Paolo Cacciari – Decrescita o barbarie (parte prima)

Abbiamo deciso di pubblicarlo in toto, questo testo di Paolo Cacciari, perché fa luce su molti angoli e angolazioni che vengono sempre oscurate. Data la lunghezza del testo lo abbiamo diviso in tre parti, di cui oggi esce la prima. E’ una lettura che consigliamo vivamente, non parla a caso, fornisce dati, fornisce ipotesi su cui muoversi e ne spiega il perché, cosa che non si sente spesso fare.

Introduzione

Mi rendo conto che la radicalità della svolta che qui viene proposta non giustifica l’irriverente manipolazione del titolo dato da Rosa Luxemburg al suo pamphlet Junius del 1916: socialismo o barbarie. Un po’ più pertinente è il riferimento alla rivista «Socialisme ou Barbarie», fondata nell’immediato secondo dopoguerra da Cornelius Castoriadis, che – come egli stesso ebbe a dire – teneva assieme la sinistra radicale critica verso il leninismo, i bordighisti, i trotskisti, comunisti municipalisti, qualche anarchico e qualche discendente della sinistra tedesca degli anni venti.

Decrescita o barbarie è un’affermazione forte, che mi pare di aver sentito pronunciare anche da Serge Latouche. Per parte mia la uso perché non sono riuscito ancora ad immaginare una società più densa di senso di quella che si auto-organizza chiedendo «da ciascuno secondo le sue capacità» e restituendo «a ciascuno secondo i suoi bisogni»1. Un’idea di società che integra diritti e doveri, giustizia ed uguaglianza, in un quadro di democrazia autentica e sostanziale2. Niente di meno di un nuovo umanesimo, più precisamente un «bio-umanesimo» che sappia «ricomporre una visione integrata dell’uomo e del mondo in base alla quale l’uomo venga a interpretarsi come soggetto interno e vitalmente collegato alla natura (…) nella casualità complessa che lega tutti gli esseri viventi» (dal Manifesto degli alfabeti ecologici3). Utopie pericolose, che conducono al fondamentalismo e alla violenza – come qualcuno teme? Querulomanie di psicopatici visionari, portati a vendicarsi di presunte ingiustizie subite? Forse, ma non credo che si debbano temere le utopie. Come ha detto qualcunaltro – le utopie sono come le stelle per i naviganti la notte. Nessuno pensa di raggiungerle, ma aiutano a tenere la rotta. La consapevolezza dello scarto esistente tra aspirazioni ideali e condizioni reali non deve far rinunciare ad agire per il bene e per il giusto.

Questo lavoro è il seguito di «Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità», pubblicato da Carta / Intra Moenia nel 2006 ed è un contributo al lavoro a più mani con cui insieme a Carta, da anni, molti tentano di avviare una «nuova narrazione del mondo». L’ultimo capitolo di questo lavoro è «Postfuturo», il libro di Pierluigi Sullo pubblicato anch’esso da Carta / Intra Moenia nel 2008.

1. La catastrofe siamo noi

Tutto è straordinariamente chiaro. Ma nessuno è in grado di porvi rimedio. Così finirà in catastrofe4.

In quale forma si presenterà? A scelta del caso che – come si sa – gioca a dadi. Già qualche anno fa gli esperti del Pentagono ci invitavano a «immaginare l’impensabile»5, che, detto da loro, suona come una minaccia. Potrà essere la guerra atomica, poiché quelle convenzionali, «preventive e permanenti», sono già endemiche6. O le conseguenze del crack della finanza con la fine della civiltà occidentale, che ne è l’ancella7. O i disordini sociali conseguenti alla recessione e alla volatizzazione dei fondi previdenziali e pensionistici. O la rivolta degli abitanti delle periferie delle megalopoli8. O l’esaurimento dei combustibili fossili9. O l’aumento di «Sei gradi» (è il titolo del bel libro di Mark Lynas10) della temperatura terrestre. O l’esaurimento della capacità fotosintetica della terra11. O lo scatenamento di qualche pandemia. O il ritorno dei nazionalismi e dello scontro tra le civiltà monoteistiche… Più probabilmente l’apocalisse per mano umana deriverà da una combinazione tra diverse concause. Per di più sarà connotata da fastidiose discriminanti di classe. Fallite e abbandonate le politiche di controllo, regolazione e mitigazione degli «effetti indesiderati» prodotti dalla globalizzazione, delle «esternalità negative» del mercatismo, degli «eccessi» del turbocapitalismo universale (chiamateli come volete) non rimane che far affidamento sulle straordinarie capacità di adattamento degli individui del genere umano alle condizioni peggiori. Ma i mezzi che ognuno di noi ha a disposizione non sono affatto uguali12. Si è già visto con quella «catastrofe naturale» da laboratorio che fu l’uragano Katrina a New Orleans, ad essere spazzati via sono stati i disinformati, i poveri, i neri13. Se le dimensioni delle catastrofi dovessero essere globali vi sarà sicuramente qualche privilegiato che riuscirà a sopravvivere più a lungo nascosto nei bunker antiatomici o nelle stanze antirivolta, o sfuggirà alle inondazioni o agli assalti dei poveri inferociti scappando nelle ville in montagna. Fino a che anche le montagne non crolleranno. Del resto, «la storia è costellata di grandiosi imperi ridotti in polvere» – ci ricorda Marco Deriu14 commentando «Collasso» di Jared Diamond – e «le civiltà sono anch’esse fenomeni fragili, effimeri, transitori». Franco Bifo Berardi ha scritto: «Il declino non è da considerarsi un incidente congiunturale, una momentanea, deprecabile interruzione della crescita tumultuosa delle economie moderne. Esso è una tendenza profonda, iscritta nell’evoluzione tardo-moderna»15. L’apogeo, il sommo grado della gloria del capitalismo coincide con la sua fine, o – se preferiamo rifuggire dal crollismo – con l’autunno della sua storia (per usare una categoria braudeliana).

Comunque, siamo sicuramente giunti alla chiusura della stagione del neoliberismo di Reagan e Thatcher durata un quarto di secolo; forse, dell’epoca dell’«economia di sviluppo» (Herman Daly) inaugurata con la seconda guerra mondiale16; del «capitalismo termo-industriale» (Serge Latouche) durata duecento anni; con qualche probabilità, dell’era borghese che ebbe inizio 500 anni fa con l’egemonia coloniale europea; c’è chi afferma che si sia esaurita persino l’idea stessa di Occidente apparsa 2.500 anni fa con la filosofia greca (Raffaele Salinari)

C’è chi invece ritiene – tra questi Giorgio Ruffolo17 – che le capacità di ristrutturazione/trasformazione dei sistemi complessi e aperti all’innovazione tecnologica, come lo è il capitalismo democratico, siano infinite. In questo caso lo scenario più probabile dovrebbe essere quello di un lento decadimento del sistema, un degrado punteggiato da disastri circoscritti con selezione darwiniana dei popoli più forti e degli individui più attrezzati. Un prolungamento senza fine delle sofferenze umane.

Comunque vada, l’obiettivo di una buona politica dovrebbe essere quello di evitare che la crisi travolga anche coloro che non ne portano responsabilità (ammesso che in questa parte del mondo evoluta, sviluppata, vincente esistano davvero degli innocenti). Questa è la sola ragione che ci impedisce di gioire di fronte alle infinite dimostrazioni di fallimento del capitalismo.

