SILVIA ROSA, DI SOLE VOCI: CON-TRA(d)DIZIONI DI UNA SOLA VOCE ERRANTE.

Cheng Yong – il corpo : legge  in braille

“… La bellezza è una cosa terribile e paurosa. Paurosa perché è indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono. Io, fratello, sono molto ignorante, ma ho pensato molto a queste cose.

Quanti misteri! Troppi enigmi sulla terra opprimono l’uomo. Scioglili, se puoi, e torna salvo alla riva!

…No, l’animo umano è immenso, fin troppo, io lo rimpicciolirei. Chi lo sa con precisione che cos’è ?  (…)La cosa paurosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. (…)Già, la lingua batte dove il dente duole… E ora veniamo al fatto. Ascolta.”- DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov ( trad. di Pina Mariani, Sansoni Editore).


… Sì, ascolta, e non ascoltare te: è di sole, di voci che il cuore si (di)batte? Non dio, che è troppo oltre, oltre noi tutti, ma quella che sentiamo e chiamiamo voce, quella che  chiamo dio, in ogni meridiano del pensiero, è quella carità verso l’uomo e verso tutto ciò che è vita, ogni eco e ogni montagna di cui abbisogna, attraverso cui quella eco si diffonde, è quella che chiamo divino e mi risponde, con la cura di ogni battito del cuore. Divora il vuoto che noi vivi  v i v i a m o. Ma il vuoto c’è, senza quello non esisterebbe spazio, ospitante quel suo battere, lento, rapido, trascinante, frenetico o convulso. E’ uno spazio che si articola, cresce, spesso, morendosi, mordendosi la carne, per trovare il suo es, senza incidere la sostanza. Di mortale in mortale vive, la linfa, la liquidità  di ogni voce, e in vece sua, noi, costruiamo gabbie, per cacciarci dal paradiso dei suoni e regredendo, nel “tronco” , farci trono di gravi, gravitando come masse nel cosmo, mosso da un dettato, che è il dettaglio che sempre ci sfugge, come in  un fortunale l’arrivo della notte, la tempesta dell’esistere, e in noi  fa messe di tutti i messaggi. Tutto dipende da quale fortuna noi attribuiamo alle cose, alla vita, al passato, per mettere nei nostri piedi  la terra e il cosmo come sole voci da percorrere, mentre nel cammino in noi creano continuo l’infinito, senza soffrire di pause, fratture, poiché nella vita nemmeno la morte o il dolore lo sono. Persino i buchi neri fanno parte del tutto , anch’essi partecipano del dinamico equilibrio.

Silvia Rosa, Di sole Voci -Lietocolle Editore 2010

(prefazione A.Pigliaru- Nota E. Campi)

Se DI SOLE VOCI, come  ci avvisa il titolo,  dovrei andare all’ascolto all’interno delle stanze del libro, auscultando il battito del suo cosmo, il groviglio o il travaglio di un vagito, in cui ogni parola nasce, tra le cosce della lingua, poi scopro, appena oltre la porta  in cui la voce di Maria Zambrano viene richiamata dalla prefazione di A. Pigliaru, che quelle voci sono già incarnate o incarnite in seno ai corpi, nello zoccolo della bestia tristezza, bestia onnivora che tutto divora, compresi i mortali, come una sono la selva di braccia che accerchiano il vuoto di un abbraccio perduto, la rosa delle labbra sfiorite nel tempo incenerito, e hanno identità che si rivestono di cifre,  come a dire Caio e poi Sempronio, e sono solo loro , i soli accesi, non noi, un noi che disattivi il riconoscimento, l’ingabbiamento della voce in un corpo, contrariamente a quanto accade ai suoni, perchè l’aria è il corpo dei suoni e mai la/si scalfiscono pur attraversandola/si, eppure, mirabilmente, costruiscono i miraggi che la mente, sempre disadorna, insegue, per architettare le sue strutture, con-giunture, con gettate di silicio e ferri da armature per ingabbiare noi in certezze che, poi, si dimostrano per ciò che sono: vuoti, a rendere vuoti noi. Gatta-buia, la parola, non ha luce abbastanza e non risale sbalzando la china della scrittura, la groppa e la grotta  della cavalcatura non si lasciano montare e ci si ritrova sempre nel medesimo gorgo, che poi è un punto, fermo nella stessa stazione, in una sanzione che istruisce solo una desolante tristezza, un languore in cui si sta a bagno, nell’acqua della bocca mentre  la lingua s’è fatta un girino, al margine di un pozzo che non si ode, non ode la sua eco. Il deserto, non si fa de-serto di nessuno, non ospita un lussureggiare di luci in-quiete latifoglie, che vivono in sé tutte le stagioni dell’essere, non ci sono cessioni di semi e guarigioni o guarnigioni di fioriture, come gli odori riescono sempre a trarre dalla profondità dei nostri solchi più nascosti, persino nei precipizi, nelle ruvide pareti degli stra-piombi. Dicono, senza vocaboli mobili, il mobilio del vento, soffio lieve delle sillabe, piccoli erodi, di altri eroi ed errori,  roditori che mangiano la parola e non le lasciano la possibilità di muoversi tra estremi, di navi-gare nei mari dei linguaggi, non danno la possibilità di  essere luogo in ogni altro luogo, lungo il  confine di ciascuno, aprendo varchi tra le arti e gli arti si atrofizzano, non trovando passaggi, paesi, geografie dei nostri atlanti da percorrere senza tempo, l’acrobata che si rompe sempre, tra un tic e un tac, le os-sa.

