– Ma…non è un punto. C’è, lo vedo. Un accento lì sopra!- Note intorno e all’interno de La casa viola- F.Ferraresso

Henry Jones- the pourple house

E’ al libro di Marco Scalabrino, che mi riferisco: La casa vìola.

Sì,  l’accento: ho messo l’accento perché  lo si vede. Non è un punto, un punto qualunque, un punto sulla i, come se ne vorrebbero mettere dovunque oggi, punti e puntini, senza venire mai  a capo di niente! Qui, sulla barretta, in quella i ad amo, da cui ci si butta … sull’ago, ago degli uguali se solo si mette tutto orizzontale, c’ è un accento, un segno che amplifica la sostanza. E’ una specie di fiammella,  su cui si vede che il vento soffia. E’ il vento della voce che da dentro noi vìola il silenzio. E’ questa sua presenza che marca  precisa il battere della lingua lì,  proprio dove si vuole o dove duole o…nel punto esatto della storia, e la storia è casa, da cui si entra o si vorrebbe uscire. C’è il vento, della storia, dentro quella casa di carta. Pagine e pagine che soffiano tra le   d i s t a n z e, da te e da noi, date dei giorni, degli anni tra noi e ciò che è il futuro, perché è lì che abita il passato, su  perpendicolari di sofferenza andata letteralmente in fumo e ora il sapone, per quanto si sfreghi, non leva quel nero, lascia la lava dell’inchiostro. E’ rimasto sul polso, legato ai battiti violati. Volati, altrove dispersi, paesi del mai più e del sempre.

Ma quel segno, quell’indizio in alto sull’ago, pone anche un accento sul subire. Sub-ire il viaggio, il lento peregrinare del viaggiatore, quel subire il giro del vento che è un giro di vite, vite umane intorno alla banderuola,  a quella  della parola, che non ci governa, ma ci tiene in allarme, ci depone un cancro che ci cancella dai vocaboli. Lei, la i con l’accento, è una candela che brucia, come la vita, e come la vita fattasi persona, tante persone,  insegue la paglia di tutti quei corsi di storia che volevano separare le cose, le case, le strade, i pellegrini di una stessa terra, isola nel cielo. Per questo, credo, dalla  sovracoperta, giù, fino alle viscere della casa,  Scalabrino ne fa raccolta, come una messe, oro tra fiordalisi  e il porpora rappreso del sangue. Chiama, il poeta, chiama chi ama la parola e la mette all’erta. La con-voca, la china, la disciplina, da molti  punti della terra emersa, traccia i suoi segni, raccorda la terra memoria, e sa di costruire il futuro, sa di costruirlo, crearlo ad arte  dentro un passato traguardato e riscritto: terra- paese dentro la geometria di un’i-sola, perché ogni nazione è isola. Per questo la parola abita la scrittura, tanto quanto il segno la veste e insieme convivono di luce, una luce che si con-figura alle ombre, sia che si tratti delle taglienti, radenti luci del nord, sia che si tratti delle infiammate fornaci a sud della mappa. Il mondo  sta lì, dove la luce  conficca i suoi aghi fin dentro l’anima di tutte le cose, non solo negli occhi di chi guarda. Così Scalabrino sottolinea e rinomina la lingua in tutti i suoi ri-tratti, ne fa spiagge, boschi e sorgenti, laghi e mare, case, oggetti domestici e lampi in cui l’uomo si guarda, si ascolta, si tocca attraverso questa nuova superficie, che viene come una via, formandosi tra questo che dice e l’altro che di tale eco, in altre lingue, fa talea per un giardino di suoni, fa casa alla voce che segue, alla voce della gente. Si viene così configurando un paese, che non ha frontiere, se non nel sentire, nell’offrire un comune legno sonoro : il leggio di uno sguardo oltre il territorio in cui da secoli ci hanno abituato a confinarci. Noi, dentro una paura che è la paura di noi stessi, perché  è ognuno di noi l’uomo che abita più lontano, quello che abita dovunque e un io è in tutti gli altri che compongono, durante il viaggio, il noi.

