VERSO IL SOLSTIZIO d’ESTATE 2010- SERATA ANTONIN ARTAUD: un corpo pieno di organi

tommaso favaron- le due torri, rovigo

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Si sta per strada, sul lastrico: tutti. Noi e “loro“, che loro non sono più. Tutti pubblico,tutti:  autori, registi e attori. Tutti  noi, attori di uno stabile, teatro degli assenti, che ci governano il pianto e il riso, le tante paure, le ansie, e alla fine i sogni non riescono nemmeno più a starsene in piedi sulle loro gambe. Servono stampelle, protesi, arti posticce.

Un corpo: un corpo a cielo aperto, e tutti gli organi esposti.

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t.f. – piazza matteotti- rovigo


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Questo ho visto, questo è accaduto qualche sera fa, a Rovigo,  in piazza Matteotti: l’inizio del Corso del popolo. C’era la piazza, come teatro (del)l’incontro, (del)lo scontro: c’erano i testimoni di ferro e di pietra accanto a tutte le parole pronunciate. C’erano quegli enormi colossi di mattoni accatastati,  segno di una milizia e di una guardia, di una for(tez)za esercitata con un p r e s i d i o in armi. E su quel corpo di memoria a st(r)ati, si sono astratte per strada, una via sull’ altra, tutti i modi, i mondi comprendendo anche il cielo, quel  cielo ancora intento a sorreggere le stelle e le iniettate scie degli avio-getti, mentre gli uccelli, i passeri, i merli, i corvi, i piccioni e ogni altra specie  un po’ più in basso, spargno le loro ultime grida alla sera che li chiude  nelle profondità del sonno, dell’inquinamento sempre più pesante. A terra, all’ultimo livello, noi, tutti  ad ascoltare e a parlare, a correre in bicicletta, a portare a spasso il cane, il luminare, l’artista, l’attrice, l’attore, l’insegnante, il critico d’arte, l’assessore, il mistificatore, il muratore, lo studente, l’ammalato di mente, l’annoiato, il giovane, la bambina, il gatto, l’amante, la nonna, la zia, la conventicola dei soliti studiosi, il fotografo, il giornalista, l’apprendista, l’operaio…Tutto il casellario, l’abaco delle diverse specialità umane e non umane che stanno insediate tra le scale e le poltrone, fino alla riga delle vetrine e oltre, perse nelle strade e nella case, dietro le finestre o nel buio della campagna.

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t.f.- sergio garbato

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C’è chi mangia la pizza, mentre Garbato racconta la sua tesi, una tesi vissuta non tra carte morte, ma a cavallo di viaggi e incontri,  mobilia della sua testa. E mentre lui parla c’è chi la pizza la registra per fissarla in un film, magari come quello sceneggiato da Artaud, il film presentato in chiusura contro cui persino lui, Antonin, s’era sollevato a suo tempo facendo una gran cagnara, come ci ha ricordato Pasquale di Palmo. Ecco, Pasquale, se ne è stato inchiodato tutto il tempo, con la  sua voce ferma e forte, sotto quella luce spiovente, a dirci la corsa per  trovare Artaud, i suoi tredici o quindici anni di raccolta dei segni lasciati in giro durante la vita di quel “lucido folle”.

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t.f. – pasquale di palmo

Il Ponte del Sale li ha pubblicati, ora, i segni di Artaud, i suoi disegni, e ha pubblicato l’amore di Pasquale per questo autore, per un uomo scarnificato dalla follia di troppi elettroshock subiti, per l’incomprensione,  da parte dei suoi contemporanei, di una visione vertiginosa del mondo, in cui non è difficile leggere persino questi nostri giorni. Aveva certo ragione Artaud quando diceva che :

– …una folla, che le catastrofi ferroviarie fanno rabbrividire, abituata a terremoti, pestilenze, rivoluzioni e guerre, sensibile alle disordinate angosce dell’amore, può avvicinarsi a tutti questi sublimi concetti, e non chiede di meglio che prenderne coscienza, a condizione però che le si parli il suo linguaggio, e che la nozione di queste cose non le pervenga tramite costumi e discorsi sofisticati, appartenenti a epoche estinte e destinate a non tornare mai più.

