Iole Toini- Spaccasangue

Ho letto Spaccasangue, di Iole Toini, Edizioni Le Voci della Luna. E ciò che ne è uscito è una lettera, diretta a lei e mai spedita. L’avevo  scritta sul dorso della lingua, vertebra per vertebra la dura dorsale di ogni sua sillaba, sul palmo delle mani immerse in questo gelo di dicembre. La riporto qui, così, direttamente, come mi è fiorita addosso, così come si vedrebbe se una punta, secca  incidendo il  mio corpo, ne  stillasse rossa e viva l’impronta  sul bianco di un foglio.

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Lucy Mclauchlan

– Sei molte strade tu, Iole, e spesso mi sono domandata, leggendoti, se giro la pagina in quale s-profondo mi tocco? Dentro quale foglio trovo la scarica nel polso e lo shock del cervello, l’elettrodo conficcato nella carne attraverso la lingua che preme,come lama di coltello? E dove trovo il respiro? Su un rigo d’inchiostro dove posare, per un secondo, posso il capo,e posso rovistare, dentro, il verso che non avvelena la bocca e torce lo sguardo affidandolo a viva forza all’intenso di un dentro, senza fine e senza fondo, dentro, quel cosmo messo in affitto in qualche casa silenziosa, o in qualche linea dove l’orizzonte si spezza, come la punta di una lancia tra chi scrive e chi legge,tra chi vive o chi si annega dentro, l’orifizio di una parola, o la graffite di una penna, inconsapevole che la vita è forza e all’estremo della mano c’è quel qualcuno che in ombra, dalla parte non immediatamente raggiungibile, scrive in nero anche un’acquaforte di tenerezza, e brucia l’ atomo, che gli gira intorno al collo tra la vena cava e l’arteria di un dio scomparso, o alla tua caviglia, mentre in fretta cammini avvolgendoti nella notte, che viene, viene ancora per perderti o per predarti,e sperdere gli odori, i rumori, dentro i quartieri di una città affastellata,asserragliata dietro muri che schizzano luci, scaglie del dolo di vivere, e spremono umori, linfe del corpo.E mi accorgo,strada facendo, che quel piede di terra è la mia zolla, sono io nell’intricato quartiere,e mi moltiplico nei meandri di un paese grande, tra le Langhe e il mare, un mare di apostrofi e di domande fatte ad uncino, aghi nella terra ad estuario della Toini. E l’imbuto è una gola, in cui l’acqua scorre scura, densa,trasversale a molte vite in una scena lunga, quanto tutto il suo innumerevole corpo di corpi e legni e timbri. Mi sono spaccata le ginocchia e l’occhio l’ho divaricato,tagliato, esploso,giustiziato per poter stare lungo i tuoi confini e, proprio sull’attimo che senti la soglia per uscire, indugiando ancora un poco, tornando all’ultima curva, trovi che c’è, disposto in terra e tra gli assi del soffitto, sopra gli scalini e il pianerrotolo di tutte le tue case, c’è, ti viene incontro,una voglia d’amore grande, un amore qua e là cantato dentro uno schiaffo, pesato o soffiato dentro un respiro come un vaso di vetro, c’è un amore che pesa come i grammi di “eroina” che ci inietti direttamente dentro il cuore, quando volti la faccia, e lo hai dentro, quel mondo di terrore, fissato nei pensieri tra l’era di  ieri e la forbice di domani, mentre divarichi le gambe al feto di oggi, nato sempre prematuro, ma già grande e per questo pronto ad uccidersi, lui per te, un tu diverso, per essere la chiave di ancora altri luoghi, di-te, inferno nato dentro un paradiso senza scampo.- fernanda ferraresso , 20 dicembre 2010

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Bastardilla

Da SFAVOLE

II

cuore zoppicato cuore sperticato vuoto della resa

candore nella bocca calore morsicato

tappo uscio cigolio del letto

Lei è l’amore, nato amore vivo,

amore da far fuoco, con il nome corto come l’odio.