C’è, tra quelle vie e quelle case di voci, un breve passaggio, che ognuno di noi dovrebbe o potrebbe attraversare. Nietzsche ha detto che ” se non si riesce più a sopportare la vita allora si dovrebbe iniziare ad amarla“. Credo che questo sia il messaggio che corre  in quelle quattro righe a pag.56. Il ladro insegna un gesto da afferrare in noi:-  ruba l’impossibile – dice– tu puoi rubare una ciotola di tempo…e rimani LADRO per l’eternità.- Anche Nietzsche, in fondo, sostiene la stessa identica cosa, quando si dedica all’osservazione del rincorrersi del tempo e di ciò che possiamo imparare da questo succedersi circolare degli eventi. Dalla rincorsa nasce una sospensione e dentro, come in una frattura , appare in quella sospensione l’eternità. Rubare la distanza significa impossessarsi della frattura e lì cogliere il viola, il colore di una passione con cui scegliere di vivere ogni attimo, violando ciò che sembra essere il continuo, l’immutabile scorrere si fa tempo di un solo lunghissimo giorno e non cede, questa volta, dentro la casa vìola, a nessuna oscurità, ne accoglie in sé le differenze, molte, numerose, sapienti, ne fa’ per ciascuno un comune linguaggio.

Il libro l’ho ricevuto prima di Pasqua, anch’esso ne faceva parte, ne era un periodo. Un periodo particolare in tutti i sensi… Soprattutto l’olfatto.  Il naso, soprattutto il naso si fa vigile, è in all’erta, per tutta quella nuova gamma di odori, profumi,  che arrivano a violare il piatto gelo dell’inverno, quel quasi  patto stipulato con la morte, che nei camini delle narici non brucia che batteri. Ora la pietra rotola, si sgretola sui campi, si spaccano le scorze più dure e dovunque fioriscono  colori, profumi,  forme. Perfino i sassi assumono vita! Lo ripetono in tutte le lingue gli alberi, le erbe, le sorgenti: si sono svegliati dal torpore, da quel lungo letargo nel regno degli inferi. Tutto il corpo, ora,  si fa casa,  casa degli altri, corpi che in lui s’innestano di voci narranti, raccontano la grande immemorabile trasfigurazione. E’ un periodo infinito, questo tempo, un tempio in cui si va di viola in viola  nella casa di un dio che è frattura e  che per questo ha molti nomi e voci, in un solo mutevole corpo, carne e sangue, voce, spirito e silenzi,  tutti gli uomini, e i figli e i padri e le madri dei  figli e dei, animali, erbe, nuvole, piogge, mari…Una corsa di generi e specie, questo  violato pianeta che fu corpo d’altro corpo, un canestro di tutte  le uova, germi- nazioni da violare, casa del mistero da scoprire. E anche un affresco, il teatro di quell’umanità dolente, che per questo si tratteggia in viola sotto la penna della passione. Anche la moda,  o meglio il modo di proporsi del mondo di quest’anno, usa il viola per scrivere le taglie e le fogge di un abito. Eppure il mondo non è certamente più una pastorale, né una terra dedita alla pastorizia,  pastorizzata è forse il termine più adatto. Nessuno li vuole i batteri  in casa propria, a meno che non siano farmacologicamente anestetizzabili, magari anche riciclabili, vedi il botulinum sulla faccia delle donne. Eppure ognuno di noi  e quindi tutti noi, quelli civilizzati, conviviamo di sicuro con milioni di batterie di ricarica o d’assalto, che inquinano incrinano, ammazzano la salute fisica e mentale di questo corpo a forma di casa: una casa di terra, un globo di tenere viole che vivono nel sangue,  un coro di voci vitali, violate da  raffiche di guerra.

Qui la parola si eleva,  fa da leva alla voce del poeta, sciolta dalla bocca dell’io per farsi parte di quel coro, quel noi che dice ancora ad altri compagni del viaggio, dice di quel pallone che ci rotola tra i piedi e noi prendiamo a calci, ripetendo l’atto così tante volte che non dovrebbe restarci più niente sotto le scarpe. Ci sono tante voci  nel libro, è una  primavera speciale che si fa coro, che si prende a cuore la cura della parola, del verbo, dell’essere e  dell’avere, e traduce e si legge, si elegge nella pagina del verbo, quello violato più e più volte sotto il tetto della casa, questa temporale dimora che ha colore di cielo, che in un affondo dei suoni chiama le altre voci, le chiama da un confino di silenzio. Ad ogni riga si allinea alla sorella,  la conduce nel cuore della casa, la porta  nella passione del viola, una voce nuova in viaggio verso l’altro, l’altro che è lingua di me stesso, è una fonte aperta, alla comune  abitata frontiera della differenza.

f.f. -12 aprile 2010

Da La casa vìola, di Marco Scalabrino- Edizioni del Calatino 2010

.

Sapuni n°5

Na calandra di numari

1939

1940

1941

1942

1943

1944

1945

marcati a focu nnala carni

di la Storia.

.

