“Cristi polverizzati” dello scrittore-operaio Luigi Di Ruscio. Una parola “esule” che avanza furiosa-di GIORGIO FALCO

Una lettura: la recensione dell’ultimo libro di Luigi Di Ruscio, che da poco abbiamo festeggiato anche da queste carte per il suo compleanno, tratta da La Repubblica di oggi, cinque febbraio 2010.

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Oggi ottantenne, emigrato a Oslo, metalmeccanico per 37 anni: la sua prosa ricorda il rugby, una lingua che lotta e procede con passaggi all´indietro.

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Alla fine degli anni Ottanta, volevamo fuggire ventenni dal senso di asfissia per ciò che l´Italia rappresentava da quando eravamo nati. Un mio amico voleva andare in Norvegia per fare il magazziniere, vai lì, fai il magazziniere, e le tue cose. Il problema non era solo trovare lavoro, imparare il norvegese e le parole necessarie per lavorare in magazzino. Il problema principale erano le tue cose. Cosa volevamo diventare? Non lo sapevamo, l´unica cosa che avremmo dovuto fare ai quei tempi era scappare, ma non l´abbiamo fatto, ci siamo dispersi qui. Questa vecchia storia su Oslo mi è tornata in mente durante la lettura di Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, pagg. 317, euro 25, introduzione di Andrea Cortellessa, interventi di Emanuele Zinato e Angelo Ferracuti), un libro che è, contemporaneamente, romanzo, diario, affresco autobiografico, memoriale storico, testimonianza. Di Ruscio è nato giusto ottant´anni fa a Fermo ma vive a Oslo dal 1957, dove ha lavorato in una fabbrica metallurgica per trentasette anni. Dopo un´infanzia segnata dal fascismo e dalla guerra – «noi del 1930 ne abbiamo fatte pochissime ma ne abbiamo viste praticamente tante» – Di Ruscio ha esordito nel 1953 con la raccolta di versi Non possiamo abituarci a morire, opera che ha suscitato l´interesse di Fortini, più volte evocato tra le pagine di Cristi polverizzati. Poi una prima fuga in Svizzera e infine, dopo un breve ritorno, la Norvegia: «Io sognavo di emigrare lontanissimo e per sempre». Dal suo esilio di Oslo ha scritto soprattutto poesia. Ma è del Di Ruscio narratore che qui occorre parlare, lo stesso che Calvino ha accostato a «Celine, per la volontà di scaricare nel flusso di parole una cupa aggressività».

La prosa di Di Ruscio ricorda il rugby, le migliori azioni alla mano: è una lingua armoniosa nell´avanzata furiosa, procede con percussioni, a folate, attraverso piccoli passaggi all´indietro che la compattano pur aprendosi allo stupore di infiniti rivoli digressivi, lingua che è lotta e si divincola da se stessa, impossibilitata ad accontentarsi della frase, si frantuma nei placcaggi, nelle mischie, quando il pallone sembra bollire sotto la superficie dei corpi, perdersi dentro di essi, ma proprio in quel momento, quando pare tutto perduto – e forse lo è – la lingua si ricompone, con guizzi, aggiustamenti, scossoni e buffetti, quasi carezze, che fanno riemergere, per un istante, l’ovale. E poi riparte, condannata a espandersi, felice comunione musicale, jazzata, sintesi tra poesia, tradizione orale, talento naturale, espressione vitale con ciò che potremmo definire l´alfabetizzazione di una resistenza, della Resistenza: «L´alfabeto era in mano ai proprietari terrieri e ai preti addetti alle proprietà», scrive Di Ruscio, e aggiunge: «Una classe che le storie non le ha mai scritte e non le ha mai inventate». Una lingua corale, epica, “sprocedata”, per usare una sua definizione: procede come un esproprio vivifico ed è data perché conquistata attraverso il dolore dell´esperienza, dei corpi umani e animali, il dolore dei cristi di gesso venduti dall´ambulante Moscatritata, in una già inospitale Milano.

Cristi polverizzati è il fascismo italiano e i suoi esiti duraturi, gli anni Cinquanta e oggi, l´esistenza individuale di un artista inconciliato, dallo sguardo lucido, spietato anche con se stesso: «Non sono riusciti a brutalizzarmi completamente, non abbiamo scelto niente, essere fascisti era come essere italiani». Ma per nostra fortuna Di Ruscio ha scelto, e ci ha indicato quanto possa essere tortuosa la formazione di un artista: «Uno non nasce poeta, diventa poeta sapendo approfittare delle smagliature della rete metallica». Cristi polverizzati ci ricorda quanto sia decisivo, faticoso e al tempo stesso premiante l´aderenza tra vita, esperienza e scrittura, per trovare piccoli varchi, spazi in cui incidere o, per dirla alla Di Ruscio, “iscrivere”. Questa lingua esule, sopravvissuta nella lontananza, è anche il risultato di mezzo secolo norvegese: trentasette anni di ritorno dalla fabbrica, i contorni delle cose a fine turno in bicicletta, giorno dopo giorno, i parabrezza gelati o la meraviglia delle linee bianche tratteggiate, la luce lunga dell´estate sui muri, il felice rinnovarsi della scrittura, verso casa, la vita, e non solo.