Qualunque cosa accada dovrebbe essere giunto per ogni persona dotata di senso morale, e per tutti, il momento della dissociazione. Precondizione per un agire difforme, realmente innovativo ed incisivo.

Per evitare il suicidio di massa o la narcotizzazione degli individui, sarebbe necessario uno scatto nell’immaginario sociale, collettivo. Si renderebbe necessaria una critica di senso a questa nostra modernità, un confronto a viso aperto sui valori etici e sui comportamenti morali che sono alla base di questa come di ogni società e che sono indispensabili per regolare la convivenza civile. Una idea di società (non un modello predefinito a tavolino da sedicenti avanguardie) aperta, autodeterminata e capace di autogovernarsi. Un mondo di relazioni volontarie, cooperanti, non mercificate. Un nuovo comunitarismo e un nuovo umanesimo che contempli la Terra, che superi il pensiero dualistico mente/corpo, uomo/natura. Una trasfigurazione della attuale condizione antropologica. Un capovolgimento della idea prevalente di civiltà, una radicale rottura di visione. Insomma, per fuoriuscire dall’armatura culturale, psicologica, sociale, politica della modernità contemporanea (crescita distruttiva, omologazione disumanizzante, violenza sistematica) servirebbe un pensiero davvero eretico che riuscisse a concepire l’inconcepibile, ad esprimere l’indicibile e un agire con volontà di non-potenza18. Una «rivoluzione dolce», come ha scritto Carla Ravaioli19. Niente di meno che ricomporre la «scissione contro il mondo», il vivente, l’altro da noi, Il nostro stesso corpo che Salinari individua essere iniziata con il «grande esperimento» del pensiero duale occidentale20.

2. Un deficit di intelligenza collettiva

Assistiamo ad un paradosso evidente: si dispensano premi Nobel e Oscar cinematografici21 tra chi giudica ormai insostenibile il modello di sviluppo economico attuale sia in termini sociali (disuguaglianze, urbanizzazione, migrazioni, spese militari, ecc.) che ambientali (perdita di biodiversità, caos climatico, carenza di acque, ecc.), ma le politiche concretamente messe in atto dalle agenzie internazionali e dai governi sono palesemente inadeguate a fermare la decadenza e il degrado. Evidentemente non basta usare argomenti logici razionali per demolire la irragionevolezza (la perdita di senso) dell’attuale modello di sviluppo turbocapitalistico. Il suicidio, si sa, al pari di altre forme di autolesionismo, è una patologia grave. Quando poi si palesa in un intero gruppo di individui (un branco di balene o una comunità di lemmings) o – come nel caso dell’homo sapiens – in una intera specie animale, gli scienziati incontrano non poche difficoltà interpretative. Poiché – come dice Guido Dalla Casa – «nessun modello culturale umano è capace di concepire la propria fine»22. Sappiamo infatti che ogni animale è dotato di istinti naturali tali da portarlo ad attuare le migliori strategie di sopravvivenza: riconosce e rispetta la sazietà, pratica la cooperazione intraspecifica, difende la salubrità del proprio habitat, fugge il pericolo, raggiunge l’equilibrio demografico e così via affinando nel tempo biologico le proprie capacità evolutive. L’essere umano, con tutta evidenza, sembra aver perso da tempo queste capacità di vita armoniosa23 : ha perso il senso del limite, ha scatenato l’aggressività fino a colpire i propri simili, ha dimenticato la dimensione fisica e naturale del proprio corpo, ha via via smarrito l’obiettivo del vivere bene. Una perdita di istintività che deve essere riequilibrata da un aumento delle capacità cognitive, da una elaborazione mentale logica e simbolica. Come dice Paul Virilio, «siamo obbligati all’intelligenza»24. In altri termini, l’essere umano deve riuscire a elaborare il senso etico necessario a guidare i propri comportamenti. L’essere umano, infatti, è un «vivente qualificato», come ha detto Hannah Arendt, da cui derivano opportunità e responsabilità. Ci ammonisce Albert Otto Hirshmann: «In tutta la creazione solo all’uomo è consentito il potere di compiere errori». E, infatti, l’idea che la sorte dell’intero cosmo potesse dipendere dalle mani dell’uomo, invece di far aumentare le precauzioni, ha inebriato gli scienziati e infatuato chi – tramite loro – pensa di poter aumentare il proprio potere sugli uomini. «L’idea che possiamo costruire il mondo come vogliamo che sia e come pensiamo debba essere» – come dice Illich25 – ha portato alla presunzione di onnipotenza, al credere che la vita stessa dipenda da noi, che tutto possa essere manipolabile, preventivabile, utilizzabile. Le infinite forme viventi generate dalla natura, espressione della vitalità della Terra Madre, diventano «cose» in possesso dell’uomo, apparentemente sottoposte al suo dominio come può essere in un laboratorio «uno zigote, uno sperma, un uovo fecondato, un verme… una persona». Continua Illich: «Una società in cui il mistero e la bellezza di vivere con la propria mortalità scompaiono».

Pretendendo di «camminare nelle scarpe della natura», gioca ad imitare Dio in un delirio di onnipotenza e di impossibile ricerca della immortalità26, nega i «bisogni che appartengono alla sfera dell’essere e non dell’avere e che si soddisfano in termini di qualità e non di quantità», come spiega Laura Marchetti27. Come si può constatare tutti i giorni, questa è una società che usa le proprie acquisizioni scientifiche non per imparare a rispettare e assecondare il buon funzionamento della vita – matrice di ogni cosa – ma per ostacolarlo minacciarlo, impoverirlo, aumentando così i rischi per tutti.

In definitiva, proprio perché l’essere umano non è solo corporeità ma è dotato di straordinarie capacità «extra-naturali» («supremazia naturale», diceva Marx), egli non è più in grado di affidare la propria sorte anche come specie alle sole regole evolutive adattive. Egli deve compensare la perdita di automatismi sensoriali istintuali facendo lavorare di più il proprio intelletto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, per trovare l’equilibrio dinamico con i cicli vitali, con i ritmi biologici, con la vita degli ecosistemi in cui è inserito e di cui fa parte integrante.

Ha scritto Galimberti a proposito della differenza tra animale e uomo: «L’animale insiste in un mondo per lo più già preordinato, mentre l’uomo ek-siste perché è fuori da qualsiasi preordinamento e, per effetto di questa sua ek-sistenza, è costretto a darsi un mondo»28. E Luisella Battaglia: «L’uomo è certo situato: ha corpo, o meglio, è corpo, vive in un ambiente che lo influenza, ma non è riducibile alle situazioni in cui si trova imbrigliato. (…) Da qui la sua attitudine a costruire un universo di valori – i regni della cultura, della morale, del diritto – che vanno oltre la dimensione della vita biologica e si fondano su un atto di libertà. È qui che si colloca l’irriducibile momento umanistico dell’etica: solo all’uomo spetta il compito di assumersi la cura del mondo vivente, in nome di ideali e di valori che si collocano al di là del bios»29.