Mi sporgo nel deserto di me stessa“, ma “ io (sono) isola di rovi abbandonata” e ciò che vede è solo un moto di superficie, il pulviscolo del profondo movimento nelle clessidre delle sabbie, in una incessante mutazione delle geometrie, che dispiega la continuità, la rende vela per andare al largo, lontano dalle coste, dove il corpo è abbandonato come un pesce sirena, quando la sera aspetta che spiri. C’è un dolore delle parti, che è poi  sempre il medesimo dolore-colore: un me grigio, che non si fa ME che brilli la creazione, l’antica divinità non si esplode, non si lacera con gli artigli per rigenerare del suo sangue altri,  come potrebbe. Sprofonda, non fonda, affonda nel proprio tonfo, non  racconta che  la caduta, sempre già avvenuta e non si guarda a mezz’aria per godere anche quel gesto. Come a sorprendere l’attimo in cui la notte si fessura e dalle sue carni il latte dell’alba si  sostanzia. Invece accade che si lasci sbriciolare, svenire e non viene che in orga(ni)smi vacui, dove ancora una volta non “si” perde, ma trova il vincolo per veicolarsi in un vicolo cieco, di sé e dell’altro, perdendo persino l’indumento che non nomina, l’amore,  che non veste quei corpi intrappolati in un logo, marchio sulla carne e tra i pensieri, che non conoscono il corpo, svilendolo, assottigliandolo al punto, che alla fine si fa segno, come ogni altro vuoto segno di scrittura. Un corpo undici, navetta da cont(r)atto, che scorre dentro il capo(ri)verso.

Non dell’intimità con il tutto, a cui il corpo di ogni uno nel corpo intero ci in-segna  di far parte, credo dica questo testo, ma dell’erosione che nelle vene delle parole si è compiuta, negli scarti dei binari della guerra, viva di odio e inter-essi, che scompagina i nessi, le tramanti filature della natura, che ha soffocato per aridità le colture, ha avvelenato le terre e come  in un orto in cui non manchi il contadino, ma in cui manca la sostanza necessaria, l’acqua piovana, il freddo dell’inverno, il gelo della morte, con-traendo se in se stesso il corpo non ne trova l’essenza viva, lucida, di sole, come tutte le voci che, come in un grano di sabbia in un deserto, brillano di miliardi di diamanti e, a cielo aperto, in-vita il sé a crescere, morendo il me, che è l’àncora e l’ancora in cui insieme stanno nel solco, senza contra(d)dirsi, errando, andando, prima di immergersi nel fondo, nelle geometrie più complesse, ai vertici del vento.

f.f.- luglio 2010

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Steven Kenny

Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze cosí singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di piú illogico, spesso, di queste analogie.”- L. Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca

17 Comments

  1. Personalmente trovo che molti testi di questa raccolta, nati in blog attraverso e come conseguenza di lettura di immagini, nella carta perdano corpo, ma anche voce, perdono l’interazione per cui e di cui risultavano vivi,vitali.Qui, nella carta stampata, appassiscono. Restano alcuni passaggi, all’interno dei testi, da rivedere e spogliare di più, secondo me, lasciando davvero solo la voce netta. Sono inoltre dell’idea che un libro, se ha corda da impiccarti o da intrigarti parli da sé e sia lui a portarti tra i suoi quartieri o le trincee, i segni, le tracce, senza presentazioni, postfazioni, il libro e niente altro. Anche le recensioni:sono semplicemente letture, e ogni lettore si deve trovare le sue senza in-canala-menti. Pareri,certamente,soltanto pareri.f