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Vivi e cullami vivi di più e proteggimi

scatola di ossa cranio che si fonde testa dell’ariete

contro la mancanza, bambina azzurra

come la porta magra come un girino bomba mammina

che spalmi olio sopra i muri difesa dei massacri

vitello mai morto tuorlo

del mio altare donna inginocchiata

con lo sputo infilato nella sporta

donna nocciolina senza la barbi senza le trecce

con la gonna a pezze con le gambe

storte il sesso cresciuto contro le braghe di un uomo

immacolato uomo vangato sulle pietre calde di vermi

cuore di dita dolore respirato buio

scafandro uovo crudo libro mai avuto

*

C’era l’amore cucito vena a vena.
L’amore era nelle galline
nei vitelli nello zio del latte munto
nei fasci di fieno i giochi con le biglie.

*

V

Arancia meccanica

Arancia meccanica

Arancia meccanica

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Chi sa da dove vengono le cose, da dove viene il mare che frange le molotov amadeus mozart le chiuse delle dighe i transatlantici il cane il pavlov da dove vengono le spiagge le orche l’everest.

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Il giorno che si ammazzano i conigli. Metà settimana, la madre le dice vieni. In una mano il catino, nell’altra la lama del coltello. I conigli sono belli quando sono piccoli. Da grandi sono grassi e vanno ammazzati. La madre solleva la gabbia, prende il più grosso. Lui sgambetta. La madre si siede sullo sgabello. Le dice tieni fermo il catino. Raccoglie da terra un sasso, lo picchia come un martello sulla testa del coniglio. Poi prende il coltello, un taglio deciso, da cima a fondo. Il coniglio fuma come una fabbrica in inverno; il sangue trema, troppo vivo. Con un crack gli spacca la schiena; lo apre come un pezzo di strutto, affonda le mani fino al polso, le riemerge colme del fegato che sbatte le ali come un uccello.

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Bastardilla

da IL CORPO ATLETICO

I fiori sanno l’ombra che revoca l’attesa.
La rosa è nella bocca,
colmo di misura che trattiene l’alito terrestre.
Un’incompiuta città batte in gola,
ricorda l’orma della fioritura.
Parola dentro la parola, la pietà mi accerchia
fino alla percezione della grazia.
E’ da lontano – nell’impronta del buio che sale
sull’occidente scosso dal nero,
quando il silenzio compone le cose
– nella presenza – nel nome.
E’ da lontano che vieni vicino;
mi mostri quello che sento.
Sono alberi e fuoco, grandi terremoti,
il picco della carne che batte contro l’aria
come un’ala in cerca della presa.
E prende corpo uno sgomento.
Ha mani, braccia, un volto faticoso,
la meraviglia che chiamo tua carne / amore /
dove ha nervo la frontiera
che dilata e assolve
la mano che segna il bordo del sole.

*

IX

Come i bambini che volano dagli occhi appesi il salto aperto di nuvole i bambini che cercano la forma del suono senza badare se scurisce il giorno i bambini che restano impigliati ai vetri guardano la neve che stacca dal volo, come i bambini vado mano sul muro

si allontana dal confine verticale di una giostra che canta alla festa del paese. Nella stanza di neve, con il nome di una foglia sulla bocca, ricorda quando restava in cortile, sopra la catasta di legna, fino all’ora del buio; ascoltava il miagolio dei gatti, il loro pianto in amore. Guardava dentro lo spazio che dava forma al silenzio, senza vedere. Le ombre della casa filtravano dai rami. La madre la chiamava; usciva sulla soglia e la chiamava. Non la cercava mai più in là del poggiolo. Lei restava ferma a seguire il taglio di luce che cadeva dalla porta aperta, la forma nervosa della madre, le braccia nude. Il tempo la inghiottiva con un sapore caldo, un’assenza che non fa male. Sentiva allora di non contare niente di più di quel luogo che si allargava nell’attesa di qualcosa che le soffiava dentro, sconosciuto.