Non c’è altro modo per l’uomo moderno di recuperare una conveniente relazione con se stesso, il suo prossimo, la natura, il cosmo se non tramite l’intelligenza, della testa e del cuore: deve raggiungere l’autocontrollo, deve elaborare principi precauzionali, deve astenersi dall’usare indiscriminatamente la sua forza esosomatica, non deve perdere mai il contesto di senso della propria esistenza. Nelle concezioni ecologiste non vi è quindi alcun anti-umanesimo, nessun «odio per gli uomini», come qualcuno malevolmente denuncia30. Noi dobbiamo odiare il peccato, non il peccatore. Per questo pensiamo che ogni uomo e ogni donna dovrebbero combattere con tutte le loro forze il capitalismo, poiché è l’ordine sociale che nega senso storico alla natura. Se non proprio in questi termini, ma nella loro essenza, tutto ciò, da trent’anni almeno, è stato scritto anche in dichiarazioni solenni, protocolli internazionali, manuali che spiegano con precisione come la società umana dovrebbe agire per fronteggiare l’emergere dei problemi che lei stessa ha creato. Già nel 1972, con la nascita dell’Unep, l’agenzia dell’Onu per l’ambiente, alla Conferenza internazionale di Stoccolma, veniva dichiarato: «Difendere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future è diventato un fine imperativo per l’umanità». Nel primo principio c’era scritto: «L’uomo (…) soggiace ad una solenne responsabilità di proteggere l’ambiente sia per le generazioni presenti sia per le generazioni future». Nel secondo principio si legge: «Le riserve naturali della terra, inclusa l’aria, l’acqua, il suolo, la fauna, la flora, debbono essere salvaguardate per il beneficio delle generazioni presenti e future attraverso una attenta pianificazione e amministrazione».

Dieci anni dopo – con il rapporto Brundtland del 1983, comparve la formula magica dello “sviluppo sostenibile”. Concetto comunque esplicitato nel documento Nostro comune futuro dell’Onu del 1987: «Sviluppo sostenibile è un processo nel quale l’uso delle risorse, la dimensione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti assieme ad accrescere la possibilità di rispondere ai bisogni della umanità non solo oggi ma anche in futuro».

Alla base di tali dichiarazione di principio vi sono due dimensioni importanti e innovative. Quella spaziale, globale, che riguarda l’intera umanità. E quella temporale che include il futuro nella sfera della responsabilità dell’agire umano. Ciò significa che si è fatta strada una consapevolezza del fatto che le ricadute positive delle opere umane (dello sviluppo) devono riguardare le popolazioni presenti e future dell’intero pianeta. Quindi, le risorse naturali che supportano tale sviluppo appartengono a tutta l’umanità, sono beni comuni necessari alla riproduzione biologica, non sono né alienabili né privatizzabili a beneficio di una sola parte. Non solo è immorale «lasciare debiti» ai nostri discendenti, ma, in una logica di miglioramento dell’ambiente esistente, le generazioni presenti dovrebbero donare a quelle entranti, senza poter pretendere corrispettivi, condizioni di esistenza facilitate. L’etica della responsabilità significa riconoscimento e accettazione dei limiti di sfruttamento degli ecosistemi e si concretizza nella cura, manutenzione amorevole, amministrazione fiduciaria del patrimonio naturale. Insomma la messa in pratica del principio etico che è alla base di qualsiasi religione e di qualsiasi rapporto umano positivo: «Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te stesso». Senza calcolo di tornaconto, senza chiedere reciprocità. Nella logica del dono e della soddisfazione personale. Se ciò non avviene non dipende da null’altro se non da noi stessi.

3. Inerzie e condizionamenti

Se la catastrofe, l’autodistruzione dell’umanità, si avvicina fatalmente senza che nulla vi si opponga, non autoassolviamoci dando la colpa alle ingannevoli rassicurazioni dispensate a piene mani da prezzolati negazionisti (il grande partito dei liberal-conservatori) e nemmeno diamo la responsabilità ai minimizzatori annidati nelle file dei moderati, (dell’altro grande partito dei social-liberisti) quelli che la verità sta sempre nel mezzo, che il capitalismo non è un lupo ma una pecora da tosare, che la politica riduce i danni, che ieri si stava peggio e che la durata media della vita è comunque in aumento. Anche tra i più avveduti osservatori e tra i politici mossi dalle migliori intenzioni prevale la convinzione che «il pessimismo non costruisce futuro»31 e che quindi sia sempre meglio offrire al pubblico qualche motivo di speranza32. Da ultimo, vale la pena segnalare uno scritto contro le «smanie futurologiche e apocalittiche» degli intellettuali di sinistra che sono «spinti da un impellente masochismo» perché «esclusivamente interessati alla fuoriuscita dall’Occidente»33. Insomma sarebbe educato non sputare sul piatto in cui si mangia e non dimenticare Anthony Giddens che ci ricorda quanto siano in espansione la democrazia (paesi con parlamenti eletti) nel mondo e il suo simbolo: «Quello di un’antenna parabolica per la Tv satellitare». Le bugie a fin di bene vengono solitamente assolte in confessionale, ma hanno il difetto di lasciare nell’ignoranza e nell’impotenza proprio coloro che si vorrebbero aiutare.

La verità è che nessuno vuole guardare in faccia la realtà, leggere i rapporti internazionali, ascoltare le disperate richieste di aiuto che vengono dalle moltitudini sterminate dei «dannati della terra» addensati ai bordi delle nuove megalopoli, annusare la puzza dell’aria, tastare la terra inacidita e l’acqua avvelenata… semplicemente perché ognuno di noi è paralizzato dalla paura. Terrorizzati non dal terrorismo di Bin Laden, ma da quello che simboleggia: un nemico invisibile, nascosto dietro l’angolo di ogni strada, pronto a minacciare i nostri averi, a prenderci la «roba», a farci regredire nella scala sempre più ristretta dei possessori di ricchezza.

Preferiamo girare la testa da un’altra parte, perché ci vergogniamo di noi stessi. Ci siamo giocati il futuro e ora lo temiamo. Abbiamo sacrificato il futuro al presente (William Gjames). Siamo morti che camminano. Il 23 settembre di quest’anno, secondo i calcoli del Global Footprint Network34, è caduto l’Earth Overshoot Day, l’ultimo giorno dell’anno biologico della terra 2008, vale a dire che l’umanità (per la precisione: un terzo di essa) ha consumato tutte le risorse che la biosfera è capace di rigenerare in un anno solare e sono state immesse nell’atmosfera quantità di carbonio e altri gas superiori alla sua capacità di riassorbimento. Stiamo impegnando la capacità biologica di 1,4 pianeti35. Stiamo attingendo da riserve naturali non rinnovabili e accumulando rifiuti non metabolizzabili. L’impronta ecologica ci fornisce un dato sintetico suggestivo, ma potremmo usare altri indicatori molto puntuali e analitici. Ad esempio il consumo di suolo libero. In Italia, secondo i dati pubblicati dal Sole 24 ore36, dal 1990 al 2005 il suolo agricolo coltivato è diminuito in Emilia Romagna del 22 per cento, in Calabria del 26 per cento, in Liguria del 45,5 per cento. La causa principale (anche se non l’unica) è la urbanizzazione diffusa, spontanea, lo sprawl urbano37, è una metastasi che ricopre il suolo, lo soffoca e lo avvelena.

In cuor suo ognuno di noi lo capisce: così non si può andare avanti, ma siamo impediti nel cambiare direzione. Come in un film di Buñuel; prigionieri del nostro immaginario, chiusi in una gabbia di forze invisibili fatta di consuetudini, idee ricevute e accettate come dogmi, credenze. Ci guardiamo l’un con l’altro sempre più preoccupati, insoddisfatti, rancorosi. Servono prove? Facciamoci caso: ancora trenta o quaranta anni fa per la strada e nei luoghi di lavoro si sentiva cantare. L’edile, il garzone, la massaia, l’artigiano… Un po’ si tratta di «figure sociali» scomparse, un po’ ne hanno perso la voglia.