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t.f. -massimo munaro

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Per essergli  fedeli meriterebbe di non essere raccontata questa serata: è andata, e non ha ritorno, chi c’era c’era e gli altri, ne sentiranno adesso un’altra, un’altra versione, di fatti che non sono più quelli, si sono autogenerati in altri, corpi usciti da quel corpo, di tanti organi suonati in una scena senza palchi, senza contraffatta passione, ma crudeli quanto e fino a dove può essere crudele la parola, un’atto violento, che usa violenza, incastrandolo nella carta,  allo scorrere della vita.

“…riconosciamo che un’espressione non vale due volte, non vive due volte; che ogni parola pronunciata è morta, e non agisce che nel momento in cui viene pronunciata, che una forma,quando sia stata impiegata,non serve più e invita soltanto a ricercarne un’altra, e che il teatro è il solo luogo al mondo dove un gesto fatto non si ricomincia due volte

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t.f. – gruppo attori teatro del lemming

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Là, in quella piazza, non c’erano duplicati, tutto era vivo ed esposto alla luce di quei fari, che inchiodavano una realtà crudele e nuda, una volta tanto nuda, non rinchiusa in tetri teatri e costumi di scena. Soprattuto quando il matto ha reagito, la scena era completa, era realmente vera, come forse se l’era sognata tante volte Artaud. Forse, anzi certo, era lui, su quella bicicletta, pronto ad andare altrove, in una ciclica frantumazione di se stesso e capace di rinascersi ancora e ancora in altri corpi.

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t.f. – gruppo attori teatro del lemming

La vita  intesa da Artaud, inquieta e tenerissima, non si ripete e non si rappresenta costantemente uguale a se stessa,  è un luogo di frontiera, una soglia in cui linee di tensione interagiscono, incrociandosi tra loro, scontrandosi e sconvolgendo continuamente ogni forma statica, rappresa in  stantie idee preconcette, un luogo in cui le scariche elettriche, squarciano il cielo di un inizio che non smette di generarsi, non sono le forme pietrificate, autenticate da un potere  ammuffito, nelle quali la vita viene voluta-mente incastrata,  producendo così una continua, stanca, cervellotica rappresentazione di se stessa. Cultura di pietra, linguaggio fossile, l’inaridimento dei sensi e del corpo che li vive significano la perdita del rapporto con la vita da vivere, dove non si è mai comodi in poltrona, non si è dei morti viventi. Non c’erano specchi per le allodole in quella piazza, ma una battaglia del profondo, contro il superfluo, contro un io facilmente in rivolta con ciò che non gli aggrada intorno, insomma non c’erano figure di carta.Tutto aveva uno spessore e tutto era immerso e bruciava, non più rappresentazione della realtà ma, come Artaud diceva, produzione di realtà attraverso il contatto diretto con se stessi e con il mondo, attraverso l’immaginazione e la fantasia, come quella dei ragazzi che giocavano,  anche fastidiosamente, lì accanto, ignorando ogni tipo di visione stereotipata, opera essi stessi su un piano di totale libertà, che li portava a comprendersi e a comprendere ciò che li circondava in maniera completamente autonoma, assumendo essi stessi  un ruolo di primo piano: stavano riscrivendo un accadimento, non un concetto, ma la realtà. Erano, come gli attori che guardavano i recitanti,  soggetti non assogettati, per questo mutanti, mutevoli, diventando sempre più se stessi, identità dinamiche e tutto questo senza recinti.
Il Teatro, nella Crudeltà di una espressione nitida, vuole restituire un’intensità e una passione forte, un’ appassionata concezione della vita, turbolenta e costantemente agente, crudele  perchè è duro accettare questa continua insicurezza, questa assenza di una morale a guardia di confini che non esistono in natura. La follia sta sulla porta, essa stessa porta di altri mondi, altre smisurate tonalità-totalità della vita, che ” non teme di pagare la vita al prezzo cui deve essere pagata” .