Bastardilla

bigger

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E una chiave,

una chiave enorme,

che apre qualcosa

(qualche utile uscio)

da qualche parte,

lassù.

– Anne Sexton –

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Cammino sugli spilli delle loro voci,

un segno sotto l’occhio,

il blu di un chiodo che mi fa paura.

/

Ho sgozzato i miei genitori dentro la mia cassa da morto.

Ho cominciato da bambina, senza saperlo.

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Era una specie di salvezza,

disubbidire la colpa che mi richiamava all’ordine.

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La prima volta avevo sei anni.

Ho visto il sesso fare l’occhiolino

dai pantaloni di un uomo.

Così sono venuta al mondo.

Non ho strillato.

Sono rimasta ferma fino a che mi ha compiuto.

.

Ero alta come la sillaba

che non sapevo dire.

Ero un fungo.

I funghi crescono senza paura

di essere divorati dai vermi.

Non sanno di essere nati.

Neanche io lo sapevo.

Mi gonfiavo nelle ossa della casa,

crescevo nel pollaio, in inverno e in estate

dietro i calcagni di mia madre.

Il silenzio definiva la mia statura,

mi scavava nella gola l’altitudine di una bomba.

.

Con gli occhi agganciati all’aria

solcavo a bracciate le macchie sui muri.

I crocifissi bisbigliavano una stanza dopo l’altra

mappe che inghiottivo vuote di dolcezza.

Il rumore spariva dove un topo danzava la tana senza uscita.

.

Ero una bambina cattiva, facevo pensieri

lontani da Dio. Uccidere mio padre, mandare mia madre

al manicomio, sputare come un uomo.

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Volevo nascermi di nuovo, uscire dalla bocca.

Essere bella e cattiva. Bella e cattiva e fortissima.

.

Ero aria.

Mi gonfiavo come un palloncino

pieno di odio.

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Portavo la bambola nel fienile. La picchiavo, la

svestivo, le facevo un sacco di cose.

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Fuori la notte mi toccava le spalle, lisce, le curve

dei gomiti, gli occhi dove era il nero.

Rotolavo come un ovulo dentro la tuba;

ero un embrione senza testa.

Un dito gigante mi indicava

come fa il prete alla domenica.

Io allora toccavo più giù

fino al principio del cielo, dove comincia il cuore

sul fondo, fra le gambe.

Lo ascoltavo battere il tamtam della mia festa.

.

A quel punto arrivava il mostronauta,

mi salpava verso il nessun mondo.

Un gigrobot con gli scarponi. Sistemava fra le lenzuola

crani di bambini nati due volte.

Mi girava in tondo, faceva cerchi perfetti.

.

Si muoveva lento. Come chi ti vuole bene.

Mi prendeva la mano.

La metteva sulla sua testa bagnata.

Come un battesimo.

Sibilava il silenzio per farmi più buona.

Mi teneva la mano sulla sua lancia

liquida come una lacrima.

.

Voleva diventare un uomo.

.

Anche io volevo diventare un uomo.

Avere le braghe larghe,

il pisello che spara oltre la siepe,

fare la guerra, entrare in una donna.

.

Allora mi calavo la maschera d’oro.

Un trillio di fata colore del fieno.

In spalla il peso dolce della campagna,

una gerla e le risa che si incollavano alle labbra

come qualcosa di chiaro.

Mi addormentavo.

.

Lucy McLauchlan


da SOLA PAROLA

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spacca sangue

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Arrivi in unghiata.

Elettroshock nella gola.

Mi avviti alla tua voce.

Lama, molla, cartavetro.

Un altare ti suona la bocca.

Nera, rossissima, alata.

La schiocchi sugli orli delle poltrone.

Criniera che sboccia di frusta.

Sul nero dei vespri.

Negli otri delle madonne.

Mimi la forma del sangue.