L’egemonia culturale del capitalismo è alimentata dai successi tecnologici (il nucleare, l’informatica, le biotecnologie, le nanotecnologie, ecc. ecc.) e politici (la sconfitta e la distruzione di ogni diversa forma esistente di relazioni sociali e di modelli statuali). In fin dei conti, l’impressione generale è che le popolazioni incluse nel ristretto girone dove funziona il mercato (una minoranza che può variare da 800 milioni ad un massimo di un miliardo di persone) siano felici di starci e quelle escluse (gli altri cinque miliardi) stiano facendo di tutto per entrarci. Scriveva Illich: «È inevitabile che questa (la società di consumo) comporti due tipi di schiavi. Gli intossicati e quelli che vorrebbero esserlo, ovvero gli iniziati e i neofiti»38. Molto probabilmente è così perché non è data loro alcuna alternativa; fuori dalla cerchia dello sviluppo c’è solo deprivazione e miseria. A conferma vengono indicati i successi dei «paesi emergenti» (ieri le «Tigri orientali», ora la Cina, l’India e il Brasile, presto la Russia, dopodomani la «Cinafrica», come già viene chiamato il continente nero oggetto di colossali investimenti cinesi) che sono lì a testimoniare come la via praticabile sia una sola e ben segnata. I prezzi sociali e ambientali pagati in questa corsa al mercato, gli squilibri generati, le palesi ingiustizie, la perdita di autonomia e di relazioni sociali di intere fasce di popolazione, specie quelle contadine, persino lo stato di guerra permanente necessario a disciplinare l’«ordinato» sviluppo della megamacchina produttiva, sono presentati come inconvenienti necessari, compensabili e rimediabili proprio grazie al surplus di innovazione/adattamento che l’accumulazione capitalistica riesce a reinvestire in continuazione, in un moto permanente di rincorsa e avvitamento. Non è un caso se due tra i principali comparti dell’economia-mondo che non conoscono crisi sono l’industria militare e quella pubblicitaria. Come dire: il bastone e la carota che mettono in marcia l’umanità. Se nel 2005 il Pil mondiale era di 48.000 miliardi di dollari, la quota per le spese militari (non solo gli armamenti) era di 851 miliardi39 e quella per la pubblicità di oltre 50040. La società costituita tende a riprodurre se stessa. Più difficoltà incontra e più si incattivisce. Meno consensi trova, più è costretta a introdurre disciplina e dipendenza, costrizione e manipolazione. Più autoritarismo viene esercitato dall’alto, più difficile è riuscire a cambiare le cose dal basso.

4. Impoverimento

I condizionamenti non sono solo mentali, per nostra sfortuna. Per curare la depressione, le paure, le angosce collettive non bastano le cure degli psicoanalisti sociali. Ogni cittadino-lavoratore-consumatore è sottoposto a un ricatto molto concreto: o fai così, lavori di più, aumenti ritmi e produttività, o sei inutile, escluso, un esubero. La globalizzazione dei mercati e la delocalizzazione produttiva hanno messo in concorrenza tra loro i mercati del lavoro, che però rimangono territorializzati dalle leggi e dai muri eretti contro l’emigrazione. Un’enorme massa di contadini espropriati ed espulsi dalle terre in Asia, in Africa, in America latina costituisce un esercito di riserva di forza lavoro usato per sfondare in basso i livelli retributivi e i diritti del lavoro anche in Occidente.

Così, trent’anni fa, Illich descriveva il fenomeno dello «sviluppo» del Terzo mondo: «È vero che i poveri hanno un po’ più di soldi, ma con quel loro poco denaro possono fare di meno (…). La povertà si modernizza: la sua soglia monetaria si eleva perché nuovi prodotti industriali si presentano come beni di prima necessità, restano tuttavia inaccessibili ai più (…). Nel Terzo mondo, grazie alla rivoluzione verde, il contadino povero è espulso dalla sua terra. Come salariato agricolo guadagna di più, ma i suoi bambini non mangiano più come una volta»41. Fino a quando ci sarà una ragazza cinese sfruttabile, state certi che lì si localizzerà una impresa capitalista. Li chiamano «vantaggi competitivi». Come accadde nella prima rivoluzione industriale, lo sfruttamento più brutale ricade sulle donne.

Per non sprofondare nei gironi degli impoveriti, per non cadere nella indigenza bisogna mantenere alto il posto conquistato nella gerarchia della divisione del lavoro : quello sporco e di massa nei paesi poveri, quello cognitivo, di concetto, finanziario, capace di creare «plusvalore evoluto», con buoni margini di profitto, nei paesi ricchi. Lungo la filiera della produzione di valore si instaura così una rincorsa permanente tra capitale e lavoro dove il lavoro rimane subordinato alle ragioni del capitale e incastrato senza via di uscita nella logica produttiva incrementale. Le conseguenze sono devastanti in termini di distruzione dei legami sociali. Le badanti accudiscono i nostri vecchi, ma chi si prende cura dei figli delle badanti?42

L’imperativo economico (la produttività, la competizione, il rischio, la crescita) è stato introiettato dagli individui, è diventato l’unico modo di pensare e di pensarsi. L’uomo contemporaneo vede la propria crescita personale sotto forma di accumulazione privata di beni. Il benessere è iscritto nella crescita; il progresso della condizione umana nello sviluppo delle capacità produttive. Così siamo stati indotti a concepire le cose. Ci comportiamo come genitori apprensivi con il proprio neonato dopo ogni poppata; ogni giorno alla chiusura delle Borse pesiamo lo stato di salute della società utilizzando come unità di misura il Prodotto interno lordo, gli indici azionari, i bilanci aziendali. «Quanto è cresciuta l’economia?». Questa da due secoli è la finalità ultima di ogni azione di governo, la ragione di ogni forma di cooperazione sociale, l’obbligo morale di ogni sforzo individuale. Aumentare le produzioni, accumulare ricchezze, allargare i consumi. Il motto è: «Arricchitevi». O, almeno, tentate. La teoria posta a giustificazione è: la ricchezza produce ricchezza. Per sgocciolamento, per «trickle down effect». La spinta è l’emulazione.

Fin dall’inizio delle scienze economiche il «lusso», il «consumo ostentato» è stato considerato una molla essenziale per lo sviluppo e la ricchezza delle nazioni. Da cui deriva un evidente paradosso: «Una società viziosa, che non combatte i lussi, li alimenta, produce ricchezza e benessere. Le virtù invece portano rovina economica», come ricorda Luigino Bruni43. Le disuguaglianze inducono «competizione posizionale» e quindi sono considerate dalla teoria economica classica indispensabili al funzionamento dell’economia. I risultati sono quelli che conosciamo: i redditi (stipendi, rendite, bonus, benefit…) più alti crescono sempre più in fretta della massa dei redditi della popolazione che sta alla base della piramide sociale44. Lo splendido libro di Hervé Kempf documenta le perversioni del sistema. Ricordo solo – ancora una volta – che il 20 per cento più ricco del mondo riceve il 74 per cento del reddito mondiale, mentre il 20 per cento più povero riceve il 2 per cento. Le 500 maggiori corporations transnazionali controllano il 52 per cento del Pil mondiale. Come ha scritto Jean Ziegler45, il mondo si è «rifeudalizzato»; una «casta di cosmocrati dotati di poteri illimitati» domina l’economia e determina le politiche nell’intero pianeta. Scriveva ancora Illich: «Il ricco sostiene che sfruttando il povero lo arricchisce perché in ultima analisi egli crea abbondanza per tutti e le élites dei paesi poveri difendono questa favola. Il ricco si arricchisce e spoglierà più di un povero»46. È la teoria della marea che entra nel porto: «A rising tide will lift all boats». La crescita del Pil mette d’accordo tutte e due le fazioni dello sviluppo, liberiste e keynesiane; fautori del libero mercato e dell’intervento pubblico. «La crescita economica sarebbe in condizione di fornire al mondo sempre qualche cosa di nuovo e di utile, per giunta in quantità maggiore», peccato – scrivono Sachs e Santarius – che non tengano conto della «perdita ecologica» conseguente alla «moltiplicazione della crescita»47. Ha scritto Loretta Napoleoni, senza andare per il sottile: «Il moderno capitalismo e il suo opposto, il marxismo, hanno un identico cuore: lo sfruttamento ad infinitum delle risorse, per produrre una crescita economica altrettanto infinita. Ma da Smith a Marx, da Keynes a Friedman, tutti analizzano un mondo che non esiste, un pianeta che possiede risorse illimitate. (…) Bisogna aiutare il mondo a riprendersi dalle tragiche conseguenze dello sfruttamento irrazionale che distrugge più ricchezza di quanta ne produca»48.

