Franco Loi – Un albero nel giardino- Introduzione a MISTRAL

Introduzione a MISTRAL, Ida Vallerugo,Edizioni IL PONTE DEL SALE 2010

 

Un albero nel giardino

Ho conosciuto per la prima volta Ida Vallerugo nascosta dietro un albero nel cortile-giardino della biblioteca di Codroipo. E questo particolare mi sembra significativo per far comprendere il carattere schivo e insieme giocoso e impertinente di questa straordinaria poetessa della Val Meduna friulana. Scrivevo nell’antologia a lei dedicata dalla collana Nuovi poeti italiani di Einaudi: “Credo che pochi poeti abbiano una velocità e una contraddizione di pensiero come questa donna delle montagne. E più veloce del suo pensiero è la libertà del suo spirito e del suo dire”.

Questo Mistral, che esce dopo Maa Onda e Figuræ, si apre con una epigrafe che ripercorre non soltanto la traccia di una personale vicenda ma di una storia e di una vicenda collettiva: “Tanti fuèis secj in Provenza. / Mont in svendita, Provenza. / E tu, mint, Provenza viêrta e scura. // Ma tu parcè discoritu, muârta poeta?”.

Noi tutti conosciamo le foglie secche di una vita, ma si tratta anche della decadenza di un popolo e di una cultura, di una storia di emigrazioni e di ritorni, e della distruzione della natura attorno a noi, e della solitudine dell’uomo, ormai estraneo a se stesso e agli altri. Non a caso tutta questa sequenza di poesie traccia una strada da sé a sé, da città lontane alla Poffabro “luogo vero fuori dalle mappe / dove la neve cade in un silenzio mistico tibetano”.

Ed è appunto dalla sciolta catena del suo spirito che scaturisce la sua parola, una voce che sembra il sudore di un’anima tesa a dialogare con l’essenza delle cose, una parola inattesa, umile e provocatoria insieme, una parola che ama la parola senz’altro fine che il ritmo e il rispetto di una sequenza musicale: “Una voce lontana. / Voce umana, mia forza al mondo”, e, come ancora dice: “Quietatevi rami leggeri e troppo naturali / e liberate quel mare che in voi preme urlando”, sembrando invocare la propria quiete al prorompere di una poesia che dentro preme con urgenza, senza requie.

E qui Ida mi scuserà se in queste parole mi pare di rinvenire una preghiera religiosa. Quante volte ho discusso con lei attorno alla pulsione religiosa del poeta, e quante volte lei si è schermita, negando una qualsiasi ipotesi che non fosse concreta e consapevole del vuoto con cui ha a che fare la sua mente.

Eppure nessun poeta, o pochissimi sono così vicini all’afflato mistico e religioso come lei: “Ed esco. Esco per uscire. Che per amore esco. / Tutto ciò che ho al mondo è in me. / Oh quante genti che alle tempie mi accompagnano”. Non starò a sottolineare le due esortazioni evangeliche sull’amore  a se stessi e al prossimo. Ma, come diceva Petrarca, non c’è vera poesia che non sia anche “sacra scrittura”. Giacché il sacro si compie per movimento d’amore, e non per ripetizione stanca di parola o per idolatra venerazione d’immagini o per asservimento a concetti.

Certo, tutto è concreto e tangibile. Lo è anche la parola. Non possiamo che parlare di forme. Ma è attraverso forme che fanno sentire l’indicibile che le forme sopravvivono e si fanno tramite di emozione, di movimento interiore. Ida stessa dice: “Ho un rapporto mistico io con la stazione”.

Non si può non avere uno slancio verso il mistero del mondo: in questo impulso consiste la vita. E basta ascoltarla, Ida, quando legge le sue poesie: è come un unico respiro sonoro che non solo dà concretezza alle forme e molteplicità di significati, ma, come ha scritto Yeats, ispira all’ascoltatore, attraverso i suoni, contenuti nuovi e profondi: “La candela che racconta al laser il suo incanto mistero”.

Del resto, tutto in Ida – e così accade alla maggior parte degli uomini – è contraddizione, come quando parla dell’usignolo di San Martino: “Io non so incantarmi a te, creatura / che canti al buio per pura necessità”, eppure lo ascolta, eppure sente anche i suoi “silenzi” dove lei si perde.

