Quando si dice che il caso ha gli zampini- Incontro con Donato Di Poce- f.ferraresso

wickedcrow etsy

Già, il caso, quasi sempre è merito del caso. Molti lo accusano, personalmente lo ringrazio, soprattutto quando ci mette gli zampini e li dispone così bene,  a regola d’arte, come un tempo si diceva per i lavori ben costruiti e  ben progettati,  che non puoi, non puoi proprio fare a meno di trovarti in un luogo dove avresti da tempo voluto trovarti, senza nemmeno sapere l’indirizzo, senza averne indizi di un prima, di un dopo, perché il prima e il poi si fanno e si disfanno in un’unica sostanza, una stanza in cui stare. La stanza dell’incontro

E’ capitato così per Donato Di Poce. Stavo nel maremoto di facebook! BUUUUUUH! Sì è davvero un marasma, non c’è una notizia che resti ferma più di qualche secondo, un avviso che regga il tempo fino alla realizzazione di un evento. Ma forse è anche questo un segno, un insegnamento del correre forsennato del tempo, della vacuità di ogni cosa, e tu, con la rapidità di un clic, afferri l’attimo, quello e non altri, che altrimenti fuggirebbe tra i flutti. Altrove, sempre un altrove e un altro nome. E ami, da pesca, per acciuffare al volo: Tizia e Tizio, Caio e Sempronia, Menico e Bortolo,…Insomma una specie di mattanza con sbuffi d’acqua alta alta. Anche Donato, l’ho incontrato così, per vie traverse che non ricordo nemmeno più, data la rapidità. Eppure ci siamo scritti, ci siamo scambiati gli “effetti” e abbiamo scoperto, nella lentezza della lettura su carta, la stessa nave di una volta, che abbiamo molte affinità, molti affetti in comune. Siamo malati, sì, entrambi malati d’arte, di cui Donato offre temperature e tracciati, reticolati di nervi, gli spinosi movimenti delle vertebre, giunture, circoli sangugni e linfe e tutto questo lo porge in taccuini di memoria che brucia, in cui è la parola poetica a fare da guida, uno stalker nella zona mai franca, nella ZONA della mimesi e della metamorfosi di un corpo, che è quello dell’arte, che mi riporta alla memoria Rilke, sì, proprio lui, Rainer Maria Rilke e il suo Torso arcaico di Apollo

Torso arcaico di Apollo

Non conoscemmo il suo capo inaudito,
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro
dove il suo sguardo, solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
la curva del suo petto e lungo il volgere
lieve dei lombi scorrere un sorriso
fino a quel centro dove l’uomo genera.

E questa pietra sfigurata e tozza
vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
perché là non c’è punto che non veda
te, la tua vita. Tu devi mutarla.

Immaginare l’incredibile e portarlo a contatto, attraverso i  linguaggi della creatività delle arti.   Questo è il suo mondo, un mondo pieno di innamorati, dell’arte e della vita, anche quando sembra fare il salto in un’assenza che sta dentro un luogo vuoto, buio, di silenzio così profondo che potresti scambiarlo per la fine, o per  la morte. Fa  il salto, Donato e rende la parola di carne, ogni volta che coinvolge la passione, che si sradica da un pre-cedente corpo, per abitarne un altro. Dopo tutto quale artista è più grande: quello che immagina la trasformazione meravigliosa o quello che trasforma se stesso? Perchè Di Poce cammina, cammina, si avvolge e si snoda, s’incunea e si assottiglia, dotato  di poteri   kafkiani o Swiftiani o…Altri, molti altri in un corpo di noce. Perchè? Perchè l’arte tocca le persone allo stesso modo delle passioni amorose, degli affetti più profondi, spesso con effetti micidiali. E questa è la sua grande opera d’arte: il restare abitante di un corpo-casa che non ha muri portanti e tramezzi, non una struttura che non sia in continua riformazione, riformulazione della materia. E allora i suoi taccuini sono un’altra tavola periodica di Mendeleev, in cui le opere stanno in caselli di partenza, amate con un numero atomico Z altissimo, e ci sono tante altre case, in cui ospitare nuove forme, elementi dello stesso corpo: d’arte.
E dentro ci sta tutto: deficienti e pazzi, duri e scettici, amici, studenti, parenti, colleghi e distratti, sconosciuti di tutte le nazioni e ideologie, con i loro miliardi di diverse facce e impronte digitali, con sguardi e impronte visive diverse, compagni migranti, mondi, universi.Tutti mai conclusi, tutti in un tracciato che  dis-sé-mina  altri.

.

La mia anima

E’ un cimitero di libri inconclusi

Di virgole d’esistenza sepolte

Tra le righe del desiderio.

.

Ho ingoiato per te

Le tracce della dialettica

I semi della creazione pura

E nascondo al mio cuore

Ogni futura bellezza

Per inseguire da solo

L’istante vuoto della tua libertà.

L’istante vuoto- a M. Duchamp– La zattera delle Parole- Campanotto Editore

E lo marca, questo corpo, che poi si rende conto essere anche il suo, un unico grande, magnifico androgino, e  con un gesto d’amore lo segna  di baci, lo in-segue e

.

Ma ho segnato con un bacio

Le matrici di Eros

I prototipi, i taccuini verdi

I semi neutri dell’ambiguità

E un giorno farò

Delle mie intuizioni

Un vetro da infrangere

Con postille di Assenza

.