  2. non entro nel merito del giudizio complessivo.
    non ne ho né la competenza, né l’attitudine a farlo.

    dico solo che recensioni come questa, e non sono poche in giro, sono un semplice meccanico incomprensibile e fine a se stesso esibizionismo verbale.
    non dicono nulla, non lasciano nulla.
    ma in certi preziosissimi salotti vengono apprezzate, lì sì, giusto perché si è dentro quel salotto.

    con rispetto,
    pier

    p.s. tengo a dire che non ho alcun rapporto né di parentela né d’altro con silvia e tantopiù e fortunatamente con lietocolle. è solo che mi chiedo come sia possibile affrontare dei testi in questo modo onanistico e splendente nel nulla. tutto qui. grazie.

  3. nessuno è obbligato a seguire le letture di un altro,lo dico anch’io, un commento sopra al suo,signor Piermaria, dove scrivo con chiarezza e in brevissima sintesi ciò che penso. Non ho l’usanza di masturbarmi né mentalmente, con parentesi quadre o rotonde,che uso per studi matematici analitici e geometrici, né fisicamente con intrallazzi di nessun genere con autori o editori.Non frequento salotti,tranne il mio di casa e ho l’usanza di lavorare e studiare,senza andare in giro per vetrine e vetrerie. Quanto allo scrivere:un libro, per me, vive di ciò che lo costruisce, delle parole dell’autore e di nessun altro ne tessa le lodi o lo demolisca.Ogni lettore, secondo me, è chiamato in causa: è lui, e solo lui, lettore a ricostruire il libro, sempre, e a tenerne per sé memoria.Chi l’ha scritto ha già fatto il percorso, ogni ulteriore lettura può suggerire al lettore delle finestre che, forse, a volte non aveva aperto, ma ogni lettura è una riscrittura.Si badi dunque alla propria lettura, non tanto a chi, parimenti ad altri lettori, ne ricostruisce con le proprie chiavi un percorso tra tanti.Legga il libro, tragga le sue conclusioni, le sue visioni, o non lo legga affatto.Lasci scorrere le mie,che m’erano state chieste.Compia le sue scelte. fernanda.

    PS: un’ultima domanda.Perché mai mi muove le critiche solo adesso e per questa recensione, ne ho fatte altre,per altri autori, solo questa le va di traverso? Se legge con attenzione quanto ho scritto nella presentazione,senza portare testi a corollario,si renderà conto di cosa penso, di cosa cercavo e non ho trovato,viste le premesse, anche se non l’ho scritto tra parentesi .

  4. sì, domanda corretta.
    chi mi conosce sa che da sempre mi tengo lontano da certi salotti letterari che oggettivamente sono destinati ad una cerchia, come dire?, di eletti, e lo scrivo con pacatezza. primo perché, e l’ho scritto con quell'”incomprensibile”, ci capisco poco di quello che scrivono e non ho prblemi a dirlo, secondo perché spesso mi danno l’impressione che quello che viene scritto per un testo è scritto per se stessi e quindi applicabile ad altri 100 libri (nessun riferimento personale), terzo perché credo che il compito di un critico debba essere quello di fornire chiavi di lettura possibilmente comprensibili a tutti (chiaro, è una visione soggettiva, ma non sono solo, a partire da cocteau fino agli spatola, ecc.).

    quindi è la prima volta che metto piede qui.

    poi. ci sono finito con un link su fb e poiché silvia è una delle 25-30 persone che leggo su quel sito, per curiosità sono caduto qui.
    (non è comunque la prima volta che intervengo in questo senso durante gli anni, quindi non vi era nulla di personale verso di lei, che non la conosco nemmeno)
    niente di misterioso o prefabbricato.
    tutto qui.
    la ringrazio per l’ospitalità e la sua cortese risposta
    pier

  5. non ci sono eletti, qui,in cartesensibili,solo letti. Non ho l’abitudine di stroncare nessuno, né di imbalsamare o incensare chi scrive:mi sento inadeguata a dire sugli altri, su ciò che scrivono.Sono convinta che ogni lettore sia relamente colui che fa vivere un testo, poiché lo riscrive di persona, con le sue capacità di selezione, con le sue allucinazioni, con le sue memorie, che interagiscono in modo diretto con quanto il libro gli fiorisce in corpo, non solo nella mente.
    Non ci guadagno nulla e, personalmente, non amo mettermi in mostra,anche se appongo la firma:lo faccio per presa responsabilità di quanto ho scritto o detto.