Come vorrei che le moltitudini potessero ascoltarla, e lei stessa potesse risentire la magia della sua musica: “Ombri amadi ch’i vegnèit cidìni / sora di me a la ringhiêra a scoltâ al scûr / chel cjant e i na mi savèit ca sot, fêrma / e cuntra il mûr i tratèn il rispîr. / E suspindûs i sin, jò in vô, e par vô encja jò in lui”.

Non è consueto ascoltare una simile solitudine così protesa all’ascolto di sé e del mondo, una disperazione così colma di speranza, un poeta così abbandonato al respiro del mondo: “Miei dolci volti, oh noi fra poco in fondo alle ere // Provenza, Provenza, madre vuota / le tombe non mi lasciano maledirti!”. Se si percorre questa poesia con la sensibilità necessaria, non si può non sentire il fuoco che la pervade, l’ossessione di un cuore che si lascia toccare e travolgere da ogni cosa come fosse l’ultima àncora a cui aggrapparsi in un mare che non dà requie e trascina verso il fondo: “Perché così presto è finito il mio tempo? / Quale mano ha chiuso il cerchio e aperto l’abisso? / Tu non sai il terrore di sentirsi sparire / in una selvatica lontananza di sé, e guardarsi / intorno e dentro, essere per sempre perduti”.

Ah quanto male fa agli uomini la teologia! l’ideologia! quanto inerme è il grido di fede della poesia! Come dice San Paolo, e ripete così bene il poeta, “fede è sostanza di cose sperate / e argomento delle non parventi”. Per questo la poesia ascolta la “sostanza” di ogni cosa e la fa sentire attraverso i loro corpi. Non è un’idea della divinità quella che vogliamo, nessun uomo può acquietarsi in essa, ma desideriamo sentirne il fiato, assaggiarla attraverso il racconto di un’esperienza, raccoglierla in sé e nella musica di parole che hanno saputo renderla vibrante all’ascolto. “Vorrei venire a farti più leggera la tua morte”. Non si tratta di parlare di Dio, ma di farne sentire la presenza.

Ida Vallerugo è sempre nascosta dietro l’albero, con gli occhi aperti e l’intelligenza attenta. “In una tomba mi sono chiusa” dice. Ma è invece un albero in un giardino, è sotto una terra da cui non cessa di partecipare alla vita dei vivi e dei morti, alla vicenda del mondo.

“Olive rosse io vi chiamavo frutti / di un corniolo segreto a Poffabro, belli sul ramo / e da lontano. Senza rumore cadevano / nell’erba gli ossi di quelle olive in quel muto splendore / di selve, in quei silenzi per me non umani… ”. Una strana “tomba” la sua: “essere, essere, essere, anche se il mondo è finito essere”, un luogo in cui la terra è fatta di genti, di cieli, di natura, di fiori e frutti, di amore che non ha fine per tutto ciò che nasce, vive e respira su questa terra che pare la sommerga. Come dicevo qualche anno fa “Ida è vorace nel dire quanto lo è nel vivere. Tace a lungo, ma quando scrive è come un torrente della sua Val Meduna”. Il suo è un sepolcro da cui promana calore. Quale strano vento è il suo mistral: “mosche sfinite ai vetri”, “bei cipressi / che nel mistral insieme vi piegate sui cavalli”, “senza difese sono bei rami che vi torcete”, “vi porta / mie belle ombre per queste strade”, “e scoprire il limone, respirarlo a occhi chiusi / e fra le foglie Girgenti”: è un vento che sconvolge il mondo e trascina con sé un mondo.

Scorre la poesia e non abbiamo requie, proprio come non ha riposo il poeta in questo affanno di memorie, di rapimenti improvvisi, di cose vissute, amori negati, storie troncate, dedizioni disperate, e paesaggi, paesaggi con o senza orizzonte: “Corri, uomo vuoto, corri” esordisce e questa stessa poesia si chiude con “fredde lontananze” che “si aprono già in forme amiche”.

