Luigi Bressan: Nel corpo vivo dell’aria di M.Munaro.

R. Olbinski

Noterella intorno a Nel corpo vivo dell’aria 2000-2006, di M.Munaro (1)–  di  Luigi Bressan

Questo canto recente di Marco Munaro, con le note sommesse che lo caratterizzano, riesce ad accendere emozioni forti. Cerco un punto fermo per ordinare le reazioni del cuore e della mente. Qualcosa di suggerito nel quinto del Purgatorio, dove Dante  giura di farsi interprete nel mondo del bisogno di preghiera dichiarato dalle anime. Il primo interlocutore ribatte: non serve alcun giuramento, noi ci fidiamo.

Penso, per estensione, che a nessun poeta debba essere richiesto di giurare.

Marco sembra averne la consapevolezza da sempre, fino a scoprire in Comenio una sorta di garante universale: i granai di Bratislava (Sette passi) sono colmi, le linee del mondo incrociano nette l’utopia di una rinascita nella crisi, ci si può dedicare con profitto all’illustrazione di singole parti. Del resto ciascuna di esse in qualche modo richiama e riepiloga l’insieme. Come puoi assicurarti questo insieme se non ti sei ancora purificato attraverso l’opera, la prova e la conoscenza che sprigionano?

Riprendo in mano le tavole alfabetiche multilingui che Marco ha riprodotto con amore e arte facendo rivivere in famiglia una comeniana scuola elementare a beneficio della società. Mi diverte pensare che questi oggetti di una semplicità sconcertante, in verità sintesi di una visione geniale della civiltà dell’apprendere, potrebbero testare la perspicacia, o la pretesa, di tanti intelletti prima che si concedano loro le ali cui aspirano.

Marco entra per elezione, per simpatia, dove la maggior parte dei persuasori persuasi non trova luogo. Qui si compie e si scioglie anche il rapporto coi maestri, con transito limpido ed equanime sotto un cielo luminoso ( “ eri una voce. Parlavi ridevi/dentro la mia voce” , All’osteria dell’Adigetto); Zanzotto occhieggia da altri vocativi (Tu meridiana e soglia / dei bambini e delle lepri – esedra / e clessidra di ginepri e pneumi…, Olla Sola VIII); Marco ringrazia e saluta;  Comenio assicura che l’orbe è sempre suscettibile di essere rinominato.

Naturalmente, muoversi sul terreno è cosa ben diversa dal segnare un percorso sulle carte e le molte e disparate selve letterarie hanno insegnato pressoché tutto al riguardo.

Marco è ben consapevole di come il paesaggio cambi a ogni passo, di quanto siano apparenti i segnali “naturali”, labili le tracce, mobili i punti di riferimento,

somiglianti i sentieri, e si studia un percorso guardingo e insieme coraggioso, oscurando l’esuberanza dell’intorno in modo che sia meglio riconoscibile il segno della luce, anzi soltanto quel tratteggio che basta a individuarlo.

In Oltre il Carlina il piano dell’esperienza perde i connotati abituali per una convessità spazio-temporale che si sorprende capace di rigenerazione. Olla Sola, poi, è un carmen doctum che raccoglie e compendia i lasciti letterari più diversi prima e oltre un D’Annunzio rigenerato nel silenzio, e li armonizza su una scala cromatica, con al centro la mitica rosa, che quasi si mimetizza con i suoni.

Certi suoi passi ricordano i più intimi preludi chopiniani, quando una nota attesa

è lasciata intorno all’orecchio, quasi toccante invito alla complicità nella creazione.

Sempre in Olla Sola, I, una sottile linea melodica, che percorre tutto il carme, si coglie “dal vento… nel vento – del sole…da sola?”, con quella sospensione, che in realtà suggerisce tutte le sibilanti successive, con stupendi passaggi appena sincopati dentro figure ancora infantili : “Crscsc dentini chicchi di sale”.

Ma della musica di Marco bisogna dire subito, a scanso di equivoci, anche per aver nominato il Vate, che è struttura paziente e sapiente oltre ogni prova, e quindi argomento da essere trattato in proprio. A me sembra di poter affermare che sia parte viva della sua poetica e debba ricercarsi come musica delle cose, delle parole-cose, delle idee vive che animano il mondo.

La scrittura di Marco nel suo insieme è in levare, e sembra poco, perché in effetti si tratta sempre di una lunga decantazione di sostanze vitali da rendere al dire,  da rinominare, anzi da “rinomare”. Ma niente autorizza alla categoria del prezioso per sé, del ricercato, nemmeno alla pura categoria: neanche il lettore è tenuto al giuramento.

Le “cose” – e potrebbero essere eventi di una vita come presi nell’ambra – e le parole sono implicate in un confronto serrato e continuo, tant’è che qualche sillaba, o lettera, sembra lasciata apposta cadere al di fuori del gioco a testimoniare la condizione.

Ma tutto avviene nell’intimo, perché alla fine la parola giusta ne esca con la propria ombra di corpo vivo.

Il lirismo di Marco, sorridente, ironico, conquistato al sogno e all’immaginazione d’un’infanzia maestra di vita, ingloba un’epica iconica, simultanea, capace di rendere contestuali vissuti archetipici e sospensioni recenti, come nell’assoluto A palpet.

La concentrazione è obbligo, la chiarezza pure: un prodigio d’equilibrio, un dono ricco offerto con garbo e grazia inconfondibili.

Codroipo, 4 agosto 2008.

(1) In In forma di parole, I, 2008, pagg. 226-249.

