonostante la capillare brutalizzazione
toccare tutti gli elementi della morte sino alla morte
vivere tutto quello che mai è stato vissuto e mai più sarà vissuto
non credere neppure una parola di tutte quelle che ti diranno
noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti
e tutti quelli che verranno e sino a quando rimarrà la resistenza di uno solo
la sconfitta non è ancora avvenuta
non la rosa sepolta ma i comunisti massacrati e sepolti
tutto deve essere ingoiato anche quello che profondamente disprezzo
la violenza e la tortura stabilizza il mondo come la forza di gravità
tiene insieme il sistema solare e tutte ste famiglie
tenute in piedi dalla violenza del capofamiglia
e tutti gli organismi statali e parastatali e tutti i sovrapposti e sottoposti
e la violenza legittima sarebbe quella che violenta l’anima mia
bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo
se vedo i miraggi questo non significa che la salvezza non esiste
un tempo mi sembrava a portata di mano da poterla ghermire per sempre

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5 pensieri su “Carissimo Luigi

  1. “noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti”
    come non ascoltare e vivere e perpetuare il significato di questo tempo “elastico”, “bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo”
    ed allora occorre guardarsi attorno e scorgere quelle “lampadine”, gli sguardi aperti all’ascolto, la schiena dritta, la mente onesta

  2. apprendo solo ora. un tonfo nel cuore. riprendiamo l’opera. portiamola. diffondiamola. come un’eredità, un’energia, una semina.
    anna maria farabbi

  3. ho letto Di Ruscio spesso,con la convinzione di aver trovato l’onestà nella parola, la franchezza dello spirito e la voglia di stare insieme con semplicità. La sua parola mi è compagna ancora. Maria

  4. Molti i poeti che ci lasciano da un po’ di tempo, una generazione che lascia un vuoto,ma anche tante testimonianze autentiche,parole che hanno una grande risonanza in chi sa ascoltare.

  5. indimenticabile Luigi Di Ruscio, con la sua semplicità e l’ironia ma anche con la sua carica espressiva contro ciò che non è accettabile

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