La guerra per le risorse e la crisi ecologica è la conseguenza della cosiddetta «sindrome della torta» descritta da Majid Rahnema: «Se vogliamo che tutti abbiano una fetta di torta, questa deve essere più grande. In quest’ottica è quindi necessario massimizzare la produzione (…). Ci si dimentica che – a mano a mano che questa torta diventa più grande – essa viene prodotta a danno di milioni di piccole torte che la gente produceva per se stessa e delle torte prodotte localmente con i mezzi (economie di sussistenza) e che queste persone, a causa della produzione della maxitorta sono private dei loro mezzi per cucinare la loro piccola torta»49.

Guglielmo Ragozzino su il Manifesto 50 ha contato quante volte Berlusconi ha pronunciato la parola «crescita» nel suo discorso di insediamento del nuovo governo: diciannove. Non ho contato, due anni prima, quante volte Prodi ha pronunciato la stessa parola, ma sicuramente non è stato a meno. Noam Chomsky51 ha scritto: «Gli Stati uniti, in effetti, sono un sistema a partito unico, il partito del business, con due frazioni, repubblicani e democratici». E nelle altri parti del mondo?

5. Liberismo scandaloso

La crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 dimostra che non sono solo i cittadini degli Stati uniti d’America ad aver vissuto al di sopra delle proprie disponibilità, anche gli europei (chi più e chi molto meno) hanno comprato a credito, hanno dissipato risorse naturali, impoverito popolazioni lontane, ipotecato il futuro dei loro figli e nipoti. Non è la prima volta che ciò accade. Altre generazioni sono state defraudate del loro futuro, mandate in guerra, penalizzate dall’insipienza e dall’egoismo dei propri padri. La fede in un progresso lineare in continua positiva evoluzione, «l’idea che il futuro sarà sempre meglio del presente»52, è una mera costruzione mentale, un’ideologia della storia scritta dai vincitori di turno che non ha riscontri empirici. In realtà vi sono alti e bassi, avanzate e regressioni. E noi abbiamo iniziato una di queste discese. Per tentare di farvi fronte, politici, sindacalisti, sociologi del lavoro invocano la necessità di una maggiore coesione tra le parti sociali e giungono a invocare una «complicità»53 tra imprenditori e forza lavoro. Un concetto morale con un significato negativo ora viene rivendicato in nome della necessità di mettere assieme interessi diversi in una stessa lotta competitiva infraspecifica e tra territori. Si auspica di andare oltre la concertazione, oltre ogni «contratto sociale» tra sistema delle imprese e forza lavoro, per realizzare una corresponsabilizzazione organica, coinvolgente la vita stessa del lavoratore/consumatore. Gli strumenti che vengono usati sono molti, tra cui la compartecipazione agli utili d’impresa, la finanziarizzazione delle pensioni, l’aggancio della parte variabile del salario alla produttività, l’allargamento dell’accesso al credito (mutui, credito al consumo, carte di credito, ecc.). La quota dei redditi delle famiglie derivante dal lavoro dipendente è in continua diminuzione, mentre aumenta quella delle rendite, non solo per i redditi alti54. Un «capitalismo popolare», patrimoniale e dei piccoli azionisti che ha portato alcuni economisti (Riccardo Bellofiore) a parlare di «sussunzione del lavoro nella finanza». PeccatPeccato che tale coinvolgimento non comprenda mai le decisioni strategiche sul cosa, come e a favore di chi rivolgere lo sforzo produttivo sociale e delle singole imprese. Queste opzioni non fanno più capo alla volontà della proprietà, sempre più anonima e impersonale, e nemmeno del management, sempre più professionalizzato, mercenario e indifferente nei riguardi dell’utilità sociale del proprio e dell’altrui lavoro. Ma ai «meccanismi di mercato». Alla logica di sistema, agli automatismi finanziari. L’imperativo è la redditività. Si lavora per fare gli utili più alti nel tempo più breve possibile. Ciò pretende il mercato del credito. In ultima istanza è assolutamente indifferente il come, il cosa, il dove produrre e a quale consumatore rivolgersi, ciò che conta è quale volano finanziario riesce a far circolare la più grande quantità di moneta. La produzione materiale è un’appendice casuale, strumentale. Puro supporto fisico per realizzare transazioni finanziarie. Il crack delle banche e i successivi giganteschi salvataggi messi in atto dalle banche centrali e dagli stati sono lì a dimostrare alcune semplici verità. Primo, i soldi si trovano (e quanti!) quando servono a garantire gli interessi agli investitori, le rendite ai possessori di capitali, i profitti ai capitalisti, con la stessa facilità con cui vengono negati ad altri «attori» sociali, quali i lavoratori, o per altre finalità, ad esempio la conservazione dell’ambiente, la fame nel mondo, l’istruzione, ecc. Da questo punto di vista ha ragione Ratzinger nel dire: «i soldi sono niente»55 (anche se dimostra poca coerenza, ad esempio, nelle gestione delle proprie risorse affidate allo Ior). Il denaro è una convenzione sociale, non un dono divino e nemmeno una legge della natura. Il suo valore dipende da chi lo possiede e dall’uso che ne fa. Secondo, i denari che i governi hanno regalato ai possessori di titoli spazzatura vengono prelevati dalle riserve degli stati, cioè dai soldi accumulati e accumulabili con le entrate fiscali dei contribuenti, anche di quelli che non hanno mai giocato in borsa o che pagano regolarmente le rate del mutuo. Oppure, ma l’effetto è lo stesso, si dà ordine alle zecche di stampare cartamoneta. È la dimostrazione che gli stati (liberali) non sono affatto neutri, indipendenti e regolatori terzi, ma subalterni e al servizio del mercato. Senza questo intervento attivo e sonante il mercato sarebbe stato da tempo dichiarato in default. Terzo, le «bolle finanziarie» gonfie di prodotti finanziari «innovativi» (che ieri contenevano i titoli della new economy, poi i futures sul petrolio e le commodoty di grano e mais, ora i derivati immobiliari, domani – c’è chi lo giura – quelli legati al nuovo mercato delle emissioni di gas serra e alla green economy) null’altro sono se non «catene di Sant’Antonio», «piramidi albanesi»56 dove l’ultimo giocatore entrante paga la quota al primo. I «derivati» (come i Credit Default Swap e le «cartolarizzazioni» che tanta fortuna hanno avuto anche presso le nostre amministrazioni comunali e sanitarie) non sono altro che strumenti finanziari che permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo ad una transazione tra due parti. Il volume di questa cascata di titoli di carta è passato in sette anni da duemila a 45.000 miliardi di dollari, pari al Pil dell’intero pianeta57. Fino a quando la catena non si rompe e allora si palesa l’insolvenza generale. Per questa ragione il «mercato finanziario» è perennemente alla disperata ricerca di cash. Vuole impadronirsi di tutto ciò che è tariffabile, contribuibile: dalle pensioni alle utilities, dalle autostrade agli ospedali, dai cimiteri agli inceneritori, dalle carceri ai parcheggi. È una idrovora insaziabile, drena risparmio per canalizzarlo verso i detentori di capitale che hanno preteso interessi annuali sempre più alti: 15, 20, 25 per cento. Utili che nessuna attività produttiva potrebbe mai permettersi. Plusvalenze finanziarie più alte di qualsiasi saggio di profitto, tanto che ormai l’economia reale, variamente indebitata, dipende dal credito. Produzione e finanza, profitto e rendita si sono intrecciati e integrati. Quando gli interessi (il «profitto sui risparmi», insegnavano a Ragioneria, per dare un plausibile motivo alle rendite finanziarie) sono più alti del profitto sulla produzione, per quale ragione il denaro dovrebbe affluire alle imprese produttive? Qualcuno vede in questo il suicidio del capitalismo industriale. A meno che (vedi il punto successivo) non vi sia chi lavora gratis per noi. Comunque, sarebbe tempo di dichiarare immorale qualsiasi guadagno legato solo al prestito di denaro. In questo campo faremmo bene a farci contaminare dai precetti dell’Islam58.