    Perché non ci/mi propone i suoi testi, io non ho la possibilità di conoscere tutti,le ho detto:mi ritengo inadeguata e, ultimamente sto pensando di mandare a quel paese la scrittura e i suoi cerchi:Dante ha già scritto tutto,molti secoli fa, non è cambiato praticamente niente.Le stesse compagnie di ventura, imperatori,armigeri, le stesse bandiere e gonfaloni,le stesse armi, le stesse picche e ripicche,le stesse identiche miserie, molta, molta meno abilità e maestria nel dire.ferni

    cartesensibili@live.it

  6. non ho ancora letto il libro (se non qualche breve stralcio) e non posso dunque azzardare commenti. ho letto le recensioni di Enzo, Alessandra e Fernanda come letture per le quali non ho pezze d’appoggio, cedo quindi il tempo alla parola dell’autrice, cui rivolgo i miei auguri per questo suo ultimo lavoro.
    nc

  7. Non capirsi è terribile
    non capirsi e abbracciarsi,
    ma benchè sembri strano,
    è altrettanto terribile capirsi totalmente.

    In un modo o nell’altro ci feriamo.
    Ed io, precocemente illuminato,
    la tenera tua anima non voglio
    mortificare con l’incomprensione,
    né con la comprensione uccidere.
    EVGENIJ A. EVTUSENKO

    Gli auguri li faccio anch’io a Silvia e anche degli appunti, per quello che vedo e che posso, poi sta in ciascuno il proprio passo, e ogni altro è sempre e solo a fianco. f.

  8. Come Piermaria, anch’io sono stato condotto a questo indirizzo da un link su fb, attenzionato dal fatto che ho letto diversi testi di Sivia Rosa, un’autrice giovane che ho avuto modo di apprezzare e qualche volte anche di commentare.
    Naturalmente ho letto con molta attenzione la presentazione che qui ne viene fatta da fernirosso e certamente si tratta di una prosa poetica (è evidente che non c’è il taglio critico-letterario, come la fernirosso stessa afferma in più riprese), direi quasi delle note a margine (anche se mancano i riferimenti testuali, quei passaggi solitamente usati per avvalorare il senso, l’orientamento della lettura soggettiva), tuttavia si tratta di una prosa che ho trovato affascinante, ricca di risonanze, suggestioni, pregevolezze formali.
    Ma il punto qui -chiaramente- non è la prosa di fernirosso, è la poesia di Silvia Rosa, una poetessa giovane, alla sua prima importante esperienza editoriale. Spesso, per le opere prime, si tende ad essere eccessivi, negli elogi così come nelle stroncature; acidità e buonismo -quante volte mi è capitato di constatarlo!- si alternano in quell’acutezza tipica degli accessi febbrili che accompagnano l’insorgere di una patologia, quasi si fosse di fronte ad una questione estrema, una passione incontrollabile. Niente di sconvolgente: la passione letteraria non è solo innamoramento per la parola, è anche un andare a sollecitare quel “dio” così ben evocato da fernirosso (il daimonion socratico o il soffio divino di ebrei e cristiani), e noi lo sappiamo bene sulla nostra pelle, dio non sempre è temperante, non sempre misericordioso…e soprattutto un dio dis-omogeneo.
    Ed è appunto in nome della sacralità soggettiva di ogni “lettura” (specie in poesia), che non condivido la lettura legittima di fernirosso; non quanto espresso nella presentazione bensì nel commento (che avevo letto già stamattina e mi sembrava diverso da quello che ho letto poco fa, nella seconda parte, diciamo…mah). Come ho scritto sopra, ho avuto modo di leggere molte delle poesie che compongono il volumetto in libreria, e non mi sembra che la “voce” di Silvia Rosa non sia una “voce netta”, per quanto è penetrata di senso tragico e profondo, spesso un “urlo del/nel vivere”. Da “Sbavatura” a “(Nell’)assedio”, da “Un fiore” a “Istruzioni per l’uso”, da “In attesa del tuo ritorno” (di una potenza lirica esemplare) a “Voglio solo me stessa”…e ancora potrei citare titoli e ancora passaggi, intere strofe, certo di evidenziare un “canto” spesso di levatura classica (nel senso di degnità non solo letteraria ma anche e soprattutto nel senso dell’ “humanitas”). Certamente nessuno si può arrogare il diritto di separare ciò che è arte da ciò che non lo è (ci ha provato un secolo fa il povero Croce, e andate a chiedere a Borges cosa ne pensa…), ma di certo e soggettivamente io lo so che ho di fronte una parola d’arte, quando una poesia, un verso, una metafora, trapassa le mie barriere intellettuali; lo so perché quel verso, quella metafora, quella poesia, mi smuovono dentro, mi sommuovono e mi commuovono. Così è per me, s’intende, e così è per me leggendo le poesie di Silvia Rosa, una voce giovane che già reca un’impronta adulta, già marchiata dal demone della parola poetica (e da quell’esperienza profonda del Dolore che non ci lascia scampo, se non nella Parola appunto).
    Forse mi sono dilungato troppo…e allora esagero, chiudo con una citazione…

