Trasmissioni dal faro- A.M.Farabbi- N.6: Beatrice Serra, Franco Araniti-

Carissima angela custode io scrivo da questo minimo faro: ti supplico di rendere più chiara la luce. Anche quella che passa a intermittenza tra le mie tempie. Nel mare affondano le barche di carta colme di extra comunitari in cerca di terra ferma. Qui la terra non è più ferma, le creature ammazzano la terra, sono confuse e feroci: cannibali. Non riusciamo a spiegare né alla terra né al mare perché possediamo il diritto di essere ricchi. Mangiamo tante parole e con la stessa abbondanza le sputiamo dalla bocca perfino nella scrittura. Parole  guscio senza polpa. Il faro non è un rifugio né un luogo di preghiera, lo so. Ma chiedo piangendo a te che sei custode: più luce alle profondità della memoria individuale, collettiva e biologica, più luce alla voce di chi nel corpo ha attraversato confini e confini portandoci a prezzo altissimo oro potabile.  Più luce a me, a tutti noi, che ogni giorno perdiamo quell’oro, per disattenzione, spreco, vanità, commettendo ignoranza e superbia. Dimentichiamo che la terra è una, dimentichiamo quanto vicina è ogni guerra, dimentichiamo l’umiltà l’onestà, la parsimonia, la gioia nel progetto lentissimo della creazione e della condivisione. Non riconosciamo più bellezza. In questo tempo di tempesta, molti morti sono nuovamente morti. Nel cuore piantati gli ultimi recenti respiri di Camillo de Piaz e Raffaele Rossi. Ma molti vivi ancora battono la loro forza per quell’oro, a noi tanto necessario. Ecco, questa notte, come in molte altre, ringrazio un caro compagno di strada, poeta scrittore, Franco Araniti, perché mi ha condotta nel petto prezioso di  Beatrice Serra. Aprendolo, si spalanca la storia di una vita intera, coerente, in cui impegno sociale e l’arte si fondono con naturalezza.

– Invito alla lettura dell’articolo di Franco Araniti  apparso l’8 novembre 2009 su Calabria Ora, che generosamente ci ha autorizzato a ripubblicare : “A casa di Bice “.

L’intervista che ho rivolto a Beatrice Serra è stata materialmente fatta attraverso lo stesso Franco Araniti.

* * *

La vita romanzata di Beatrice Serra detta “Emi”. Dalla Calabria a Roma e ritorno, le avventure di un’attivista Amedeo Nazzari la amò, Anna Magnani la ebbe come amica, Luchino Visconti provò il suo “suzzu”, il cibo dei contadini.