Quarto, prosciugato tutto il denaro che c’era in casa (con la conseguenza di comprimere anche i consumi elementari e di far entrare l’economia in una fase di deflazione), l’unica possibilità di salvezza per il sistema di mercato sarebbe quello di continuare a parassitare la crescita della Cina e degli altri «paesi emergenti» dell’Asia, dove il combinato disposto tra capitalismo (selvaggio) e statalismo (autoritario) consentono ancora di spremere i lavoratori e di creare plusvalori enormi e avanzi nella bilancia commerciale. «L’Asia lavora in subappalto per l’occidente», nota Will Hutton59. «Due terzi delle esportazioni cinesi, per esempio, sono fatte da società straniere che assemblano semilavorati importati e poi li spediscono in Europa e negli Stati Uniti (…). L’Asia è un contenitore che esporta e risparmia. Prendiamo la Cina: consuma una percentuale del suo prodotto interno lordo inferiore a quello che risparmia, e consuma meno dell’Italia». In forza di questo avanzo nella bilancia commerciale i forzieri delle banche cinesi si sono potuti riempire di titoli di stato e di dollari americani. Un bell’affare! L’alleanza tra economie occidentali e Cina (la «Chimerica», crasi tra China e America) è basata su uno scambio iniquo, perciò economicamente precario e politicamente pericoloso, destinato ad acuire le tensioni geopolitiche. Comunque, sarà difficile che la Cina voglia continuare a fare da paracadute al declino della finanza anglosassone, ad assorbire i suoi «crediti tossici» inesigibili e a fungere da banca prestatrice di «ultima istanza». La Cina è piena di dollari americani (una riserva di 2.000 miliardi), di titoli di stato emessi dal tesoro degli Stati Uniti (922 miliardi) e continua a prestare dollari alla Federal Riserve per le operazioni di salvataggio degli istituti di credito (600 miliardi, e oltre). La Cina è legata a doppio filo all’economia americana: se salta, i suoi crediti varranno un pugno di cenere e, soprattutto, l’«opificio del mondo» non saprà più a chi andare a vendere i propri prodotti. Ecco perché la crisi in corso è strutturale, sta già cambiando la geopolitica del capitale e se ne potrà uscire solo con cambiamenti di sistema.

In conclusione, «bruciare» 3.900 miliardi di dollari (questa è la stima della somma degli interventi pubblici messi in atto dagli stati per nazionalizzare carta straccia) per pagare i trucchi del capitalismo finanziario è un crimine contro l’umanità. Le agenzie dell’Onu, al tempo dei solenni impegni del Millenium Day, avevano calcolato che sarebbero bastati una ventina di miliardi di dollari all’anno per dimezzare la fame, la sete e le malattie epidemiche dalla faccia della terra. Jean Zigler lo chiama «genocidio silenzioso»: cinquemila persone al giorno muoiono di stenti nel mondo; 856 sono i milioni di persone sotto-alimentate. In Africa in 20 anni (dal 1982 al 2002) gli affamati sono passati da 91 milioni a 200 milioni60.

C’è una relazione tra giustizia e pace, tra diritto alla vita e sicurezza – così spesso invocata e mai davvero perseguita.

6. Alla ricerca di vie di fuga

La «megamacchina termo-industriale» non è sostenibile. Per ragioni sia finanziarie, sia ecologiche, sia sociali. Questa verità comincia a essere percepita. Il modello di sviluppo industriale di massa comporta rischi socialmente inaccettabili61. Comincia a scricchiolare la fiducia nel progresso come leva del benessere e della sicurezza. Anzi, c’è chi si rende conto che i maggiori rischi, i disagi, le ansie derivano proprio dal dilagare di attività umane arroganti e controproducenti. Il sogno americano della nuova frontiera («fate come noi, imitateci e diventerete ricchi, liberi e belli») non funziona più. Siamo alla fine delle illusioni: «I have a waking up». Non ci piacciamo più a noi stessi, cala la nostra autostima, figuriamoci come dobbiamo apparire agli altri, ai popoli che ci guardano da lontano.

Pochi pensatori nel corso del secolo scorso hanno capito dove saremmo arrivati e hanno provato ad andare contro la corrente di pensiero dominante. Penso ai vari filoni di pensiero anticolonialisti, anticapitalisti, antiutilitaristi. Penso a Gandhi, Kropotkin, Polanyi, Illich, Aldo Capitini, Georgescu-Rögen, Bateson, Murray Bookchin, André Gorz, Claudio Napoleoni, Danilo Dolci, Alex Langer e, per giungere a noi, Vandana Shiva, Latouche, Petrella, Marco Revelli, Amoroso, Zanotelli. Alcuni sono stati tacciati di «comunismo», altri di conservatorismo, oscurantismo, collusi con le destre autoritarie… comunque nemici del progresso. Folli, accusati di preconcetto furore ideologico, di nostalgie fondamentaliste premoderne. Tutto ciò, mentre i comunisti che si autodefinivano tali sono stati sconfitti, trascinati (in Urss come in Occidente) nella competizione sul terreno dello sviluppo, della ricerca della «società dell’abbondanza». Poiché nessuno meglio del «market system» è in grado di produrre e consumare di più, di lavorare e sprecare, di costruire e distruggere quantità sempre

più grandi di energia, materie prime, vite umane. Dal canto loro, i pochi conservatori illuminati sono stati messi a tacere includendoli nelle file delle oligarchie dominanti; chi, se non la società borghese, individualistica e competitiva, è capace di creare immensi privilegi per le proprie élites?