Sapone n°5

Un perpendicolo di numeri

1939

1940

1941

1942

1943

1944

1945

marcati a fuoco nella carne

della Storia.

trad. Maria Pia Virgilio

.

Sabão  n°5

Uma perpendicular de números

1939

1940

1941

1942

1943

1944

1945

marcada a fogo na carne

da  História

trad. Adelaide Petters Lessa

.

Soap n°5

A perpendicular line of numbers

1939

1940

1941

1942

1943

1944

1945

branded in the flesh

of History

trad. Tony Di Pietro

*

Suppa

< Siddu su’ tanti

e sparaggi di tia

e contra

.

cui dissi chi su’ puru peggiu?>

.

Ci fici suppa

nottitempu.

.

Ci ho riflettuto

< Se sono tanti

e diversi da te

e contro

.

chi dice che per questo sono peggiori?>

.

Ci ho riflettuto

tutta la notte.

trad. Maria Pia Virgilio

.

I thought about it

< If they are so many

and different than you

and against you

.

who said that they can be even worse?>

.

I thought about it

the whole night long.

.trad. Tony Di Pietro

.

I wes thinkin about it

< Gin thare siccan a bourach

anent

an agin ye

.

wha’s tae say thay’re the waur o’t?>

.

I wes thinkin about it

the haill nicht lang

trad.J. Derrick McClure


****

Altre letture in rete:

http://rebstein.wordpress.com/

http://viadellebelledonne.wordpress.com/2010/04/11/la-casa-viola-di-marco-scalabrino/

https://cartesensibili.wordpress.com/

http://www.giovanninuscis.splinder.com/

http://circololetterarioanastasiano.blogspot.com/2010/04/la-casa-viola-un-nuovo-libro-di-marco.html


II


16 Comments

  1. Molto bella e puntuale la tua analisi Ferni. Cio’ che vorrei aggiungere e’ che su di me ha avuto un grande impatto la lingua utilizzata, con i suoi suoni risonanze echi che se da una parte mi riportano ai miei, della mia infanzia, da un’altra assumono un valore “nuovo”. Sono infatti suoni di una lingua viva che scuote e chiede a pieno diritto di esistere, e da qui il “gesto” di farsi tradurre in italiano. Una presa di consapevolezza che rende importante questo libro in un momento storico in cui dialetti sembrano esistere, paradossalmente soprattutto al nord. Il siciliano di Marco Scalabrino e’ lontano da retaggi oleografici, ha una forza dirompente che rende, elemento non da poco, la lettura “piacevole”, fa pensare ma c’e’ anche tanta ironia.
    un caro saluto
    Abele

  2. la virtualità di una immagine è la proprietà di tutto ciò che ha un corpo , o che è corpo. L’arte non fa altro, in ogni sua produzione e la parola è anch’essa arte, crea verità attraverso un corpo che a sua volta è immagine di altro, ma lo rende mostrando l’operazione che ne fa affiorare la verità.
    Che si tratti di dialetto o italiano o inglese o portoghese o fiammingo o macedone o…. qualunque altra lingua è lingua di una creazione e l’operazione di cui parlo è la medesima.
    L’ironia c’è, per forza di cose, all’interno di quel corpo, poiché contiene il paradosso dell’illusorietà, del gioco degli specchi che si è montato coscientemente tra verità e arte, in cui la verità sa da dove nasce ma non quante volte ancora le capiterà di ripetere il suo nascere in chi l’avvicina, in chi la nasce in sé.
    VIOLA è un colore ma è anche un invito o un ordine, e questo gesto del disobbedire, quindi del costruire disordine attraverso ciò che sembrava l’opposto, l’ordine dato, crea la vita.
    ferni

  3. Intendevo l’ironia come valore aggiunto, nel suo significato etimologico di “finta ignoranza”; quella consapevolezza dell’illusorietà dell’arte che ogni autore ha in maniera diversa.
    Abele

    1. Allora siamo sulla stessa onda, anche se a lunghezza diversa, dovuta alla relatività della distanza da cui ci si mette a gaurdare. Ma è lo stesso mare per entrambi. Grazie Abele.ferni

  4. Mi verrebbe da dire: “ho già detto tanto”, ma mi rendo conto di quanto ancora da dire la poesia di Scalabrino offra ad un attento lettore e noto come questo, puntualmente, stia accadendo. Analisi perfette, profonde, elaborate con grande partecipazione emotiva e letteraria e, soprattutto, ciò che sta a monte di ogni lavoro di Marco, la percezione che la poesia non abbia confini, né etichette, concetto da me pienamente condiviso (e si sente!).
    Ebbi a scrivere, in una precedente prefazione, che quella di Marco è una poesia “buco nero”, concetto che ho ribadito anche stavolta, dato che ne sono profondamente convinta.
    A voi tutti una buona lettura.
    Flora Restivo

