Tre poesie di Gina Labriola

“Dammi pure un’anima/ se vuoi/ ma che sia /cangiante/trasparente/iridescente/che possa fluttuare nel vento/come sciarpa di seta” – Gina Labriola

Andreu Martro


Damavand*

O Damavand, abbracciami.
Triangolo equilatero d’armonia
la tua perfezione è l’infinito.
Gigante, Signore,
affondi il capo
nelle nubi dei tuoi pensieri
e le cime fedeli dell’Alborz
splendido e mite
harem di uri
ti si inchinano
in veli bianchi.
O Damavand,
il tuo abbraccio è gloria.
Fammi entrare nella geometria
nelle tue nevi.
Abbracciami, Damavand
irragiungibile come la faccia
del mio Amore immobile
che non ha carne nè sensi nè vene.
O forse anche tu
conosci lo spasimo delle viscere
di tutto ciò
che non dovrebbe esistere
e invece esiste
groviglio tuono
fumo doglia stortura
e non puoi
o non vuoi
con un boato
spaccare il tuo vertice di purezza
erompere in fuoco di rivolta
molteplicare le stelle
con lapilli d’odio
sporcare la neve con fumo e cenere.

Dicono che emani
dall’inferno
vapori di zolfo
tra le crepe bianche
della tua atarassia.

O Damavand,
se tu fossi un uomo?

* Vulcano inattivo presso Teheran alto oltre 5.000 m.

*

Kashàn

Davanti a una porta di Kashàn,
non so con quale battente bussare:
se con quello costruito per mano virile
e annunciarmi -maschio-
che copran le donne
i peccaminosi capelli col velo
e si nascondano all’interno dei cortili
o con l’altro, dal tocco leggero,
e annunciarmi donna tra le donne,
e venire con voi intorno al samovar
per dire male del maschio
e lavare panni e vasellame
nella vasca verdastra
seduta sui talloni
ma qui voglio restare.
In questa geometria polverosa
di cupole modellate nel kaghèl (1)
come forme femminee
o bag-ghir (2) come verghe virili
nell’unico colore di miele
ove si spalanca attonito
l’occhio verde di un prato:
scaldami al calore del forno
all’odore molle del pane
come sudore della pelle
e riflettere la mia faccia frantumata
in un mosaico di specchi,
ma qui voglio restare.
Io non so
se sono una tortora crudele
che divora i suoi figli nel nido
o un mite falco
dalle ali scolorite
che cerca rifugio in un muro cadente
fra paesaggi sognati di occidente
e le acque inventate sull’intonaco
tra le facce idiote dell’ultimo Kajar
tra le sue sentinelle impotenti
e i suoi ambigui cortigiani
ma qui voglio restare.
Frammento caduto d’intonaco
in un giardino nascosto
nella casa di Boroujerdì,
ma qui voglio restare.
Annodatemi in un filo di tappeto,
lasciatemi scivolare
tra le dita della bambina
-uccellino nella gabbia del telaio-
e diventare un fiore di lana
in un prato sognato nel deserto
un petalo con l’odore del gregge
ma qui voglio restare.

(30 marzo 1973)

(1)-Il Kaghèl è un materiale da costruzione: fango e paglia.
(2)-Nei villaggi ai margini del deserto, dove spirano venti
costanti, i bad-ghir (acchiappa-vento) sono altissimi comignoli costruiti in maniera da creare correnti d’aria nelle case.

da Alveare di specchi p.170

*
Voglio perdermi

in un alveare di specchi
solitaria ape
di sorriso e pianto
rifranta in uno sciame
d’altre me stessa infinite
a strisce di giorni e di notti
nella spirale d’un ronzio

sciame senza regine sazie
e fertili uxoricide,

suggere assenzio da una spina
per l’amaro miele del ricordo.

Voglio perdermi in un’arcata d’Isfahan
in una stalattite di stucco sfaccettato
tra le facce dipinte di reucci oppiati
fieri dei baffi
e della perla del turbante

perdermi
un grappolo di uri,
i larghi occhi idioti
sotto la riga orizzontale
delle sopracciglie unite:
Shallàh Shirìn Shanàz
Mahvàsh Marjàm Manijèh
Parvìn Iràn Shahìn,
immobili uri del mio inferno.

La mia illusione di realtà

_anelito d’assoluto_
frantumata in mille ali
senza volo
frementi in mille riflessi di aure.

Voglio intrecciare le righe
gialle e nere
dei miei giorni e notti
e spegnermi
nel mio alveare di specchi
sterile del miele e della luce
_mio inutile pensiero!_
soffocare il ronzio di questo inutile dolore
e la gelosia
figgendo il pungiglione
nel grappolo delle pupille opache
del vostro occhio idiota
o implacabili uri del mio inferno

perdermi in un roseto di Cehel Sutoùn
trafitta dall’amore
disseccato in una spina.

(da Alveare di specchi, p.14)

*

PRINCIPALI RACCOLTE POETICHE E PREMI RICEVUTI

Istanti d’amore ibernato (Premio Gatti, Bologna 1972; Premio San Valentino, Terni 1973)
Alveare di specchi (Premio Il Ceppo Proposte, Pistoia 1974) PREMIO
In uno specchio la fenice (Premio Dino Campana, Marradi 1982)
Fantasma con flauto (Premio la Madia d’oro, L’Aquila 1993)
Poesie sur soi/e (Premio Alfonso Gatto, Salerno 1989)
L’exil immobile (in collaborazione con l’Università di Rennes) POESIE IN FRANCESE
Poesie su seta
Poesie tradotte in francese, inglese, spagnolo, bulgaro, persiano

* *

Dati relativi all’autrice
 

Gina Labriola è nata a Chiaromonte (Potenza) e si è laureata a Bari in Lettere Classiche.
E’ vissuta undici anni in Iran dove ha lavorato presso l’Istituto Italiano di Cultura di Teheran quale collaboratrice dell’ISMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), corrispondente dell’ANSA e lettrice presso l’Università di Teheran.
E’ visuta poi in Spagna, a Barcellona.Ha insegnato per oltre quindici anni Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università di Rennes in Bretagna e attualmente risiede a Parigi.

Quando può si trasferisce nella sua casa natale lucana a Chiaromonte, dove i suoi antenati le hanno concesso di trasformare un antichissimo catoio in un grande atelier di pittura su seta. Vi raccoglie i ricordi e i cimeli di tutte le sue patrie, fuse in un unico grande amore: quello della poesia.

La sua attività letteraria, ricca e articolata, spazia dalla narrativa alla poesia, dalla traduzione alla critica letteraria, alla pittura su seta. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue (francese, spagnolo, inglese e persiano ) e hanno riscosso prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali.

Sito di riferimento:

http://ginalabriola.tripod.com

6 Comments

  1. nella sua poesia c’è una grande energia, la parola nasce direttamente dalla fiamma e viva si fa rosa di salgemma, vento in un deserto che si ordina in paesaggi della memoria,quadri che in lei aprono porte di palazzi,vie verso ulteriori altri dominii del tempo in cui lei è sovrana.Bellissimi testi.f

  2. attraversare questa scrittura è inoltrarsi in un labirinto di immagini, è bello non ritrovarsi
    infatti non basta leggere, occorre porgere l’orecchio
    grazie Fernanda per ciò che porti “in evidenza”
    Elina

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