Natale,un dono di memoria- Augusto Pivanti

Da poco ho avuto il piacere d’incontrare, se pure solo a voce, ma non con meno interesse, poiché le voci sono per me importanti come e più del corpo fisico di una persona, Augusto Pivanti. Abbiamo tessuto “trame” insieme, passeggiando come si era soliti un tempo fare tra persone che si ritrovano, ora a casa dell’uno e poi dell’altro, come fosse la stessa, terra dell’anima, il luogo espanso da un qui ad un là senza confini. Per gli Auguri di Natale, ha inviato cinque bellissimi testi di poesia.Tre appartengono al cielo vasto di Biagio Marin, le ultime due sono stati, collocati  geograficamente tra il gesso e le lavagne di Roberto Pazzi. Ho pensato che non potevo trattenere solo per me tanta bellezza, per questo ho deciso di portarla in questa lingua di terra tra i confini di molti sensi, sulla soglia delle arti dove l’incontro è sempre festa. Ringrazio Augusto per questo dono e ricambio a nomi di tutti l’Augurio.

f.f.- 19 dicembre 2010

.

Roberto Stelluti- vaso di fiori

TRE POESIE DI BIAGIO MARIN

.

Quando venivo da te piovevano stelle,

e tante ne raccoglievo

che l’anima era un firmamento;

come un soffio di vento

notturno venivo.

Te le mettevo addosso a una a una,

sui fianchi persuasi,

con tanti mai baci,

da fare una cintura.

Te le gettavo in cuore e nel sangue,

a schiocchi, a grandi ventate:

scorrevano in fiumare,

in flussi e riflussi,

vampavano in caldane

di sere

d’estate,

ridevano sovrane

in tutti i tuoi denti splendenti,

nell’occhio tuo nero.

E alla fine tu eri in fiamme,

un fuoco bello e grande,

che bruciava il mio cuore

e la tua vita intera,

bocca mia bella

che sempre ancora vado ricordando.

*

Calle del Portico era un’avventura:

la cominciava un poco di campiello,

con un ballatoio di fianco, sulla destra.

Per la scala saliva una creatura

tutta nuda come un angelo del cielo.

In fondo, una pergola di vite

decorava la porta d’una casa;

rinfrescava la piazzetta grigia,

facendo da cornice.

Da chissà dove in giro

veniva fresco un bel canto disteso,

che dava sole a tutta la contrada.

Era altre volte un grido o un riso

d’un bel geranio rosso vivo.

Il largo aveva lo spazio d’un cortile,

col selciato sereno, lisciato dai piedi,

e dalle carni fanciulle.

A sinistra più avanti, in fondo, c’era,

dietro un riquadro senza imposte, un cortiletto.

Là cresceva, ben nascosto, un fico,

la meraviglia del cortile quieto.

E in fondo si vedeva una finestretta,

con vampe vive dentro la cornice;

fra finestra e fico una camicia

pigliava il sole, sopra una corda tesa.

La calle qua girava e si vedeva il portico;

altri cortili, dietro alle porte in fessura,

altre case in ascolto.

Anche una botteguccia di sarto

col rumore della macchina che cuce,

e poi, la luce di un altro ballatoio.

Qui finiva la storia del mio amore.

*

Niente è passato

e tutto vive ed è presente;

un cielo solo levante e ponente,

un solo sole m’ha illuminato.

I primi occhi che m’hanno innamorato

sono quelli che adesso ridono,

e infinite onde

baciano giorno e notte il lido di Grado.

Ogni ieri è oggi,

anzi è adesso,

ogni vento è il messo

di Dio, nel cielo di velluto.

E nulla mai muore

nel mondo:

uno solo, ma fondo,

è il corso delle ore.

La mutazione origina il canto;

non aver paura di sparire;

dura un attimo il giorno,

ma è eterno l’incanto.

Roberto Stelluti- I fiori dell’estate

DUE POESIA DI ROBERTO PAZZI

IL GESSO DELLE LETTERE

Qualcuno cancella

il gesso delle lettere

sulla lavagna della mente,

quante cose dimentico…

Ma l’amnesia è oscura sapienza,

in qualche luogo ritroverò

le forme perdute

pronte a servirmi

come chiavi e valige

per case che non saranno

le mie celle e viaggi

che non avranno più

l’ansia delle mie partenze.

*

SPECCHI

Specchi dove non mi stanco

di guardarmi sono

le stazioni di provincia,

i vagoni di seconda classe,

i vecchi che trascinano sporte a rotelle,

i depositi di biciclette incatenate a pali,

la gente che aspetta in coda un autobus

e intanto scruta lontano

e non vede nessuno arrivare.

Ma a volte mi sorprendo a guardarmi

in specchi diversi e più antichi

quando rileggo un verso

che mi folgorava trent’anni fa,

“Felicità raggiunta si cammina

per te sul fil di lama”…

Ecco, a cinquantasette anni

la vecchia voglia d’incanto mi riprende

di chiamare e dirteli quei versi

che mi fanno ancora tremare,

ma sarebbe lo stesso errore

anche con te,

non aver ancora imparato

che fugge la gioia dal tuo nome

e non si cattura la tua ombra.

.

Roberto Stelluti- Rovine

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