    1. Ringrazio, cara Flora, con grande gioia per la lettura del libro di Marco elaborata da te da un punto di vista che si è saputo spostare, offrendo una visione dinamica del testo. Spesso una precisa analisi letteraria spezza quell’anima che è il fulcro, l’evolvente attorno e dentro al quale sta la vitalità della poesia e della parola. Nuovamente grazie.fernanda

      PS: mi piacerebbe ospitare anche tuoi testi, qui, in cartesensibili, dove anche altri dialetti trovano casa, sempre che tu sia d’accordo.
      A presto.f

  5. Ciao Ferni! sono molto felice per il successo del libro di Scalabrino perchè è VERAMENTE ORIGINALE! direi unico nel suo genere e nello stile. E’ così sobrio che riesce ad invaderti l’ anima in punta di piedi…ma poi non ti lascia più. E’ che quei cntenuti ci inducono a riflettere su tanti aspetti del quotidiano, ma anche sul vissuto di un poeta. Il siciliano poi è “incantatore”: ci ammalia e ci seduce con i suoi vocaboli ricchi di vocali che..suonano, tintinnano! e poi…il dire LA STESSA COSA IN ALTRE LINGUE, TANTE… sono stupefatta: w la poesia!

    Ti abbraccio,

    Rosaria

    1. Ciao Rosaria, sì, concordo con te e con te mi godo quelle sonorità, quelle luci e le ombre, tante, che sembrano correre a gran velocità. Ti abbraccio,ferni

      PS: aspetto anche da te qualche testo da ospitare in questa casa…dove schizza un rosso battente tra una riva e l’altra del ponte. A presto. f

  6. Un GRAZIE a Fernanda Ferraresso per la generosa ospitalità e per l’originalissima, colta, magnifica lettura dei miei testi, ad Abele Longo, alla preziosissima Flora Restivo, a Rosaria Di Donato per i loro graditissimi interventi. A tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  7. Affascinata. La presentazione di Fernanda come sempre profonda, ampia, ricca, su un testo che è accoglienza e casa dello spirito, in tutte le sue versatili figurazioni.
    Rachele Di Patrizio

  8. Ho letto con grande interesse Fernanda, mi aveva attratto il titolo. Devo dire che in me è nata la curiosità di leggere ancora altro di questo autore. Ho seguito la pista e, stupore! La sua lingua ha la forza del ferro quando schizza dalla bocca di un cratere. Forte di sole e di sale.Davvero molto affascinante l’intreccio delle voci nella modulazione delle lingue, come una sorgente che in tanti rami arriva nelle case dove a noi sembra farsi domestica, mentre è lingua degli dei, acqua mitologica.
    Grazie al poeta e a quanti ne hanno reso possibile l’incontro. Dario

  9. Il dialetto ha una marcia in più, ha una corsia preferenziale per arrivare dritto nel corpo e farsi sentire, nitido, chiaro, netto. Zac! La storia ci fende e ci mostra di pasta siamo. Grazie.Seba

  10. Ringrazio sentitamente Rachele Di Patrizio, Dario Di Rodio, Seba e Caterina T. per i loro graditi commenti. A loro, se mi comunicheranno l’indirizzo, sarò lieto di inviare il mio libro: marco.scalabrino@alice.it). A tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  11. Mi piace! mi piace davvero questo lavorio delle voci, me lo immagino a teatro. Un tessuto… una via per damasco per i tanti politici che parlano una sola lingua universale che non è certo quella dell’umanità come qui, in questi testi!
    Caterina

  12. Grazie Fernirosso, del tuo commento. Spero di non aver intaccato in alcun modo la matrice, il senso, nè, tantomeno il suono dei versi di Marco.
    Sarò lieta di farti avere i miei lavori, che presto, comprenderanno anche dei racconti, doverosamente tradotti (spero), augurandomi che ti siano di piacevole lettura.
    Due sillogine potrei fartele avere senza difficoltà, per i racconti ci vorrà ancora un po’ di tempo.
    Grazie mille.
    Flora Restivo

  13. ma scherzi, Flora, anzi, ti riconoscevo un merito per quella tua presentazione al libro.
    Aspetto tue nuove. Ti mando anche il mio indirizzo per l’invio. fernanda

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.