A casa di Bice

Vive una signora a Cosenza, dove è nata ottantacinque anni fa, che per la sua storia personale, per i personaggi che ha incontrato e per il secolo breve che ha attraversato vivendolo intensamente, è una figura che merita di essere raccontata. E’ una donna molto conosciuta in città e non solo. Della quale persino gli amici più cari ignorano gran parte del suo straordinario cammino. Per alcuni è la Marescialla per aver lavorato come assistente nei penitenziari. Per altri è donna Bice per via del suo pedigree, origini nobili. Per gli zingari è una benefattrice. Per gli animali è una francescana d’Assisi. Per l’anagrafe è Beatrice. Per i tantissimi amici è Bice e basta. Beatrice Serra discende dal noto Antonio Serra (XVI-XVII secolo) filosofo ed economista mercantilista del seicento. “Nato a (Cosenza o Dipignano?) nel tardo cinquecento, si trasferì a Napoli dove si adoperò nella risoluzione delle problematiche sociali ed economiche del Regno. Nel 1613 venne arrestato a causa del suo appoggio alla congiura di Tommaso Campanella mirante a liberare la Calabria dal dominio Spagnolo. Nel suo saggio Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d’oro e d’argento dove non sono miniere, redatto durante la sua prigionia, Serra analizza le cause della penuria di metalli preziosi nel Regno di Napoli e dei fattori che avrebbero potuto invertire tale tendenza. Fu il primo ad analizzare e a comprendere a pieno il concetto di bilancia dei pagamenti per i beni materiali e immateriali, nonché i movimenti di capitale, spiegando come la scarsità di moneta nel paese fosse causata dal deficit di bilancio. Rifiutando la comune opinione del tempo che la penuria di moneta fosse da ricondurre al tasso di cambio, Serra propose come soluzione al problema una politica di sostegno alle esportazioni”. Il padre di Bice è stato un noto avvocato vissuto a cavallo dell’ottocento e del novecento: Giovanni Serra. Conosciuto, oltre che per le sue alte competenze giuridiche (la sua casa di montagna a Dipignano, soprattutto d’estate, era frequentata da molti giuristi di tutta Italia) anche per la difesa prestata gratuitamente ai contadini, sostenuto dai suoi orientamenti socialisti. A proposito pare che abbia scritto un libro dove analizza la condizione dei contadini e individua il modo che consenta loro di liberarsi dallo sfruttamento. (Il ritrovamento di quello scritto sarebbe opera di molta utilità). Ma tutta (o quasi) la generazione dei Serra è stata impegnata nella solidarietà con i deboli. Bice non poteva essere da meno dei suoi avi. Perciò, comunista della prima ora, coerente con le sue idee fino ad oggi, attivista sindacale nella Cgil (sempre presente nei momenti più importanti della vita del sindacato e del partito), non ha smesso mai di vivere il suo umanesimo sociale. Amata dai carcerati come dalla gente comune, rispettata anche dalle persone con idee diverse, femminista ante litteram, era introdotta negli ambienti aristocratici cosentini o romani senza per questo sentirne la contraddizione perché mai ha nascosto le sue idealità. Anzi. Ebbene questa donna, prima che la seconda guerra mondiale le stravolgesse la vita, veniva considerata, da uno dei giornalisti italiani più famosi dell’epoca, l’astro nascente del cinema italiano. Quel giornalista si chiamava Eugenio Giovannetti, redattore del Giornale d’Italia e del Resto del Carlino, nonché noto scrittore e maestro riconosciuto di tanti altri giornalisti. Egli per Beatrice Serra già nel 1942 si spendeva addirittura sul settimanale di cinema e varietà Cine Illustrato (a sinistra la foto a corredo dell’articolo dedicato alla Nostra). Allora Bice, diciannovenne, frequentava la scuola d’arte drammatica diretta da Silvio D’Amico. Per compagno di studi aveva, tra gli altri, Ubaldo Lay (di lui e della compagna Evelina Guarino avremo modo di scrivere più ampiamente in una prossima occasione per informare di un fatto non conosciuto). Nella primavera di quell’anno, col nome d’arte di Emi Serra, aveva iniziato a recitare la parte di una donna del controspionaggio come coprotagonista nel film “Fucilati all’alba” diretto da Paolo Coletti. La produzione era italoungherese. I protagonisti erano Katina Ranieri e Massimo Serato. L’altro coprotagonista: Aldo O. Dipelisan. Quel film non fu mai prodotto perché la guerra interruppe la produzione. Corteggiata con insistenza da Amedeo Nazzari, gradì le tante rose ma non le avance del noto e più vecchio attore. In quell’ambiente divenne molto amica, tra gli altri, per esempio di Anna Magnani e di Luchino Visconti. Quest’ultimo, che spesso andava a mangiare a casa di lei, era ghiotto del suzzu, il grasso che i contadini mandavano da Dipignano dove la famiglia Serra possedeva tante terre intensamente coltivate e i cui prodotti condivideva con gli stessi contadini (metà e metà e piena fiducia, e non come si usava: un terzo ai contadini e due terzi ai proprietari per non citare il peggio). Durante la guerra, Bice visse momenti altamente drammatici. Un aneddoto per esempio: dalla finestra della casa dove abitava ai Parioli di Roma vide un manipolo di fascisti trascinare un ragazzo fin sotto la finestra accanto, dove abitava in condominio, e massacrarlo a pistolettate sotto gli occhi disperati della madre. Quella scena e quelle urla della madre del ragazzo non li dimenticherà mai. Tante volte lo ha raccontato alla sua amica Anna Magnani. Chissà che quest’ultima non abbia avuto in mente quel racconto nell’interpretare il ruolo avuto in “Roma città aperta”. «Tra fascisti e nazisti, per quello che so io, non c’è stata nessuna differenza» tutt’oggi, Bice, ripete. E cita un altro episodio ugualmente grave. «Un giorno dei fascisti salirono al secondo piano di una casa vicina e spintonarono giù per la scale una povera invalida sulla carrozzella, facendola fracassare al piano di sotto. Come non posso essere antifascista? Sono momenti che a volte mi tornano nella mente come incubi». Nel 1944 i familiari pensarono bene che fosse il caso di farla rientrare a Cosenza dove la guerra dava segni di essere meno cruenta. Il viaggio interminabile e avventuroso lo fece su un camion dove ebbe l’amichevole protezione dall’autorevole Pietro Mancini, amico di famiglia, papà di Giacomo Mancini (sindaco di Cosenza, ministro della Repubblica, deputato e senatore socialista per più legislature). Da quel momento inizia il percorso che tanti amici più o meno coetanei conoscono. Ancora oggi Beatrice Serra ha una memoria, come si dice, di ferro. Da donna colta qual è, ricorda tutti i testi della grande letteratura, interi brani li ripete come se leggesse, le tragedie di Shakespeare le individua solo con l’ascolto di una battuta, le poesie le recita con passione, conosce e ama la musica classica, frequenta il teatro di prosa, e della politica sa tutto e soprattutto dal suo punto di vista ha le idee chiare della grande pasionaria. Questi sono i cenni della sua vita pubblica. La vita privata è conservata nel suo cuore. Per i pochi privilegiati che la conoscono quasi tutta, non è meno straordinaria di quella pubblica. Forse un romanzo non basta a descrivere il personaggio.