Il teatro, offerto dal gruppo del Lemming, come una festa in cui sono coinvolti con la stessa intensità e con tutti i sensi non solo gli attori, ma anche gli spettatori, ha dato una contrazione al tempo, ci  ha circondato,  bersagliandoci  epidermicamente di emozioni forti, di parole che spaccano ” la lunga abitudine agli spettacoli di evasione, facendoci dimenticare l’idea di un teatro serio che, sconvolgendo tutti i nostri preconcetti,ci trasmetta l’ardente magnetismo delle immagini e agisca su di noi come una terapeutica spirituale, la cui azione lasci per sempre la sua impronta. Tutto ciò che agisce è crudeltà “…” Oggi non è più sulla scena che dobbiamo cercare il vero, ma per strada; quando alla folla delle strade si offre la sua dignità umana, si può star certi che essa la mostrerà “.

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t.f. – attori teatro del lemming

La scena in sintesi consisteva in due aste di luci,  piantate in mezzo a una piazza,  un pennone, quel lungo dito della torre mirato dritto al cielo e inghirlandato della verde estate, deflagrazioni di tigli, profumi sconsiderati di gigli e  fiori da tutti i giardini, chiamati a raccolta, insieme alla gente,  per fare festa. L’ultimo consiglio di Artaud, motore dell’orchestrata pièce:

“...fate di meglio ancora: date gli spettatori in spettacolo, trasformateli in attori” …” si tratta di giungere a una specie di grandiosa orchestrazione a cui partecipi tutta la sensibilità nervosa e disponibile di cui il pubblico in generale non si serve che nelle occasioni extrateatrali, movimenti sociali, catastrofi intime, incidenti ed esaltazioni di ogni specie che fanno della vita la più gigantesca delle tragedie

Uno spettacolo così è come una tremenda pestilenza: libera l’inconscio, ciò che sta represso nel fondo sale, si mostra, scuote il riposo dei sensi e spinge ad una rivolta dell’individuo contro i dogmi,  le leggi ingabbianti della religione e delle altre sovrastrutture sociali. E’ questo il grido, di libertà, che oltrepassa gli  scritti di Artaud, vivendo la propria umanità completamente,  in tutti i suoi lati d’oscuro, quelli che la società vuole ignorare per paura e  per comodità, per mantenere un ordine già costituito tra gli individui. Se noi, tutti noi, siamo gli attori- autori, la prima cosa che Artaud ci chiede  è la nostra umanità, e ci chiede di viverla liberamente senza vergogne né paure: – Mi occorrono degli attori , che siano prima di tutto degli esseri umani, che cioè sulla scena non abbiano paura della sensazione vera di una coltellata, e delle angosce, per loro assolutamente reali, di un ipotetico parto.

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.t.f. – gruppo attori teatro del lemming

Ecco dove il teatro va ad incrociare la vita, donandole un valore aggiunto, dandole la possibilità di riscattarsi dal suo essere costantemente la continua ri-presentazione di se stessa. Secondo Artaud, serve  uno slancio, un’acrobazia della soggettività che ri-crei la realtà, riuscendo a raccogliere e a riunire insieme gli animi di molti uomini, stringendoli intorno ad una neo-nata dimensione. Il teatro si fa così creatore di una storia,di valori che fa vivere all’interno di questo spazio magico,vivo,  coinvolgente  e coniugante  attori e spettatori, diventa il crocevia  di molteplici individualità. La piazza, il teatro, la vita: una  chora, come ricorda Derrida, luogo della mobilitazione e trasformazione continua, luogo dell’apertura, dell’esposizione, del rischio. – Chora  è: “luogo”, “posto”, “area”, “regione”, “contrada”, o ciò che la tradizione chiama le figure – comparazioni, immagini, metafore – proposte da Timeo stesso (“madre”, “nutrice”, “ricettacolo”, “porta-impronta”), luogo dove le traduzioni restano prese nei reticolati dell’interpretazione. – Niente identificazione, dunque, ma teatro della separazione di ciò che fa la differenza.
Crudeltà, oggi sempre più,  è l’urgenza e  l’urgenza  è vivere.

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f.f.- 8 giugno 2010

t.f. – gruppo attori teatro del lemming

NOTA- basta un clic sulle immagini per ingrandirle.

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ALBUM  ANTONIN  ARTAUD

a cura di Pasquale Di Palmo

Una biografia per immagini, per la prima volta raccolti in modo organico i tanti volti di Artaud. Con materiali inediti e rari.