    “…la mia Chiesa
    è una finestra nel vuoto
    chiusa
    sul riflesso di me
    che non sono.”
    (Madonna domestica)

    un partire quindi da uno “spazio sacrale”, un vuoto d’anima (ma non un’anima vuota), un chiuso, l’ esistere in un riflesso che non riflette nulla (o soltanto lo rispecchia); un porsi di fronte all’esistenza, disarmata, senza ferro addosso, nuda, carnale, umana. Solo la voce, di “sola voce” appunto, parafrasando il titolo del libro. Una voce che personalmente ho sentito. E non in superficie.
    Un cordiale grazie a fernirosso, che spero apprezzerà la mia onestà intellettuale, così come io ho apprezzato la sua.

    Francesco Palmieri

  9. Purtroppo quando scrivo corro e spesso commetto errori che vedo solo in seguito,perché leggo pensando a ciò che avevo in mente.
    Il commento è lo stesso di stamane, con qualche errore in meno. Ho letto i testi dell’autrice in questione, attraverso il blog, quando di Silvia non si sapeva nulla, era apparsa in VDBD, con dei testi nati come letture di immagini, della Sacabo mi pare, che aveva trovato nel mio blog, e mi aveva scritto se anche io scrivevo in quel modo, sull’onda dell’immagine. Le avevo risposto che no, le immagini che scelgo per l’impaginazione, le scelgo “a contrasto”,le scelgo dopo ,la scrittura viene prima, non descrivono ciò che scrivo. Secondo me è un modo per far brillare qualcosa, in chi legge, soprattutto in un tempo in cui domina la fretta e tutto sta appeso “alle ciglia”, come spesso trovo scritto in giro, con poche frecce da lanciare e da raccogliere. Quasi sempre le solite storie. Rileggendo poi quei testi nel libro, che mi ha gentilmente inviato, perdevano l’evidenza che invece, sempre secondo me, che non sono niente altro che una che legge,avevano nel blog, insieme con le sequenze di foto con cui venivano proposti. La lettura della presentazione del libro, quella poi dei testi, infine la postfazione, sono, sempre secondo me, mondi diversi, tanto quanto lo è la mia lettura qui e la sua, signor Francesco : tutte sono percezioni, vivono in-distinta-mente di ciò che compone il “testo” (la testualità e contestualità) del lettore.Nel blog i suoi testi sono rintracciabili, perché metterne altri? Si compri il libro chi vuole avere il piacere di leggerlo e rileggerlo, perchè fermarsi qui?
    Non amo i libri di critica letteraria, per quanto me ne sia sorbiti parecchi, e questo perchè non metto nessuno su nessun trono, su nessun vertice, noi siamo lettori, tutti, davanti e dentro ciò che la vita, e tutto ciò che la compone o meglio lei compone, ci suggerisce e noi cogliamo.f

    PS:Se tutti vedessimo nello stesso modo il mondo e se tutti la pensassimo alla stessa maniera sarebbe noiosissima la vita.No?f

