Ars vivendi: Giovanni Stefano Savino- Roberto R. Corsi


CLXXXVII

Io accusare la vita, e di che?,
ho avuto tutto quello che può avere
un uomo, e per più vite da saldare
insieme con un nodo stretto stretto;
levare un brontolio?, ma se ho mangiato
in gavetta, nel piatto, della mano
nell’umile conchiglia, e se ho dormito
nel letto, in branda, nel duro per terra,
e ho dato senza mai chiedere niente
in cambio; ed accusare? e chi o che cosa?,
se mai me stesso, per essere vano,
a brandelli ed inutile. Alla fine
ho cominciato a scrivere e continuo,
ego miles al bordo della strada.

CCXI

Una volta passavo con le gambe
al di sopra del segno della corda
e dopo il salto, da terra, voltando
la testa, misuravo la raggiunta
altezza, ora al di sotto passerei,
senza vergogna. Stamani l’amico
lontano mi ha lanciato, il suo mistero

resiste inviolato, un lungo raglio.

Da: Versi col vento. Gazebo Libri 2010.

L’incontro con la penna di Giovanni Stefano Savino mi ha richiamato alla mente Samuel Pepys, santo protettore e antesignano di tutti noi blogger, per l’acribia con cui ogni esperienza viene fissata, terrazzata in prosa o versi per sottrarla all’asprezza del tempo e dell’oblio: «All’ultimo respiro di me poco/ ancora esisterà, forse il più vecchio/ del vecchio, il resto di vino nell’orcio/ dimenticato, o d’olio. Non credete/ a questi versi tolti dal bisogno/ di dire, e non per musica di sillabe/ ma per lasciare traccia come il fumo// dalla fiamma dei tronchi mutilati» (G.S. Savino, Versi al vento. Anni solari VI, lirica LXXXVIII).
La scrittura e prima ancora la personalità di Savino – splendido “diciottenne in lustri” – mi sembra un’oasi salutare nel desertico scenario che stiamo attraversando, nel quale uno dei messaggi subliminali è senz’altro quello di “appiattirsi verticalmente” nella specializzazione, pesantemente disincentivando qualunque velleità di intellettualismo tout court, a dimostrare che l’ingranaggio sociale e le sue componenti routinarie non ostano – forse solo ai pochi, più probabilmente a tutti noi – alla riaffermazione di uno sguardo totalizzante.
E Savino canta per intero i colori della propria lunga vita attraverso due lenti che sono anche le mie: la musica e la poesia.
Ecco dunque da un lato il suo monumentale work in progress, sei (per ora) volumi di poesie, raggruppate in sottili gusci d’ottava o di sonetto ma con la costante dell’endecasillabo (per lo più sciolto) – irrinunciabile ormai: «un magro endecasillabo, sottile/ …lo trovai in un libro,/ l’ho fatto mio, non l’ho più lasciato» (lirica LXXV); dall’altro la riproposizione in volume cartaceo (Schegge di vita e d’arte, 2008) di una serie di trasmissioni radiofoniche del periodo 1979-2004, votate a capolavori di musica classica o di poesia, ove il volo saviniano – su Mozart Beethoven o Wagner come su Pound o Montale – veniva letto ed esemplificato o commentato musicalmente da Egle Scorpioni Panella, prima arpa del Maggio Musicale Fiorentino.
Due operazioni titaniche, portate avanti per ai tipi di Gazebo Edizioni, e non immuni da rischi. Nel primo caso quello di saturazione del lettore (perlomeno di quello non avveduto nei dosaggi) posto di fronte a un’opera così estesa e ritmicamente ostinata; nel secondo quello della promanazione della parola scritta da un contesto radiofonico di oralità – che spiega anche la pletora di incisi e una esasperata sinuosità della frase – per giunta accompagnato, in origine, dal “condimento” musicale. Ma entrambe le scommesse si rivelano vincenti.

Per gli Anni solari non potrei dir meglio di quanto criticamente espresso da Giovanna Fozzer: «pare che scriva il diario, ma sempre invece balena una scintilla, nel componimento, una scheggia di riflessa bellezza s’impiglia alla lettura, nei meandri mentali del lettore» …rifrazioni auree nella regolarità del tessuto; per esempio, nel sesto recentissimo volume Versi al vento, un incipit fulminante nella poesia LXIV: «Inforco i giorni come pasta al forno/ nel piatto. Il niente da fare diventa/ niente da vivere. Tutto finito/ cibo, sonno ed un rigo di vergogna». E, sempre sotto la trama regolare, un dire composito, governato dalle emozioni ondivaghe, dall’imprevedibilità proporzionale allo scorrere dell’età; un dialogo con se stessi in cui i moti interiori si accavallano e combattono, spesso nel «contarsi addosso… per dire io sono, per affrontare il vento» (mi si perdoni l’autocitazione tratta da All’orza), cioè nel serrare a raccolta i propri ricordi, ma talvolta anche con improvvisi scarti di cupio dissolvi, negatori di quello che appariva come incontestato piano strategico – come ad esempio nella chiusa della lirica LXXXIX: «Se mi guardo allo specchio, vecchio, dico// arrenditi, dimentica, scompari».
“Ars moriendi che si fa ars vivendi”, ebbe perentoriamente a  commentare, già nel 2002, la compianta Maria Grazia Lenisa: non solo lo scopo della vita è produrre e respirare arte, ma è l’arte stessa, creata o ricreata in una sua diversa declinazione, che diventa testimonianza guizzante e vivificante di un’intera generosa esistenza.

Roberto R. Corsi (http://robertocorsi.wordpress.com)

*

Riferimenti in rete:

http://robertocorsi.wordpress.com/2010/09/27/ars-vivendi-giovanni-stefano-savino/#more-816
*
Giovanni Stefano Savino è nato a Firenze il 15 ottobre 1920; impiegato, Poste e Telegrafi dal 1938 al 1949; soldato di leva e in seguito trattenuto dal 1940 al 1945; insegnante elementare, media inferiore e media superiore di italiano e storia dal 1949 al 1979; ha lavorato per una radio privata dal 1979 al 1994.

Ha nel cassetto 100 raccolte di poesia (77 o 106 per libro) scritte dal 1993 al dicembre 2005.

Ha pubblicato per Gazebo di Firenze, Anni solari, poesie scelte, 1999-2002 (2002) e Anni solari II, poesie scelte, 2002-2004 (2004).

3 thoughts on “Ars vivendi: Giovanni Stefano Savino- Roberto R. Corsi

  1. Ringrazio Roberto per essere passato e soprattutto per aver offerto questa lettura delle poesie di un poeta, che mi è subito piaciuto.C’è nella sua parola qualcosa di intimo sì, ma anche di sismico e ti ritrovi con il fondo di te smosso come solo qualcosa di profondo riesce a fare. ferni

  2. “Alla fine
    ho cominciato a scrivere e continuo,
    ego miles al bordo della strada”

    è un racconto “inciso” quello che ci viene offerto
    le ombre sono mescolate alla certezza dell’esistere tratteggiata con sguardo pulito
    uno sguardo che a volte faccio fatica a trovare in recenti scritture pregne non di vita ma di sè..

    ottima proposta
    Elina

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