Edizione a tiratura limitata
430 immagini, pagg. 280
Rilegato, cm.10,5 x 17,00
prezzo euro 36,00

Euro 25,00 riservato ai soci del Ponte del Sale (sconto del 30% cento)
Per prenotazioni e ordini: ilpontedelsale@libero.it tel. 328 2579569

19 Comments

  1. nei tags ci sono tutti i nomi di coloro che hanno preso parte all’incontro, uno ha proprio il tuo stesso nome!f

  2. questa volta sono con poche parole
    cercherò di immergermi in questa pagina densa e fitta, non facile ad una prima occhiata
    le riprese di Tommaso aiutano ad entrare attraverso una porta oggettivamente stretta, là dove ciascuno incontra la propria e altra individualità

    grazie Tommaso e a te Fernanda per l’impegno generoso che ti muove a condividere ciò che è conoscenza ci fa liberi

  3. beh! dopo averti letta, avervi osservati, immaginati…sono in attesa di leggere quello che ha prodotto questa serata che ti fà ‘produrre’ in una così intensa presentazione! grazie, api

  4. Foto davvero belle e a quest’ora di insonnia una lettura che induce a tornare su un autore amato abbandonato ritrovato.
    Un caro saluto.

  5. Grazie:Elina, Api, Nadia e grazie Cris.Quando c’è molta emozione e molta partecipazione non è facile dire.E’ come stare sulla schiena di un torrente in piena,la sostanza non è solida, ma così fluida, se pur densa e carica di cose, trascinate dalla corrente, che non è proprio facile mantenere il passo, si rischia di perdere brani, si rischia anche di andarci dentro. Grazie a tutte voi a nome del gruppo, Il Ponte del sale, a Marco Munaro, e a tutti coloro che hanno collaborato al Solstizio d’estate 2010 e questo evento. ferni

  6. E c’ero anch’io.Bella serata e sì, quell’intervento del “matto” dalla piazza, ha fatto saltare un po’ tutti sulle sedie,ma effettivamente, come si legge qui, dalla bella recensione di ferni, ha dato un’impronta davvero vicina alla visione di Artaud, e non solo quello, ma anche i ragazzi, oltre il monumento, affiancati e alla stessa altezza della pedana che pareggiava i livelli dei gradoni della piazza e faceva da palco. Davvero un’ottima lettura, ricca di riflessioni e bella serata, grazie al ponte del sale e al lemming.
    Grazie,seba

  7. bella bella bellissima recensione.Me la sono salvata.Belle anche le immagini a supplemento della partecipata lettura.Corrado Contini

  8. Come al solito ricchissima di spigoli e spunti prospettici, la lettura diagonale di ferni, non si può restarle estranei.Grazie a tutti voi per questo lavoro, davvero consistente:un offertorio, come questo, in un mondo di taglieggiatori è una cosa considerevole,tenendo conto della gratuità. Marzia

  9. ho letto e goduto entrambi gli articoli, le letture delle presentazioni intendo, e non vedo l’ora di leggere anche le altre due (?),della rassegna del Solstizio. Chi scriverà su quella in cui sarà Fernanda a leggere?Un abbraccione,Francesco

  10. una lettura che è un manifesto.Molto acuta e profonda, non si lascia sfuggire nemmeno i dettagli e ciò che sembra essere fuori scena,mentre in realtà E’ LA SCENA.anna mela

  11. molto intenso questo percorso,alla serata c’ero anch’io, nelle ultime file. Dovrebbero farne di più di incontri come questo.

  12. Massimo Munaro lo conosco da un po’, propone sempre ottimi lavori e non lascia lo spettatore a riposare in panchina. domenico

  13. Ringrazio tutti per la partecipazione e per le parole,davvero incoraggianti,serve a chi lavora con assiduità ma anche dovendo sempre tenere d’occhio la spesa,vista la natura del gruppo, Il Ponte del Sale, che non ha alcuno scopo di lucro e lavora e propone, oltre che pubblica libri, per pura passione, per amore, solo per amore. Grazie a tutti a nome del gruppo,ferni

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