  10. Cara Fernanda, mi scuso per il ritardo con cui intervengo a ringraziarti di aver letto il mio libro e di avergli dedicato le tue parole (sono stata io ad inviartelo, di mia iniziativa, perciò ti sono grata per l’attenzione che gli hai riservato).
    In genere, quando capita che i miei lavori vengano pubblicati in Rete, aspetto sempre un pochino prima di intervenire, leggo e rileggo i commenti altrui, ci penso su, insomma cerco di lasciar decantare in me le impressioni e le suggestioni che attraverso le letture/interpretazioni altre mi giungono.
    C’è poi da dire che questa cosa dei commenti mi mette sempre in agitazione, non so mai che cosa scrivere, e ci impiego un’eternità a buttar giù poche righe, non mi riesce di scrivere di getto. Mi sento molto in colpa per non lasciare mai il segno del mio passaggio quando leggo testi di altri autori sui vari blog, ma non è per disattenzione, è per quel senso di inadeguatezza a cui facevi riferimento tu e che comprendo benissimo. Mi sento inadeguata a dire di me, figuriamoci degli altri.
    Sono reduce da una nottataccia e da una giornata piuttosto impegnativa, perciò non so se riuscirò ad esprimere in modo chiaro il mio pensiero (che poi mi vien da domandarmi se a qualcuno importi, cioè, magari farei meglio a tacere), ma ci tenevo ad esserci, ché non vorrei sembrasse una forma di superficialità o di indifferenza questa assenza mia nell’attesa che le Parole mi vengano incontro, mi si diano, per poterle restituire nel migliore dei modi.
    A me la tua lettura del mio libro non è dispiaciuta affatto, anche se ti confesso che non sono riuscita a capire tutto, ho trovato alcuni passaggi molto complessi, oscuri, ma questo dipende forse dai miei limiti, dalla mia incapacità di cogliere tutti i significati che hai sapientemente disseminato nel cuore pulsante del testo, e che si sono diramati in mille rivoli di senso tra le parole tutte da dischiudere, così ingravidate di accenti e sfumature che qua e là mi sono sentita a volte perduta in quello scorrere di immagini vive.
    Però mi sono imbattuta anche in alcune parti di questo tuo articolato e poetico dire ritrovando-mi, cioè mi è sembrato che tu fossi riuscita a cogliere non solo uno dei canti in sottofondo delle Sole voci, ma proprio la mia di voce, ME. E che questa voce, questo ME, io l’abbia visto attraverso i tuoi occhi così “grigio” , sprofondato “nel proprio tonfo” , contratto in un corpo svilito, abbracciato al vuoto, immobile in un “vicolo cieco”, impegnato a gridare muto “la caduta sempre già avvenuta”…ecco, paradossalmente, mi ha fatto pensare che, pur con tutti i limiti e le fragilità e le imperfezioni, la mia Parola è autentica, mi corrisponde, dice davvero di (quel) ME, anche se di me non dice tutto. (Una volta qualcuno mi disse –e mi piace tanto ricordarlo- che la poesia è la propria ontologia). Ecco, Di sole voci parla di (e per) ME oggi, è in un certo senso il mio ritratto. E certo non è un ritratto a tinte pastello, di luce se ne vede ben poca, ci sono Ombre dense di tristezze inconsolabili e il peso specifico delle labbra sfugge alla misura del sorriso, gli occhi sono contratti e non vedono che il sé in una macchia tenue, un’impronta della pelle che sfigura, ma questo ritratto è fedele alla (mia) realtà. E poi gli altri possono non riconoscersi, certo, ma riconoscono, o almeno, tu ci sei riuscita, i tratti definiti (ma non definitivi -spero-) di questo vol(t)o a perder-si.

    Alle tue osservazioni presenti nel commento mi sento di rispondere molto brevemente solo questo: la prefazione di Alessandra Pigliaru e la postfazione di Enzo Campi hanno per me un certo significato, mi permetto di dire affettivo, che non attiene alla logica della “pubblicità gratuita”, non sono cioè testi a supporto delle mie poesie, ché da sole poverette non potevano andarsene in giro per il mondo. Come giustamente ricordavi tu, molti testi presenti in questa raccolta fanno parte del progetto Scatti per voci sole, di cui Alessandra è coautrice insieme a me. Mi pareva quindi corretto nei suoi confronti che il suo nome e le sue parole facessero parte del libro, perché questo libro senza di lei e senza la nostra collaborazione molto probabilmente non esisterebbe. Per quanto riguarda la postfazione di Campi, l’ho fortissimamente voluta perché Enzo è stato il primo che ha analizzato e interpretato i miei testi e perché nutre lo stesso mio interesse per il discorso sul Corpo. Questo libro mi piace definirlo il mio battesimo di carta, e Alessandra ed Enzo sono per me madrina e padrino, li considero due presenze importanti e positive e per questo ho voluto che mi accompagnassero in quest’avventura.
    Ma mi rendo conto che le mie motivazioni nulla hanno a che vedere con quanto più in generale affermi tu e su cui mi trovi d’accordo: un testo vale per sé e se vale può essere scritto anche sui muri di un bagno pubblico e lì inchiodarti alla parola nuda e cruda -anonima-.

    Non voglio rubare altro spazio, ché mi sono già dilungata troppo.
    Ringrazio di cuore te, Fernanda, per l’accoglienza che mi hai riservato su cartesensibili e tutti coloro i quali, via fb o per altri sentieri, sono giunti qui a leggere e ne hanno lasciato testimonianza: grazie a Giuseppe, Piermaria, Natàlia, Francesco. (Mi scuserete, spero, se, data la mia natura poco incline alle polemiche, non entro nel merito di ogni vostro intervento…)

    Grazie per gli auguri!
    E crepi il lupetto!

