Riccardo Ianniciello: L’arte di Giannetto Schneider Graziosi

Quando ci troviamo di fronte un’opera d’arte lo avvertiamo subito: è un’attrazione magica, una misteriosa forza che ti ammalia, ti avvolge, infondendoti sentimenti estasiatici, suggestioni sublimanti ed evocative. Oggi abbonda la mediocrità, non solo nell’arte, eppure assistiamo impotenti al suo proliferare, al suo dominare sulla scena, col concorso dei nuovi sistemi di comunicazione che, nei loro grossolani ingranaggi, ostaggio delle logiche di profitto, rendono indecifrabili le diverse forme d’arte, spesso non filtrate da nessuna credibile critica. Così l’arte, quella vera, finisce per essere incompresa, criptica, confusa, mescolata com’è alla poltiglia di generi e forme che si accavallano alla rinfusa, come fili di paglia lanciati a formare un covone. Naturalmente esistono, se consideriamo internet, autorevoli siti che trattano di arte con la dovuta competenza critica al pari delle riviste più accreditate.

Al mercatino di Pergine Valsugana, a pochi chilometri da Trento, ho conosciuto (autunno del 2010) Giannetto Schneider Graziosi o meglio la sua arte. Un suo acquarello, raffigurante la piazzetta di Lenzi a Palù, in Val dei Mòcheni, giaceva in bella mostra insieme a quadri ad olio di una pittrice del posto: quando l’ho notato (il quadro, intendo) mi trovavo ad una certa distanza ma la sensazione avuta era quella di chi scopre una gemma preziosa tra pietre comuni. Comprai subito quel dipinto di rara forza espressiva: la donna l’aveva avuto regalato quindici anni addietro quando aveva conosciuto lo Schneider, un anziano pittore romano che si recava in Val dei Mòcheni a ritrarre la valle incantata, il mondo contadino delle baite e dei borghi medievali, uno dei luoghi più intatti del Trentino. Era tutto quello che la donna poteva dirmi. Ho poi scoperto che il pittore aveva uno studio a Roma e fondato il Gruppo acquarellisti romani; aveva inoltre tenuto diversi ambiti corsi di acquarello. In Trentino si recava frequentemente trovando nell’ambiente alpino una preziosa fonte d’ispirazione. Nei suoi dipinti troviamo rappresentate le dimore antiche dell’uomo, le case coloniche, le baite, inserite in una natura ora addomesticata, ora selvaggia, ma troviamo anche monumenti storici, chiese, manieri. C’è sempre o quasi sempre uno sfondo paesaggistico, mentre rare figure umane sono poste al margine, appena abbozzate, come dovessero essere presenza discreta, quasi tenuta e voluta nell’ombra. Non troviamo figure umane in primo piano o come soggetto assoluto. Giannetto Schneider sembra anteporre la grandezza e la bellezza evocativa delle dimore di un tempo, collocate in un paesaggio reso memorabile, all’uomo moderno che le ha ereditate ma non ne è degno: in un acquarello, Case lungo il Leno, facente parte della serie di opere aventi per tema la Vallagarina (Trento), si nota un carretto con cavallo a simboleggiare una nostalgica rievocazione di un tempo passato. Un’automobile in quello stesso punto sarebbe stata improponibile, avrebbe suonato come una profanazione, facendo di colpo perdere al dipinto quell’atmosfera suggestiva che Schneider è capace di infondere. Egli è un artista che ritrae magistralmente lo stile sobrio ed elegante dell’architettura minore armonicamente inserito nel paesaggio. Schneider sembra aver fatto suo questo enunciato di Piero Gazzola: « I grandi monumenti che figurano sui testi come realizzazioni sublimi, rendono memorabile una città, ma il loro raggio d’azione non va oltre l’area che essi occupano: è all’edilizia minore e al tracciato viario antico che spetta la funzione di trasmettere alle varie articolazioni urbane, il colore, il carattere, il calore che rendono unica e irripetibile la città» .

Giannetto Schneider è un pittore dell’animo, poiché riesce a cogliere la poesia di una natura in cui l’uomo, con le sue dimore fatte di materiali naturali e impregnate di uno stile essenziale, si pone come ospite discreto, non invasivo. Una profonda sensibilità culturale unita alla sapiente ricerca dei colori e delle tecniche dell’acquarello – pensiamo al raffinato gioco di luci ed ombre – consentono a Schneider di produrre antiche suggestioni, in cui la natura assume il sapore mitico, nostalgico delle atmosfere d’altri tempi.

«Ad aggiungere una dimensione mitica e talvolta quasi surreale ai vari soggetti contribuisce il fatto che essi si stagliano nel bianco del fondo della carta che così diventa esso stesso elemento pittorico, capace di suscitare interessanti trame di sentimenti e di riflessioni». Così si esprime, denotando arguto spirito d’osservazione, Guglielmo Valduga, presentando una memorabile mostra di Schneider tenuta a Rovereto (nella primavera del 1985) e avente come tema la Vallagarina. E’ vero, il bianco del foglio è elemento pittorico al pari degli altri colori che Schneider, soprattutto nei paesaggi innevati, utilizza con grande maestria ed effetti luminosi straordinari.