Da  La Repubbica, 5-2-2010 – GIORGIO FALCO


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Riferimenti:

www.dirittiglobali.it – NEWS(Libri)

6 Comments

  1. ho sottolineato con il grassetto alcuni passaggi che ritengo notevoli e degni di una attenta riflessione, mirano le cause di alcune croniche carenze, da un lato, mostrano i punti su cui far leva per aprire varchi alla conoscenza, non del mondo, ma della relazione con il mondo. Grazie Luigi, un grande abbraccio, fernanda.

  2. Cara Ferni,
    una coincidenza felice, di cui ti ringrazio davvero tanto, oggi. proprio in questi giorni sto leggendo Cristi Polverizzati, che centellino alla sera come rarissimamente mi succede, pregustando con grande gioia quel tempo di lettura che mi fa terminare queste giornate con pacificato senso di pienezza. perchè è bello sentire che un uomo come Luigi Di Ruscio è vero e vive e pensa proprio come racconta.
    il libro mi ha coinvolto fin dalla prima pagina per la scrittura personalissima, che scorre senza vincoli sintattici o codificati o crono-logici, ma che rivela con lo stesso andamento del pensiero la logica luminescente e spontanea della propria verità.
    e’ una modalità di affabulare che fa aderire subito alle pieghe di una personalità inattaccabile e ne fa intuire la limpidezza, l’accostarsi al mondo senza sovrastrutture, con la sola compagnia di frasi-guida dagli autori scelti con passione, sempre rivelando una lettura della realtà mediata da una primordiale filosofia che mi lascia incantata.
    sebbene la visione dell’uomo di Di Ruscio sia fortemente pessimista, si esce da queste pagine con un senso del destino umano e perfino cosmico tra il divertito e il rassegnato, comunque con il sorriso del saggio che è oltre le credenze/lereligioni/lesottomissioni. dunque fortemente indicativo.
    e poi imperdibili davvero quegli splendidi brani di ironia, di sberleffo alla superbia dei critici tronfi e dei sedicenti poeti… e tanto altro, anche nella sfera delle pulsioni sessuali e degli incontri quotidiani.
    vorrò leggere anche le sue poesie, a cui tutto il romanzo fa riferimento, dal momento che “iscrivere le poesie” è stata la sua meta di sempre, perseguita giorno dopo giorno, e questo romanzo non fa che celebrare la forza della spinta poetica di tutta una vita(di un ottantenne di oggi). a dispetto di chi ancora blatera sulla morte della poesia.
    un abbraccio, per ora,
    annamaria

    1. Ne sarà di certo felice Luigi, ogni tanto mi scrive e passa da queste nostre parti. Grazie d’esserti soffermata così attentamente sui suoi passi, fernanda

  3. Sono molto felice dell’eco che sta avendo questo libro. Alla presentazione romana, dell’anno scorso, ti chiamai cara Annamaria, per proporti di andarci insieme, ma mi rispose tuo figlio, e mi sembra che mi disse che eri in Spagna.
    Durante il Maggio sermonetano dell’anno scorso, ebbi l’urgenza, di leggere, durante il mio intervento, qualche passo di Cristi, per coinvolgere anche gli “altri”, del dettato assolutamente originale e propedeutico che lo farcisce. Di Ruscio utilizza una lingua tutta sua, che viaggia senza schemi, senza pause, disseminando tarli e ideologia a produzione industriale.
    Per questo leggerlo può essere stupefacente.
    Per quanto riguarda la sua poesia, ti-vi consiglio di leggere la raccolta “poesie operaie” edito dalla Casa Editrice Ediesse.
    un caro saluto a te Annamaria e alla cara Ferni,
    vs,
    roberto

  4. Sono veramente felice per Luigi, il suo lavoro di “scrivente” è davvero poderoso, e l’aggettivo che hai usato:STUPEFACENTE, non fa che sottolineare il suo servizio, una specie di oracolo contemporaneo, che supera le barriere formali, un contemporaneo Tiresia che sa e dice e non ha pace, fino a che ha vita, se non nel cercare di costruire strade, relazioni tra prima e ora.Grazie,ferni

  5. sì, Roberto, peccato non averlo potuto conoscere di persona.
    spero di rifarmi! leggerò le sue Poesie operaie e anche altro, grazie, spero di vedere presto anche te, un caro saluto, annamaria.

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