    Un caro saluto a tutti

    Silvia Rosa

  11. Comincio da ME. E’ una divinità antichissima, poteva anche essere MA, radice di MAMA (poi mamma,anche lei creatrice). ME o MA, radice anche di MAre,ha la possibilità di creare, appunto, di modificare, di stravolgere tutto.Il pronome che deriva da ME, indica dunque questa stessa potenzialità, come a dire che ognuno di noi, ha in sé la capacità di modificare ogni cosa, può evolvere e rivoluzionare la percezione delle cose:SEMPRE, anche quando sembrano terribili e nerrissime, o grige. Bisogna accettare di annegarsi, di negare la prima percezione, ed elaborarla,come si fa con un lutto:tutto è perdita nella vita, tutto.Finché non si impara questa lezione, non si può andare oltre,si resta nel grigio, ci si crogiola nel grigio come in una sabbia mobile, e i colori bisogna che te li schizzino altri,altro,la casualità di un incontro,un oggetto, un disegno, un fiore…, mentre la ca(u)sa siamo sempre e solo noi, che ci intetriamo e non evolviamo.Personalmente non ho avuto una vita facile,ho pianto ,anche molto, mi è sembrato addirittura di morire e sono stata sul punto di morire.MA, c’è stata una ME, in me piccola, che ha iniziato a sanarmi.Da quella pro-cedo, non a favore di me stessa, ma della vita e ne sono ampiamente ricambiata. Non certo con denaro, proprietà,visibilità, o altro del genere.No, assolutamente no:con la capacità di sentirmi così piccola e sempre sull’orlo di cadere, che basta un soffio di vento per tenermi in aria e respiro, respiro con ampiezza. I libri, soprattutto quelli di poesia, dovrebbero essere sananti, non mostrare la fossa dove sta chi ha scritto e da cui è ancora imprigionato.Tutti lo sono.Serve trovare la fessura da cui andare in altri luoghi o costruire quei luoghi,mostrando l’accesso e la possibilità che ognuno ha in sé,senza aspettare il permesso o il controllo di nessuno. Buona fortuna, buon cammimo Silvia.Trova la tua ME, non è chissà dove,sta lì dove già sei .f

  12. ho letto la presentazione del libro di ferni e, per quanto mi riguarda, non mi sembra oscura. Tra l’altro viene riportata in prefazione una luce:il pensiero di Maria Zambrano per cui non termino mai di stupirmi per la finezza e la profondità del suo dire, assolutamente poetico, e per il pensiero che abbraccia con totalità logica e spiritualità, con aperture che solo lei è riuscita ad offrire al pensiero contemporaneo. Eppure non è tra le autrici più chiare,leggere il suo Dell’aurora richiede un’apertura mentale e conoscenze,oltre che una predisposizione alla riflessione e all’abbandono dei comuni metri ideologici non indifferenti.
    In ognicaso, tornando all’oggetto, è proprio nella poesia, prima che nella filosofia, che Maria Zambrano vede la passione più profonda dell’uomo, una passione totale e dotata di genuinità, distillata e distillante, che vuol far vivere tutto. «Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, si impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità. Poesia è sì lotta con la carne, relazione intima con essa, che dal peccato – la “follia del corpo” – conduce alla carità. Carità, amore per la propria carne e altrui… Il peccato della carne segue la grazia della carne: la carità» (Filosofia e poesia, Pendragon, 1998, p. 72). Penso che da questo si sia sviluppato poi tutto il pensiero di ferni e che questo, dunque abbia cercato nel libro.seba