Schneider studia la natura con il trasporto e la passione del poeta, per ricavarne dei significati poetici e mitologici. E la capacità di penetrare i messaggi della natura e del paesaggio ambiente, trasformandoli in significati universali, è la storia della sua arte: il tempo della natura svela il tempo degli uomini. Nella natura Schneider ricerca, come abbiamo visto, non solo i segni naturali, ma quelli dell’uomo: del suo antico rapporto con essa, e quello che più l’attrae fino a farne oggetto di studio, di ricerca e di evocazione mitologica è il modo di vita dei tempi passati e dunque le diverse testimonianze dell’architettura minore. Egli così ci consegna i diversi miti legati alle case coloniche, alle baite, ai castelli, ai borghi medievali e ai paesaggi a misura d’uomo di cui il Trentino è così ricco: non a caso molti soggetti dei suoi acquarelli ritraggono aspetti urbanistici e paesaggistici di questa regione. Ma anche la natura delle foreste Casentinesi, in Toscana è fonte d’ispirazione, come i paesaggi alpini di Bormio, ovunque il paesaggio è capace di parlare al cuore.

Giannetto Schneider sembra fissare con i suoi acquarelli i principi del paesaggio vivente enunciati da Pietro Laureano : «La civiltà è figlia del continuo confronto con una natura che non ha mai risparmiato i popoli da prove difficili…Eppure nel tempo i popoli sono riusciti a perpetuare la cultura, conservare le tradizioni e custodire l’arte. Nomadi, transumanti, espropriati della terra, hanno racchiuso la memoria antica in beni trasportabili: nell’artigianato, nei tappeti, nei gesti, nella fierezza, nel canto. L’hanno riversata in luoghi deputati, resi tali grazie al mito, l’epica, la poesia, la pittura. L’hanno cristallizzata nei mausolei e nelle costruzioni rurali, nei nomi dati ai crinali montani e nei racconti che permeano le valli delle fiumare. È attraverso questa dinamica culturale che le comunità affermano l’insieme di regole, costumi, modi di fare e di vivere su cui si fonda la loro identità: si appropriano dei luoghi, creano il paesaggio».

Note al testo

[1] P. Gazzola « La situazione urbanistica nelle nostre antiche città » in atti del VII Congresso Nazionale di Urbanistica, Bologna 1958, p. 438

[2] Pietro Laureano,  architetto e urbanista,  è consulente Unesco per le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in pericolo. E’ autore dei rapporti che hanno portato i Sassi di Matera e del parco del Cilento nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

4 Comments

  1. penso che l’arte non abbia un solo modo per esprimersi, ma tante siano le vie dell’es-pressività e dello stare con il mondo che ci cresce dentro e intorno. L’articolata vita dell’arte non è fatta di un solo gene-re, non c’è nulla che stia sulla cima,tutte le modalità della disciplinante via dell’arte hanno indagato,dragato, la vita, la morte, l’essenza di entrambi, in tutte le di-mostrazioni, accessibili e non, poiché non sempre la strada è piana, e non sempre ciò che si vede deve essere chiaro e saltare all’occhio? Vediamo forse tutti i semi di visione che la luce trasporta in noi? E vediamo ciò che nel buio si genere attimo per attimo? E ancora vediamo ciò che sotto, la crosta della terra e in noi, via via si genera e si distrugge per dare adito ad altri mondi?
    f

  2. Penso che l’arte, o meglio l’artista,compia dei percorsi che poi non deve rendere espliciti nella sua opera,sta a chi lo segue, guarda il suo elaborato,ripercorrerlo con i suoi propri mezzi.Se l’osservatore non è capace non significa che la colpa è dell’arte,almeno questo è il mio parere.Certo sì,ci sono anche delle cose spacciate per arte,ma i ciarlatani che improvvisano sono solo mercanzia e il tempo lo conferma.Anna Mela

  3. Al mio carissimo collega di lavoro Giannetto, vorrei dire, se potessi, che ho appeso in bella vista un suo quadro che comperai tanti anni fa, quando lavoravamo insiene nella stessa azienda romana..L’acquarello rappresenta , sul fondo bianco che gli da spessore, un angolo nascosto della vecchia Roma. .Giordana

  4. Ho avuto il grande piacere ed il privilegio di apprendere direttamente da Lui l’arte della pittura ad acquerello; è stata un’esperienza importante di crescita artistica che mi ha formato anche umanamente. Nel quadro pubblicato su questa pagina, rivedo la sintesi di ciò che vuole trasmettere: equilibrio, armonia, essenzialità e creatività contenuta nello spazio bianco del foglio dove ognuno può immaginare ciò che vuole.

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