Pietro Civitareale: Mistral di Ida Vallerugo

marco campedelli- calligrafia

È uscita di recente un’ampia raccolta di poesie in friulano di Ida Vallerugo, intitolata Mistral. Parola pregnante che richiama Fréderic Mistral, cantore di Mirèio, e la sua Provenza. I riferimenti onomastici e toponomastici infatti ci sono tutti (la Provenza, appunto, il Rodano, Van Gogh, il mistral, Arles), liricamente evocati, quasi in un neo-felibrismo che cerca di restaurare, sulla strada già intrapresa da Pasolini, il grande prestigio della letteratura e della lingua friulane, premendo sul pedale della scoperta di un nuovo livello linguistico che una indiscutibile perizia tecnica e una lucida intelligenza emotiva si incaricano di sistemare in un disegno determinato, fino a sogni allucinati di regressione alle origini.

Con questa sua nuova prova, la Vallerugo si fa trovatore della sua terra, quale sorgente non solo lirica ma anche epica di una nuova poesia, in una visione unitaria della realtà, ma non priva al suo interno di antinomie, di affermazioni negate e di negazioni ricondotte a una loro positività, in un’altalena di ipotesi che denuncia, da un lato, in quale insondabile mistero riposi la verità e, dall’altro, la tenacia di una ricerca che si esaurisce in se stessa, ossia nel miracolo di una grande poesia. Suoi tratti dominanti sono la sapienza del ritmo, l’aderenza della misura musicale ai battiti interni del cuore, un’esattezza e una determinazione di pronuncia in cui il progressivo schiarirsi degli ingorghi psicologici va di pari passo con la pregnanza del mezzo espressivo, pervenendo a quel singolare equilibrio interamente umano che forse hanno toccato soltanto alcuni grandi lirici del Romanticismo europeo.

La Vallerugo si muove in una realtà dove ogni cosa le appare fuggevole o evanescente, in una sorta di invitation au voyage in cui tutto si confonde, è e non è nello stesso tempo, e dove non si sa chi o cosa agisce, se l’io o la realtà che lo circonda. Un intero mondo, tuttavia, che si fa parola, che si fa poesia, con le sue voci, la sua luce, le sue acque vive, i suoi fremiti di fronde. Una poesia che è più una mossa geografia d’anima che una ricognizione di luogo definito; che varia adeguandosi al variare degli stati d’animo, alla ricerca di quella concretezza dell’eloquio che non esclude il vago, ma lo fa lievitare convertendolo in epigrafia, gnomica, sentenziosità. Una poesia, in definitiva, nella quale il Soggetto tenta, con l’occhio alle minime evidenze dell’esistere, di sciogliere nodi e filosofiche antinomie, restando tuttavia con la sfiducia non solo nella vita, ma anche nelle possibilità dell’uomo di credersi padrone della realtà e del suo destino. Allora la poesia si fa mera illuminazione di momenti privilegiati, scintillio della verità nelle faglie del quotidiano, rivelazione di un paesaggio accidentato dove l’esistente e l’inesistente, il prima e il dopo, il qui e l’altrove, si identificano in un livello interpretativo proprio della scrittura poetica: cioè in un sistema sintattico e prosodico di pochi elementi, riconosciuti nel loro nucleo atomico attraverso una forma di razionalizzazione che è soltanto apparenza della indivisibilità del tutto. Una poesia di forte introversione lirica, linguisticamente radicata, in quanto tesa alla rappresentazione di una condizione esistenziale caratterizzata dalla solitudine; una solitudine tutta protesa all’ascolto di sé e all’identificazione dell’uomo e del suo ruolo nella drammaturgia della realtà e del suo divenire.

Pietro Civitareale

*

Ida Vallerugo, Mistral, a cura di Anna De Simone, prefazione di Franco Loi, Il Ponte del Sale, Rovigo 2010, pp. 262, € 18,00.

Recensione uscita in “Poesia”, XXIV, Febbraio 2011, N. 257, Crocetti Editore, Fondazione Poesia

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