  13. sono accorso al richiamo di Maria Zambrano,autrice di testi memorabili,che torno a leggere spesso,poichè nelle sue tante pieghe e nell’oscurità di taluni passaggi,trovo, a volte i chiarori di cui lei stessa parla nei suoi libri.
    Credo però che la sua caratteristica più affascinante, ciò che sempre mi lega ai suoi scritti, alle sue acute riflessioni, consista in uno sforzo che non abbandona mai, ed è sia intellettuale che interiore, nel senso di viscerale.Convoca in se stessa e cerca di dare voce a ciò che resta silenzioso, celebra l’oscurità, ciò che è vivo e ci vive dall’altro lato dell’esistenza, dove noi lo esiliamo. Là, muta, nascosta ma tangibile così profondamente e inevitabile ,se si pone noi in ascolto,lontani da ogni altro bagliore che la società ci conficca e ci impone nel corpo e nella mente, spegnendo lo spirito,c’è una voce e c’è un segnale, un insegnamento unico, capace di liberarci dalla tendenza di considerareil pensiero come assoluto, ci offre una misura di umiltà, che deve essere la compagna di ogni cammino di conoscenza.Ci si deve spogliare,come dice ferni, del me,per aprire e abitare quel luogo profondo in ciascuno di noi.L’impegno principale e la passione profonda per Maria Zambrano, fu certo la filosofia, in cui, come sfida di ogni giorno che la ricerca e la riflessione sul pensiero e le sue strade, il pensiero oggettivante che tende a negare l’anima stessa da cui trae origine. Non esiste per lei nessun sistema di pensiero su cui appoggiare la propria sicurezza,nemmeno filosofico ( lei lo definisce castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto.) Cerca di realizzare una “filosofia vivente”,che sia sempre disponibile a confrontarsi con l’essere umano, in tutta la sua interezza,lavora per raggiungere, come lei dice, “il logos che scorre nelle viscere”.
    “Il pensiero, a quanto sembra, tende a farsi sangue. Per questo pensare è cosa tanto grave. O forse è che il sangue deve rispondere al pensiero… come se l’atto più puro, libero, disinteressato compiuto dall’uomo dovesse essere pagato, o quanto meno legittimato, da quella `materia’ preziosa tra tutte, essenza della vita, vita stessa che scorre nascosta.” Sempre profondamente vitale nella sua riflessività,cerca di offrire qualcosa che il pensiero nega, avvilisce, sfinisce.Ma, non è certo lineare la sua scrittura,né semplice capirla, seguirla.

  14. perdonatemi, ma questo non è un saggio sulla “poetica” della Zambrano, di cui si potrebbe parlare a lungo, ma altrove. qui si sarebbe dovuto presentare un libro ed una voce (di sole voci), una voce femmina, che si scava nelle immagini che rappresenta benissimo ed “acutamente” di per sé, senza bisogno di supporti audiovisivi.
    Il testo di Fernanda, di cui apprezzo sempre la scrittura, in questo caso copre senza svelare. Non era il suo intento e, conoscendola, lo so e me ne rendo conto. Ma questa “recensione” non ha l’effetto né di una critica né tanto meno di una semplice rilettura.
    a me, doppiamente lettrice, appare piuttosto come una sua scrittura, che nulla ha a che fare con il testo da cui intese prendere spunto per partire.
    ed in tale ottica, apprezzabile.
    tanto sentivo di dire.
    vogliate perdonarmi.
    nc

  15. in effetti la mia lettura ha voluto portare le voci anche se ogni scrittura è un corpo, se si vuole anche un corpo a sé, poiché il pensiero o il sentire di chi l’ha prodotta è certo tra quei segni ma, proprio come segni, non univoci, almeno quelli che configurano le nostre parole, sono interpretabili da ciascuno, come ho già detto.Credo di aver spesso ricordato che quello che io porto è una mia lettura, non per darmene un vanto, ma perché si capisca con chiarezza che è mia e come tale alla stregua di ogni altra lettura.La mia nasce dalle “mie” memorie e dalle “mie” allucinazioni, certo,anche quelle, che una lettura mi propone, mi porta.La visionarietà è una delle donazioni di ogni lettura, almeno questo continuo a credere. La parola è un luogo, o tanti luoghi insieme, ma sono i nostri luoghi che con quelle chiavi si aprono, si schiudono, o ci chiudono al loro interno.
    Quanto a Maria Zambrano, che leggo e studio,da tempo,la prefazione la cita e forse anche quello, in qualche modo, conduce a delle attese sui luoghi che si attraversano nel libro. Zambrano parla di spiritualità atta a sanare il pensiero, il corpo. Forse è questo ciò che volevano dirci Seba ed Ernesto,che ringrazio,come ringrazio Natàlia per aver portato una ulteriore voce che, attraverso il segno, si è già incorporata si è ri-vestita prendendo forme che, magari, non sono quelle sue consuete.E questo capita sempre,le voci, la cosa più vacua e profonda al tempo stesso, che ci coglie anche a distanza, di tempo e spazio, portando corpi dismessi, sono uno dei misteri dell’es-senza di cui siamo testimoni,con cui costruiamo una spiritualità salvifica, anche quando è (p)ossessiva. Ciao a tutti e a tutti:grazie.f
    PS: IN OGNI CASO CIO’ CHE CONTA E’ IL LIBRO, NON LE LETTURE CHE ALTRI FANNO.Questo per me è fondamentale,sempre.

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