Da CALABRIA ORA – Franco Araniti

8 novembre 2009 – PAGINA 3


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Ana Kapor- Il faro

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Intervista di Anna Mara Farabbi, con la collaborazione di F.Araniti, a Beatrice Serra.

Queste mie prime parole sono cariche di grazie, grazie per avermi accolta, e grazie a nome di un coro invisibile di altre donne riconoscente per tutto il suo fare, la sua forza, la sua passione politica e civile oltre che artistica. Ripercorrendo a ritroso la sua lunga, intensa, vita, vorrei soffermarmi nel periodo in cui lei ha vissuto a Roma, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Chiederle di raccontarci un po’ la differenza di due luoghi così distanti: Roma Cosenza, città sua natale. Differenza, immagino, tanto più marcata per una donna.

Oggi, secondo lei, questa differenza è più profonda o meno?

Meno profonda.

Tra le grandi personalità che lei ha frequentato, chi le è rimasto più nel cuore, non solo per la sua genialità artistica ma anche per la nobiltà interiore? Chi, secondo lei, era più tormentato ed esigente, ferocemente autocritico?

Luchino Visconti era geniale, colto e aveva modi aristocratici. Perfino quando spesso veniva a casa mia e chiedeva del “suzzu” la gelatina di maiale, della quale era ghiotto, che i contadini mi inviavano da Dipignano, nonostante la grande amicizia con lui e con il fratello Ottorino, usava molto garbo e delicatezza. Molto tormentato era Ubaldo Lay. Esigente con sé stesso, si metteva sempre in discussione.

Secondo lei, la preparazione degli attori di una volta era maggiore o minore rispetto ad oggi? E, sempre per continuare i dovuti confronti, oggi la malattia del divismo, in un consumismo fagocitante di immagini, è più accentuata?

Un tempo gli attori erano molto più preparati. Intanto studiavano tanto. Badavano alla conoscenza e alla sostanza prima che all’apparenza. Alcuni erano anche divi, però ricchi di contenuti. Oggi la malattia del divismo oltre ad essere più accentuata è basata sull’arrivismo fine a sé stesso nella stragrande maggioranza dei casi. I divi non avendo basi solide sono effimeri e falsi.

Nell’ambiente che frequentava, oltre al cinema, c’era vivo un senso di preoccupazione sociale, di partecipazione politica. Ci può raccontare episodi, fare nomi…

C’era un clima politico terribile. Non si poteva parlare: bisognava stare attenti anche a coloro che si spacciavano per amici. Molti spiavano e riferivano. Nelle relazioni la fiducia camminava a braccetto con i sospetti. Cito un episodio emblematico che descrive bene quel clima e che mi ha vista coinvolta. Era il 1942. Con un gruppo di amici ed amiche conversavamo dentro il caffé Rosati di via Veneto a Roma. Sostenevo che i nazisti avrebbero perso la guerra. Anzi, me lo auspicavo motivandolo con delle considerazioni confermate poi dalla storia. Ebbene, una delle cosiddette amiche presenti ci lasciò per recarsi immediatamente presso il comando delle SS che era di stanza all’Hotel Excelsior sempre in via Veneto per denunciarmi. Dopo poco sono intervenuti due ufficiali tedeschi che mi hanno tratta in arresto perché facevo propaganda comunista. Mi hanno condotta presso il loro comando e mi hanno trattenuta e interrogata per tutta la notte con i metodi che potete immaginare. Sono stata liberata la mattina seguente solo grazie al benevolo intervento di uno degli ufficiali al quale ero andata in simpatia. Ricordo che uscendo da quell’hotel mi sono venuti incontro Ubaldo Lay e la sua compagna Evelina Guarino, che mi avevano atteso molto preoccupati passeggiando avanti e indietro tutta la notte su quella strada.