Scontiamo una sconfitta epocale della sinistra politica che mette in discussione la plausibilità di se stessa62. Una sconfitta non tattica, non elettorale, non politica e nemmeno «solo» sociale. Siamo nel mezzo di una crisi culturale, teorica, di «egemonia», cioè di consenso. Ciò che manca è la capacità di proporre un sistema di valori condiviso. Poiché ogni società è una «società morale». Senza una accettabile cornice che tenga assieme interessi diversi non si dà alcun patto sociale. Esattamente ciò che avviene oggi: una dissoluzione dei corpi sociali popolari che si ricompongono in un simbolico metapolitico consumistico, una profonda mutazione antropologica.

Ciò che manca a sinistra è una visione del mondo e una narrazione delle cose che renda conveniente e desiderabile una «alternativa di società», cioè modi di vita e di relazioni sociali e per i quali valga la pena impegnare le proprie energie individuali. Per far ciò non basta la critica, per quanto serrata e motivata, all’esistente. Così come non si può semplicemente attendere sulla riva del fiume che arrivi la catastrofe nella speranza che produca automaticamente effetti disvelatori, pedagogici nella consapevolezza e nella coscienza delle persone. Al contrario, sappiamo che «fame, povertà e analfabetismo generano impotenza» (Hannah Arendt). Peggio, sono i terreni di coltura delle destre reazionarie. Servono alternative credibili e praticabili. Servirebbe una teoria della trasformazione incarnata nel reale, praticata in prima persona da attori sociali veri. Servirebbe l’apertura di un conflitto dentro e oltre la nostra modernità. In uno splendido articolo di interlocuzione critica con le posizioni del Mauss (Mouvement Antiutilitariste en Sciences Sociales) Giorgio Ruffolo afferma che l’«economia sociale» si colloca nel pieno di «un’utopia concreta», poiché «un radicale riorientamento della specie umana dall’attuale corso letteralmente insensata o verso una condizione di equilibrio, dalla competizione alla cooperazione, non richiede soltanto una riforma dell’economia, ma una rivoluzione culturale, o addirittura antropologica. Uno sviluppo della coscienza, anziché una crescita della potenza. Dell’essere, rispetto all’avere. La fine del paradigma economico; e cioè dell’autonomizzazione dell’economia e il suo rientro nell’ambito di una società che abbia acquistato la consapevolezza dei limiti naturali e dei bisogni di solidarietà sociale»63. Ancora più recentemente Ruffolo ha scritto: «Ciò richiede però un radicale mutamento di paradigma: culturale e morale prima che economico: il passaggio da un’economia di crescita a una economia di equilibrio, di stato stazionario»64. Sulla stessa lunghezza d’onda Loretta Napoleoni: «Per salvare il mondo ci vuole una rivoluzione teorica (…) il problema non è contingente, è di sistema (…) c’è bisogno di un gesto radicale: inventare una teoria nuova (…) bisogna aiutare il mondo a riprendersi dalle tragiche conseguenze dello sfruttamento irrazionale che distrugge più ricchezza di quanta ne produca»65.

Da dove partire per questa opera enorme? Forse ci può venire in aiuto Castoriadis. Egli ha scritto più o meno così: ogni essere umano, singolarmente preso, possiede in radice, nella sua psiche, una originale, irriducibile capacità di immaginazione, un germe di autonomia, libero da ogni conformità. Questa capacità di immaginazione si manifesta sempre come sogno o come deviazione psichica, come trasgressione o come contestazione. Se questa capacità di immaginazione trova il modo di relazionarsi collettivamente e si dota di un progetto sociale argomentato, diventa una potenza creativa, un «immaginario sociale istituente», una forza che mette in discussione «i modi sociali esistenti del fare e del rappresentare»66. L’idea che ogni individuo porti dentro di sé una aspirazione al vero e una capacità di distinguere cosa sia bene fare e cosa non lo sia, è presente anche in Gandhi e nel pensiero cristiano: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio», scrive Paolo di Tarso ai romani67. Lo scontro tra «società istituente», innovativa e gli «istituti sociali esistenti», i poteri costituiti, è fisiologico. Nonostante le apparenze, le trasformazioni storiche sono incessanti e si scontrano inevitabilmente –con le strategie di autoconservazione messe in atto dalle istituzioni esistenti. Ogni organizzazione ha la sua oligarchia. Tanto più facile sarà la trasformazione non cruenta, senza guerre civili e senza violenze, della società quanto più democratico sarà il regime politico che la regge. Tanta più partecipazione degli individui e delle comunità vi sarà al processo politicodecisionale, tanto più le istituzioni saranno permeabili e disponibili alla loro autotrasformazione, di diritto e di fatto. Ecco perché è possibile affermare che la crisi attuale, prima di essere ambientale, prima di essere economica e sociale, è una crisi di funzionamento della democrazia. È il blocco di ogni canale di collegamento tra i poteri costituiti, sempre più extra-parlamentari e a-democratici, e le domande sociali, di cittadinanza, di diritti, ma anche di senso, che è alla base del pericoloso impazzimento della nostra modernità.

7. Altri consumi, altre fruizioni

C’è chi vorrebbe evadere, da solo o in piccoli gruppi. Ma come, per andare dove? Ogni individuo è legato a doppio filo agli ingranaggi del sistema. Dissociarsi, sottrarsi, disertare è, se non impossibile, quantomeno faticoso. Prigionieri di condizionamenti culturali (la colonizzazione dell’immaginario non permette di concepire utopie di società diverse) e, soprattutto, le alternative appaiono difficilmente praticabili. Quelle insurrezionali e rivoluzionarie nelle tradizioni dei movimenti operai e di liberazione nazionali sono archeologia politica, quando non sono esempi tragici di rovesciamento dei fini. Quelle nonviolente incentrare sulla modificazione degli stili di vita vengono sempre sbeffeggiate e declassate a scelte private, monastiche, comunitariste68. Gli attivisti dei «nuovi stili di vita» vengono dipinti come evangelizzatori ecofanatici le cui azioni sarebbero compiute non per l’ansia di «salvare il pianeta, ma – come scrive Andrei O’Hagan69 – «per liberare quella parte di noi che è schiava dei beni terreni e delle funzioni corporee». Insomma per salvarci la coscienza da sensi di colpa dovuti al male che sappiamo di fare sprecando in un mondo di affamati, devastando ecosistemi sensibili, non prendendoci la responsabilità delle conseguenze dei nostri comportamenti. Del resto in giro non si vedono santi eremiti, pochi volontari impegnati in opere compassionevoli, sparuti gruppi di sperimentatori di stili di vita sostenibili70. Eppure ci sono molti esempi positivi che dimostrano che altri modi di vivere sarebbero possibili71. La domanda che dobbiamo porre è questa: se una persona riesce (pur con non poche difficoltà) a vivere senza procurare del male a nessuno, perché non potrebbe farlo l’umanità intera? L’elenco delle azioni possibili cresce continuamente sotto la spinta di creatività spontanee e sincere. Provo ad elencarle alla rinfusa, così come mi vengono in mente: tetti fotovoltaici e pale eoliche, meglio se in autocostruzione, yogurtiere fai da te, caraffe con l’acqua del sindaco, lampadine a basso consumo, riduttori di flusso, acquisti unbrand e boicottaggi dei prodotti Ogm, delle multinazionali che usano lavoro minorile e schiavo, dei prodotti reclamizzati da pubblicità ingannevole, partecipazione alla Giornata del non acquisto (Buy Nothing Christmas, a novembre), gruppi di acquisto (www.retegas.org) e botteghe ecosolidali, banche del tempo, baratto (www.zerorelativo.it), botteghe del mondo, mercati contadini (www.farmermarket.it), pranzi e spese a «chilometro zero», orti di città, condomini sostenibili, villaggi in cohousing, comunità, ospitalità gratuita ai viaggiatori (www.servas.it e http://www.couchsurfing.com), reti di produttori biologici, distretti di economie solidali (www.retecosol.org)72, cure con rimedi omeopatici e medicine alternative, gruppi di finanza mutualistica e di microcredito, bio-bank, monete complementari locali, obiettori fiscali alle spese militari, vegetariani, gruppi di guerrilla gardening (costruttori di giardini nelle aree di risulta), gruppi voedselbanken (raccoglitori di cibi scaduti), palestre popolari, car pooling, car e bike sharing, critical mass e piste ciclabili, monete complementari (www.myspace.com/progetto toc )73, boicottaggi delle banche armate, radio e tv di strada, programmi open source, welfare di comunità e di prossimità, transition town…74