Trasformerò ogni dubbio di bellezza

In una trappola cosmica

E svelerò lo strep-tease

In reliquie dell’indifferenza.

.

E infine svelerò ai poeti

L’inferno delle stelle

E scruterò nel buio

La forma della luce d’oriente

Per vivere come fossi invisibile

E racconterò al mondo

La storia del bruco che morì

Prima di diventare farfalla.

La zattera delle Parole- Il silenzio creativo anche , II

.

Solo poche pagine prima, nello stesso libro scrive, nella sezione Lettera da Belgrado in tempo di pace, dedicandola a Biljana Ssbljanovic:

IV

E il mio corpo

E’ una tavola inchiodata

Da tutti gli orrori

Gli errori

Che rotola nell’abisso.

.

Oggi anche il vuoto

Mi cola dagli occhi

E le parole mi bruciano dentro

Come un silenzio che muore.

.

E se mi lascio scivolare

Come un sasso nell’acqua

E’ per guardare meglio le rive

I bambini che saltellano gioiosi

Gli altri sassi che si avvicinano

E lasciano passare l’acqua limpida

Le ultime parole…

*

Sembra che gli equilibri qui fatichino a mantenersi tali, c’è un’amarezza così profonda che sembra ferire senza salvezza. Eppure in un altro taccuino, copertina rosso acceso, con una sagoma d’albero in nero, come un filo che segna un vuoto attorno a cui è cresciuto e che si porta dentro,  e un po’ anche una mano di ricordo Lecorbusierano, sembra che tutti questi pesi abbiano finalmente trovato la loro vera consistenza, una riduzione all’essenza e allora il paesaggio si fa intimo, interiore e riesce a scollinare, sconfinare, cancellare, o almeno alleggerire  ogni torpore del dolore. Riesce a sentire netto,  Donato, in questo taccuino d’autore, riesce a toccare la materia essenziale e a fare ritorno,lasciando la porta di quel luogo aperta.

Lascio alle immagini e alle parole del taccuino quest’ultimo tratto di voce. Lascio che sia lo spazio, intorno a chi ascolta come intorno all’oggetto percepito, a mettersi  in risonanza e sgomberi il cuore rotto di chi è assalito dalle cose del mondo, con la stessa frequenza del cuore del proprio bambù, perché anche noi siamo alberi, magnifici alberi, radicati nello stesso vivo vuoto.

F. F. – 25 ottobre 2010

Da TACCUINO ZEN- I frutti dell’albero, 2003

disegni di Franco Colnaghi

testi di Donato Di Poce

L’oceano della scrittura

M’impedisce di nuotare

Tra le onde dei miei pensieri

.

Solo i poeti sanno fare

Della propria oscurità

Un’oasi di luce

.

Non bussare alla porta del vicino

Rubagli l’Anima

.

.

Quando l’amore diventa Malattia

L’unica medicina è il Piacere

..


.

Io non ho certezze.

E non ne sono nemmeno sicuro.

****

Relativamente all’autore:

 

Nato a Sora -FR – nel 1958 ma residente dal 1982 a Milano. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Aforismi, si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica proprio per la sua originalità e il suo eclettismo.Numerose pubblicazioni di POESIE su riviste, plaquette, libri d’artista, taccuini. Nel 1998 “Opera Prima ” in versi che era in realtà un’accuratissima scelta antologica, con testi critici di Roberto ROVERSI, e Gianni D’ELIA, LA ZATTERA DELLE PAROLE, Campanotto Editore, Udine, 2005 con testo inglese a fronte (trad. di Daniela Caldaroni e Donaldo Speranza).  Ancora in poesia ha pubblicato Vincolo Te­stuale (LietoColle), Mondi Sommersi (I Frutti dell’Albero), il poemetto erotico L’Origine du Monde (Lieto­Colle), giunto alla quinta ristampa. Ha curato le antologie LietoColle Baci Ardenti di Vita – Poeti contro la pena di morte (2001) e Clandestini (2003) e suoi testi sono raccolti nell’antologia Desaparecidos (Ed. Stampa Alternativa). Tra i libri di aforismi ha pubblicato: Opposti Pensieri – Sorbetti esistenziali per spiriti golosi (I Frutti dell’Albero Edizioni), Negativo/Positivo (Il Me­stiere delle Arti), Inchiostri Randagi (Pangloss Edizioni), Aforismi Sata­nici (LietoColle), Taccuino Zen (I Frutti dell’Albero Edizioni). Ha pubblicato, inoltre, il libro di Critica d’Arte Il Taccuino di Stendhal (Campanotto Editore, 2008).

Ulteriori informazioni in rete:

http://milano.mentelocale.it/9343-i-versi-di-donato-di-poce/

http://donatodipoce.artistionline.eu/

4 Comments

  1. Cara Fernanda grazie per questo magnifico dono…
    Hai tolto la corteccia al mio cuore di bambù.
    Svelato segreti e riti…lasciato tracce di te di me, nel cuore malato dell’universo.
    Le tue parole sono semi di luce che nasconderò nella casa dei poeti a futura memoria.
    E siamo già in cammino verso i sentieri della bellezza…

  2. solo una malata d’arte poteva “cucire” una lettura così variegata da essere immersione in mutevoli paesaggi
    “perché anche noi siamo alberi, magnifici alberi, radicati nello stesso vivo vuoto”

    una proposta davvero interessante
    Elina

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