Ci può raccontare del suo ritorno a Cosenza, di come lo ha vissuto oltre al peso tragico della devastazione della guerra… penso anche al suo dolore per aver interrotto bruscamente la carriera cinematografica e quindi la possibilità di esprimersi artisticamente.

Era il 1944. I Miei hanno voluto che tornassi in Calabria dove la guerra sembrava meno cruenta. Ho viaggiato sul cassone di un camion stipata con tantissimi altri passeggeri. La rete ferroviaria era inutilizzabile perché bombardata. Il viaggio è stato interminabile e drammatico. Le strade erano piene di macerie e di buche profonde. All’arrivo mi sembrava di non conoscere più la mia Cosenza. I miei concittadini erano impauriti, parevano freddi. La prima persona che ho incontrato è stato un carissimo mio cugino di Dipignano che mi ha prelevata con una vecchia macchina il cui motore ancora si avviava con la manovella  anteriore. A Dipignano, dove i Miei possedevano delle terre, avevo difficoltà a capire la parlata dei contadini. I corsi di rigida dizione che avevo seguito alla scuola di Teresa Franchini (grande attrice di prosa e amante di Gabriele D’Annunzio) mi avevano fatto quasi dimenticare i fonemi dialettali. Aver perso la possibilità di esprimermi artisticamente mi ha prodotto enorme sofferenza. Ho dovuto rinunciare al mio sogno per il quale avevo speso la ma giovinezza. Avevo dovuto abbandonare gli amici con i quali avevo condiviso i sogni e la mentalità aperta. Una sorta di esaurimento e di disorientamento mi ha accompagnata per parecchio tempo. Tutt’oggi vivo con rimpianto così come si vivono i grandi amori incompiuti.

La prego, ci dica della sua partecipazione politica. Della sua presenza al sindacato, nel partito. . Non era un’eccezione lei, per quei tempi, immagino in ambienti in cui prevalevano (come oggi, del resto) gli uomini?

Eh sì. Però io avevo visto da bambina e conoscevo realmente la sofferenza immensa dei contadini. Mio papà era avvocato e socialista. Tantissime volte li difendeva gratuitamente dalle angherie dei latifondisti. Potrei raccontare tantissimi episodi nei quali la condizione dei contadini era ridotta a pura schiavitù. Per non dire delle donne, alcune delle quali dovevano soggiacere alle voglie dei proprietari terrieri. Mio papà era malvisto da quei proprietari. Gli rimproveravano:<< Giovanni trattando così bene i tuoi contadini ci metti contro i nostri. Stai attento.>> E’ da lì che è nata la mia passione civile e politica. Giovanissima sono divenuta comunista. In seguito sono entrata nella CGIL. Le donne attive non erano molte, ma si facevano valere, nonostante gli ambienti fossero ostili, i pettegolezzi all’ordine del giorno, le calunnie feroci (anche nelle nostre organizzazioni).

Al suo essere antifascista mi inchino. Anche oggi, la situazione politica italiana ha enorme decadenza e rischio. La popolazione di tutto il paese oscilla tra la narcotizzazione e l’impossibilità di ristabilire una linea etica, un rigore, una responsabilità comportamentale ed interiore. Crede che questa Italia sia cresciuta dopo l’ultimo conflitto mondiale, abbia imparato, ricordi e rispetti quel sangue sacro versato contro la dittatura? Guarda al futuro del paese, insomma con speranza, o con preoccupazione?

Con speranza. Guai se viene meno, altrimenti le sconfitte diventano irreversibili. Nonostante il berlusconismo che ha, in senso lato, intrinseche caratteristiche fasciste, l’atteggiamento della maggioranza degli Italiani credo (spero) che sia ancora vincolato ai dettami della nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Dall’ultimo conflitto mondiale, l’Italia è molto cresciuta. Lo si deve anche ai padri della Costituzione e ai lavoratori che, rimboccandosi le maniche, hanno prodotto ricchezza e conquistato diritti che oggi qualcuno vuole mettere in discussione.

La sua esperienza nei penitenziari…come erano, in quali condizioni. Ci racconti che cosa si può imparare accedendo in quei luoghi, così come ha fatto lei?

I carceri non sono una bella cosa per nessuno. Neanche per il peggiore delinquente. Nei carceri c’erano tanto persone che avevano bisogno di aiuto, soprattutto sostegno morale. Ho conosciuto una umanità che talvolta fuori non incontriamo o non riconosciamo. La solidarietà tra carcerati è quasi sempre forte e sincera. Ho avuto modo, per esempio, di ricredermi sugli zingari verso i quali avevo dei pregiudizi. Quelli che ho incontrato nei carceri avevano un grande rispetto per la famiglia soprattutto per i figli. Alcuni di loro quando sono usciti, dopo aver scontato la pena, hanno mantenuto nei miei riguardi un’amichevole riconoscenza, da me ricambiata Anche dopo che sono andata in pensione.