Di bocca.

Di fianchi.

Rallenti.

La poesia tintinna sui morsi. Dura

come una chiave.

Io, l’incenerita.

Tu, la marziana troppissima bocca.

Una mattanza.

Ti giro in tondo come un cane

mentre mi abbatti un bottone alla volta.

Diavoladea attecchita dove la fine inizia.

La cavalcata.

Mi solchi come una lastra metallica.

Nell’ossoduro.

Nel mondo tutto di te. Ti fai

libellulina sul pianoforte delle mie dita.

Pianoro, oro oro oro, shock!

della lingua.

Poesia.

Poesia!

Il nocciolo. Carbonizzato.

la tua voce schizza sulle lamette,

andirivieni fra cuore e culo.

Anima. Perversa onduli

dalla frangetta secca sugli occhi,

mi ficchi nell’asola mentre lecchi di gola

la poesia – omicida

contro la bocca.

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Lucy Mclauchlan

Dove la brina mi fa traccia

nel campo inciampato dalla luce

il limpidissimo cielo della paura

affanna la sconfitta

numerandola: doppia, singolare, minima.

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Basta questa ipotesi numerica

per la logica dell’aria.

.

Tutto qui, mi dico,

troncandomi lo spago.

.

Poi conto il cielo e il resto.

Molto.

Più molto.

Moltissimo,

Senza calcolo.

lucy mclauchlan

Toini Iole è nata a Darfo Boario Terme il 6 maggio 1965, vive sul Lago d’Iseo. Ha collaborato con la  rivista “Qui – appunti dal presente ” di Milano. Ha vinto alcuni premi tra i quali  il Concorso Nazionale di Poesia “Sci Club – Pieve di Soligo”, presidente onorario di giuria Andrea Zanzotto; ‘Il Lago Verde’ di Casazza (BG); il Premio Nazionale di Galbiate (MI) . E’ stata segnalata in concorsi quali il Montano di Verona, il Concorso di Poesia di Mezzago (MI), il Premio Città di Rimini. Due poesie sono state pubblicate su Gradiva. Alcuni testi sono apparsi sulla rivista ‘Le voci della luna’ di Sasso Marconi (BO).
Spaccasangue, Iole Toini- Le Voci della Luna Editore 2009

3 Comments

  1. oltre la parola senza alcuna concessione, lama affilata che toglie il respiro, leggo e dico ARIA
    sento un bisogno crescermi dentro, di casa, di vento, di tanto amore, le parole spaccano le fondamenta, l’odore della nascita, l’idillio diventa odio
    resto colpita e tento una parola di presenza

    grazie per la proposta
    Elina

  2. Ho letto molte volte alcuni testi di particolare tensione e forza,avevo davanti agli occhi le disumananti immagini che la guerra, in tutte le sue declinazioni, ormai ci impartisce,segnando confini che sono quelli di una terra che è intera, sia che si tratti del pianeta, sia che si tratti dell’umanità. Uomo è una parola “comune” che non dice alcuna razza, dice un contenuto specifico di qualunque realtà. In questa raccolta Iole affonda con grande veemenza la sua lingua nella frode della disumanazione, poiché fa fiorire nei dettagli, che vivono anche nel più sciagurato o desertico luogo, la psiche, le emozioni, i gesti, gli affetti, le vie delle città di Caino o l’eden dell’infanzia con cui fare ciascuno i propri conti. Questi contrasti sono la rosa, la ferita che fiotta la vita, e non si può fare a meno di sentirli nella propria carne.
    Ringrazio anche qui Iole per questo incontro e per il dono di sé proposto attraverso questo percorso non piano, ma da affrontare fino alla soglia dell’ultima riuscita parola, non certo dell’uscita. ferni

  3. Difficile, molto difficile per me dirti cosa mi susciti leggere le tue parole…

    Grazie per come hai sentita.

    e grazie a Elina di essersi soffermata.

    i.

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