Si tratta, come è del tutto evidente, di esperienze molto diverse; da quelle totalmente autogestite dei «Mercati senza mercanti» organizzate da terra/Terra75, a quelle degli Orti sociali ormai previsti negli strumenti urbanistici di molti comuni, dal baratto via internet al last minute market che recupera gli scarti alimentari dei supermercati76.

Le potenzialità di espansione di tali pratiche sono enormi, sia in termini quantitativi, vere e proprie «quote di mercato» che possono essere sottratte ai vettori tradizionali, sia soprattutto in termini evocativi di modelli di organizzazione sociale diversi. Giornali come Il Sole 24 ore cominciano a dedicare pagine intere ai Farmers markets77 o ai Gas78. Organizzazioni del peso della Coldiretti pensano ormai che l’unico futuro economico possibile per i piccoli produttori, in un mondo rurale in via di estinzione, sia quello legato al ciclo corto e alla tracciabilità della filiera. Slow Food, da aanni, guida la pista alla riconversione qualitativa delle produzioni agricole locali. Incontrando successi incondizionati, anche se non mi pare che la battaglia dei prezzi sia ancora stata sferrata.

Potenzialità ancora più ampie si possono avere quando avviene la integrazione con altri settori del movimento cooperativo e mutualistico che si occupano della cura delle persone, oltre che dell’ambiente. Alcune di queste esperienze cominciano ad essere assunte dalle organizzazioni sindacali e politiche79 in chiave di difesa attiva contro il caro vita.

Anche non poche amministrazioni comunali si sono rese disponibili a favorire la diffusione di «stili di vita» improntati alla sobrietà a iniziare dall’uso della bicicletta e mezzi di trasporto collettivi, dalla raccolta differenziata domestica dei rifiuti porta a porta, e molto altro ancora80. Un esempio di integrazione di successo è stato il tavolo romano con trentanove organizzazioni dell’altra economia, all’insegna della «reciprocità, pariteticità, cooperazione, solidarietà, trasparenza, inclusione, partecipazione», che hanno dato vita ad una Carta dei principi e a una vera e propria Città dell’altra economia al Testaccio.

Un altro salto di qualità avviene quando la riflessività di ciascun individuo sui propri consumi e stili di vita si sposa con quella della intera comunità sul proprio territorio, sulla propria città, sulla propria regione. Un esempio straordinario è quello del Comitato «Addio pizzo» di Palermo che sostiene i commercianti che si impegnano a non pagare tangenti alla mafia81.

L’incontro tra economia locale solidale e cittadinanza attiva può dar vita a sistemi evoluti di governo del territorio, come nelle esperienze del Parco naturale dell’Aspromonte sotto la presidenza di Tonino Perna, con la nascita di una moneta locale complementare e un sistema partecipato di sorveglianza antincendio. Ma è l’esperienza No-Tav di Val di Susa che ci indica quanta strada sia possibile fare seguendo l’idea della «sovranità» locale82. L’elenco delle esperienze positive potrebbe essere molto lungo, per fortuna c’è chi ne fa ottimi resoconti e dettagliate segnalazioni83. Qui interessa segnalare, con Jean-Luis Laville84, che prima del mercato e dello stato, esiste una «socialità primaria, vale a dire gli scambi che possiamo fare sul piano della reciprocità e del dono, che fanno la vera qualità della nostra vita».

Non è facile ipotizzare che questo tipo di rapporti possano rappresentare già oggi una risposta alla «crescita negativa», alla recessione economica, agli effetti distruttivi del declino del modello economico iperconsumistico. Difficile pensare di riuscire a cambiare le regole economiche del mondo partendo dai Gas e dalle banche del tempo, dalle piste ciclabili e dalla generazione diffusa di energia. La sproporzione delle forze in campo è evidente. C’è chi pensa che il popolo lillipuziano riesce ad imprigionare il gigante solo nelle favole. Altri – ed io con questi – pensano invece che un milione di punture di spillo possano far sgonfiare un pallone troppo gonfio. È vero, comunque, che per avere la forza di impensierire le corporations nei mercati transnazionali, la generosità e la disponibilità degli individui sono necessarie ma non sufficienti. Il cambiamento deve riuscire a investire la struttura di base della società capitalistica, il lavoro e l’impresa85, deve generare istituzioni appropriate, normative adatte, risorse dedicate. O, quantomeno, neutralizzare e liberarsi da tutto ciò che impedisce il cambiamento. Ancora una volta ci sarebbe bisogno di politica, di un’altra politica.

PARTE PRIMA- Paolo Cacciari – Decrescita o barbarie

Laureato in architettura, nel 1967 si iscrisse al Partito Comunista Italiano e ha collaborato con numerose testate tra cui l’Unità. È fratello di Massimo Cacciari e padre di Tommaso Cacciari, esponente di punta dei “Disobbedienti” veneziani e uno dei portavoce del Centro Sociale Rivolta di Marghera (Venezia). Dal 1976 al 1985 è stato per il PCI : consigliere comunale, assessore , e vicesindaco (dal 1982 al 1985) del Comune di Venezia. Inoltre è stato assessore all’Ambiente e al Centro pace del Comune di Venezia dal 2001 al 2005 dando vita al progetto “Cambieresti?”. Ha lavorato all’ufficio stampa della CGIL del Veneto dal 1987 al 1990. Successivamente ha aderito a Rifondazione Comunista ed alle elezioni regionali del 1995 è stato candidato alla presidenza del Veneto, ottenendo il 6,9% dei consensi. Consigliere regionale dal 1990 al 2000. Eletto in Consiglio Comunale di Venezia (dal 2001 al 2005), ne diviene assessore all’ambiente e alle politiche giovanili. Nelle elezioni politiche del 2006 è stato candidato come deputato tra le file del PRC nella circoscrizione Veneto 2: non eletto direttamente, approdò alla Camera per la rinuncia di Fausto Bertinotti. Nel luglio del 2006, piuttosto che votare la proroga delle missioni militari italiane all’estero, si dimise da deputato. La Camera dei deputati, su richiesta dei gruppi parlamentari de L’Unione, respinse le dimissioni.

Opere: Pensare la decrescita. Equità e sostenibilità,2006,Intra Moenia Carta

Decrescita o barbarie, 2008,Carta

riferimenti in rete:

http://www.decrescita.it/joomla/index.php/chi-siamo/chi-siamo/scuole/i-materiali/doc_details/32-cacciari-decrescita-o-barbarie

http://www.scribd.com/doc/36254384/Paolo-Cacciari-Decrescita-o-Barbarie

2 thoughts on “Paolo Cacciari – Decrescita o barbarie (parte prima)

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