In Figurae, pubblicato in ricorrenza del matrimonio dei genitori e che è un anticipo di Mistral, Francesca Cadel scriveva: “Poesia in dialetto nell’accezione più alta, genealogia di un io inseguito attraverso la linea dei nomi femminili (Onda, Eva), che però si ritrova obliquo, ubiquo senza sicurezze”. Penso che questa ubiquità sia insita in ogni uomo, che difficilmente un qualsiasi uomo può dire di conoscersi veramente – intendo chiarire che nessuno, o quasi, può far corpo con lo specchio, può compiere sino in fondo il percorso della santità, raramente un poeta che, come diceva Kierkegaard “è sempre a metà tra Dio e l’asina di Balaam”. Nella poesia “Alla balaustra” c’è una strofa che dichiara esplicitamente questa condizione: “(Eppure non è meno incerto il mio domani / non so ancora chi sono e dove vado / e di me è molto di più ciò che ancora non sono. / O forse così io mi consolo. O forse / è il vizio dell’eternità). // Oh il piede del divino là in fondo // incerto sul pavimento”. Sono versi di rara profondità, una confessione del proprio status, della miseria umana o, come diceva Francesco, la povertà, l’umana “letizia” in fondo ad ogni disperazione. Forse in questa consapevolezza è la ricchezza della coscienza. Nessuno può andare oltre questa percezione di sé.

Ida Vallerugo ce la fa percepire con pudore, con ritrosia, ce la fa intuire da poeta che non ha certezze, ma recepisce, non ancora la quiete, ma soltanto di poter sostare inquieta, come l’“umana gente” al quia.

Franco Loi


Danilo De Marco- Ida Vallerugo

Note  relative a Ida Vallerugo:

È nata nel 1946 a Meduno, dove insegna nelle scuole elementari. Ha pubblicato due raccolte di poesie in italiano, La porta dipinta ( 1968 ) e Interrogatorio ( 1972 ). Dopo una lunga pausa di silenzio ha ripreso a scrivere, nella variante occidentale del paese natale, pubblicando poesie in
varie riviste : Letera a Menoc’, Biblioteca civica di Montereale Valcellina, 1982 ; L’aurec’,”Il punto”, n.6. Udine, 1983 ; Poesie, in Tore Barbina M., Ciceri Nicoloso A., Scrittrici contemporanee in Friuli, Rebellato, Torre di Mosto, 1984 ; Poesie inedite, in “Diverse Lingue”, n.3, luglio 1987 ; Mistral e altre poesie inedite, in “ Sagittaria, Annuario 1991 – Rassegna di cultura, società economica e ambiente del Friuli occidentale e Veneto orientale”, Edizioni Concordia 7, Pordenone. I testi qui pubblicati sono inediti in volume.
Nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale. ( Franco Brevini, Le parole perdute, cit. )
Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè ( la Buiese ) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello
astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano : non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze ; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante : la Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e la Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo. ( Amedeo Giacomini, Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, in “il Belli”, n.1, settembre 1991 )

Bibliografia critica essenziale.
Tore Barbina M., Ciceri Nicoloso A., Scrittrici contemporanee in Friuli, cit. ;
Franco Brevini, Le parole perdute, cit. ;
Amedeo Giacomini, Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, cit. ;
A. Colonnello, G.Mariuz, G.Pauletto (a cura di ), ‘I sielc’ peravali’, Scelgo parole, Edizione Biblioteca
dell ‘Immagine, Pordenone, 1992 .

 

9 Comments

  1. non so quante volte ho letto l’introduzione

    parto sempre dall’immagine del giardino

    vorrei “tentare”un’immersione, soffermarmi su un testo o due

    (li ho già individuati) lasciando fluire le emozioni che i versi producono

    la voce, avrei voluto ascoltare la sua parola e dove vanno gli accenti..

  2. “Scorre la poesia e non abbiamo requie, proprio come non ha riposo il poeta in questo affanno di memorie, di rapimenti improvvisi, di cose vissute, amori negati, storie troncate, dedizioni disperate, e paesaggi, paesaggi con o senza orizzonte: “Corri, uomo vuoto, corri” esordisce e questa stessa poesia si chiude con “fredde lontananze” che “si aprono già in forme amiche”.”

    Introduzione molto bella, auguri per il libro. E un saluto.

  3. Comunico con grande piacere a tutti gli amici del Ponte del Sale che
    la sera del 7 maggio a Scordìa (Catania), la poetessa Ida Vallerugo, riceverà il premio “Salvo Basso 2011” per Mistral.

    Anna De Simone

  4. NE SIAMO FELICISSIMI. PARTECIPIAMO TUTTI PER QUESTO PREMIO. SE fosse possibile avere qualche immagine sarei lieta di pubblicarla in queste carte. fernanda f.

  5. Mando volentierissimo alcune belle immagini della Vallerugo. Nel sito Premio Salvo Basso 2011 c’è quella ufficiale scattata nel momento della premiazione. Le mie foto sono amatoriali.
    Provo ad allegarle. Le mando ai contatti

    Anna De Simone

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.