Marco Munaro, Nel corpo vivo dell’aria. Scheda

“Forse la poesia è un incantesimo fatto con i brani del proprio corpo lanciati in aria per una capriola”,

così l’Autore, con formula dubitativa, spiega il titolo del libro, un testo di poesia che suggerirei di leggere con la premura con cui si accoglierebbe una bellezza superstite, tanto la parola, il verso, il metro, le sezioni stesse, vi figurano in segno e in voce come immagine umanizzata e stilizzata di un viaggio nell’immenso.

Viaggio con il corpo, certo, come già suggerisce l’epigrafe dantesca

“volse la testa ov’egli avea le zanche, Inf., XXXIV,79”

e chiarisce la Nota finale

“Ma la scrittura – quanto più è in cammino – non può essere che in cammino verso CASA”.

Ciò significa che il riferimento a Dante è tutt’altro che occasionale. Dante è stato il primo a volgere in cerchio la linea dell’amore, a renderne illusorio ogni segmento di autosufficienza.

A ogni viaggiatore – anche in un universo di prossimità – un’isola.

Olla sola “diarietto estivo in Gallura (2001)”

è luogo dato a indovinare, ossia partecipe del divino e dominio della luce, che forma il vedere e lo vince.

Il poeta si china sulla rosa, quasi a prendere sicurezza dal segno compiuto della tradizione:

“Il nostro inno alle cose/che il tempo ha tradito ha amato ama è rosa”.

Dopo, la scoperta del grigio, cantata in una strofa che sembra la chiosa al tema di una delle più famose tavole di Afro, intitolata “Il grande grigio”:

“Tutti i colori del grigio, nella sabbia,/vena della luce/ che sembra argento ma è oro/rosso della terra/dipinto dall’aria.”

Oltre la scomposizione della luce in luce, è l’oltre. La visione può essere affidata alla mente, liberata dallo spazio-tempo, in alto (come nel breve dialogo d’apertura in Oltre il Carlina) oppure, in basso, alle mani nude, A palpet, dove l’amore può scomparire dalla felicità e il viaggio affidarsi a una “nave forata” (Musica per una tauromachia).

La sezione Anguinaia riproduce il poemetto Sei e dieci

“nato insieme ai disegni di mio figlio che aveva allora sei anni, sul tema delle navi, del mare, del gioco e dell’infanzia.”

Dieci sono i minuti dopo le sei, dieci le sequenze del testo: numerologia poetica dell’istante colto dallo sguardo e dal sentimento

“com’è tranquilla la tua ricchezza,/com’è sicura…//e tu, equilatero profondo/e io che ti sono padre che ti sono accanto/passiamo ciascuno/dall’interno all’esterno/ dall’esterno all’interno/di smalti colorati//finché non diventiamo CASA.”

Torna il tema della scrittura-poesia-casa al centro di un viaggio che si riproduce nel figlio e denuncia il bisogno di vicinanza alle grandi figure della memoria-guida di fronte al dubbio

“O è il mio volto bloccato per sempre/in una fissità senza ritorno?”

Così, dopo la quasi identificazione con Eugenio F.Palmieri di All’osteria dell’Adigetto, e lo struggente A.M., voce di  A palpet, ecco Velimir Chlébnikov; le dediche a Pasquale Di Palmo, Bino Rebellato; lo spirito di Arthur Rimbaud nella personalissima  I poèt ad sèt an, unicum in dialetto, idioma del profondo per la vetta.

E non va dimenticato Comenio, il suo Orbis Pictus, che al poemetto di Marco al figlio sembra fornire il segno e il conforto.

Ai nomi di persone, anche sottaciuti (Maurizio in Una mela nell’orto, come avverte la Nota); di personaggi letterariamente reali (Rinaldo); ancora d’autori, da Mallarmé a Comenio, si affiancano in Come teste di pali i nomi di un ecumene continuamente riscoperto: l’Adige dai “mille fiori”, Piazza di Aurigo, Melara, Sermide, Stellata, Bergantino, Ferrara,Venezia, fino a Bratislava con i suoi mitici granai:

“e penso e sogno la vigna di Comenio/e i granai di Bratislava”

Solo la bontà mi fa piangere è titolo e confessione di un meditato ritorno dal dolore inevitabile

“E sono così chiuso/nell’ascolto del mio dolore/che non sento più i doni/che a piene mani ci regala/ogni istante di vita.”

La sezione Driocero (a piedi) ripropone una breve sequenza in prosa con pause, seguita all’ascensione al “potentissimo magnete” del Monte Cero irto d’antenne e lo stesso tema dantesco d’apertura

“come un ritornare e volgersi fino all’ombra della parola, un ‘volto che si volta’.”

Qui ogni nome e numero è scolpito come un monito in un presente della memoria, che ne fa presagire la consunzione, ma è ad un tempo seme di speranza.

“Amare, convertire il ronzio delle antenne nella danza d’api che fanno miele. Perché un giorno escano da questi stessi algoritmi di morte le rime e i ritrmi della nostra guarigione.”

La Coda di questo intenso e purificato canto poetico è una canzone, classica nelle sue movenze aeree, Ero sul campanile, un sogno, forse a mente aperta, da cui si ritorna leggermente, accolti e rassicurati dai luoghi noti, dall’ora meridiana, dalla vista serena del mare.-

Codroipo, febbraio 2010                                                                       L.B.

3 Comments

  1. Penso di averlo già letto cinque o sei volte, da quando la prima volta lessi le bozze, e da quando ne parlai con Marco, relativamente a quanto ne pensavo, e ancora ci sono passi di quel libro che sono realmente visibili, come se la terra l’avessimo in noi, e l’acqua e le voci non finissero mai di tradurci alle loro darsene, ai loro porti. Grazie Gigi, una lettura ricca di spunti di riflessione, di altri corpi vivi che con questo, in aria, vivono nitidi.ferni

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