E’ rimasta appassionata del cinema? Quali film ci può indicare e quali attori quali registi?

Mi interessa di più il teatro di prosa. Sono una vecchia abbonata del teatro Rendano. Purtroppo le mia condizioni fisiche attuali non mi consentono più di uscire di casa. Non ho più frequentato, se non sporadicamente, le sale cinematografiche. In passato l’ho fatto per esempio per vedere i film della mia amica Anna Magnani o di Massimo Serato o di altri attori più o meno amici o solo conosciuti della mia generazione. Il film al quale sono legata è “Ossessioni” di Luchino Visconti. Una grande interprete è stata Clara Calamai: superba in quell’occasione. Un regista che mi piaceva pure molto era Alessandro Blasetti. .

E la poesia…

Quella di Shakespeare è unica e insuperabile. E’ sempre moderna. Gli argomenti che tratta sono sempre attuali e universali.

La saluto. La sua testimonianza porta luce.

Anna Maria Farabbi

13 Comments

  1. Un articolo che ha portato luci su territori dello spettacolo che non si sono visti allora e che, ancora oggi, restano persi nella memoria di pochi, purtroppo. Ci sono molti inviti, in queste parole in cui si potrebbe davvero fare casa. Grazie a quanti hanno contribuito ad edificarla. Gianmario Lucchini

  2. Mi occupo, per certi aspetti di teatro, quanto dice Beatrice Serra in questa intervista, sottolinea la differenza tra la passione, la scuola e lo studio, la preparazione, elementi tutti indispensabili, e l’improvvisazione di molti, oggi, che pensano che avere una luce puntata addosso sia quanto serva per dirsi importante. Grazie, non dimenticherò di riportare tra i miei compagni questo articolo. Seba

  3. Non si smentiscono mai gli interventi di Anna Maria Farabbi:sempre precisi, meticolosi, hanno il battito della passione e la luce dell’attenzione che li illumina. Grazie anche al collaboratore, Araniti, che ha contribuito alla realizzazione di questo intervento. Alexandros.

    1. Anna Maria è la nostra collaboratrice più cara, anche noi aspettiamo i suoi pezzi come fosse una festa a venire. Ringrazio a nome suo. Immagino si sappia ormai che Anna Maria …in rete…non si appiglia!Ci passa… at-tra-versandone le maglie migliori. Un saluto,ferni

  4. Sembra che gli articoli della Signora Farabbi ci calamitino qui. Ed è vero, c’è sempre qualcosa per cui vale la pena aver lasciato per un attimo il trantran della quotidianità, per mettersi con attenzione in ascolto di quanto ci fa rivivere, vedere. Con immutata stima,Giovanna Kless.

  5. chiedo scusa per gli errori,oggi non è una bella giornata per i miei occhi.

    Calamitino è ciò che volevo scrivere e lasciato,una sola volta, scusate, Giovanna.

    1. Nessun problema Giovanna, sapesse quanti ne compio anch’io,spesso inverto le battute e mi escono delle strane parole. Sistemato tutto. Grazie per il suo intervento. A presto,fernanda.

  6. Grazie fernanda per quanto offri in questo splendido blog.Lo seguo da tempo, sono tra quelli che passano e non lasciano segno. Questa sera mi sono decisa. Grazie,davvero un bellissimo lavoro quello di questo gruppo, i libri,le recensioni, le presentazioni hanno sempre una grande animata luce dentro e coinvolgono davvero chi legge. Sara A.

  7. Grazie per la confessione Sara, ogni tanto penso che si tratti solo…di onde vaganti! Lieta per quanto scrivi,a nome di tutti grazie.ferni

  8. mi piace evidenziare la prima parte di questa intensa pagina
    e ringraziare Anna Maria per la “festa di verità” che porta

    “Dimentichiamo che la terra è una, dimentichiamo quanto vicina è ogni guerra, dimentichiamo l’umiltà l’onestà, la parsimonia, la gioia nel progetto lentissimo della creazione e della condivisione. Non riconosciamo più bellezza.”

    un saluto,elina

  9. Oggi è davvero difficile sentire e riconoscere le doti che hai indicato, anche se, da parte mia, continuo a nutrirmene e a evidenziarle come le sole in grado di mutare la relazione tra noi e con il sistema tutto: ambiente, famiglia, società, territorio,…sono un passa-porto che non diminuisce e non impoverisce mai nulla e nessuno, ma accresce una ricchezza comune. Grazie,ferni

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