Tra i campi…per meta…(a)mor…fos(s)i

Tra i campi ci sono luoghi che non hanno vocabolario se non la radice, il seme, la zolla.
Tra i campi ci sono erbe, bacche, sostanze  di cui ci nutriamo da sempre.
Ciò che cambia non è che il modo, il mondo resta
sospeso tra le stelle di cui risente d’essere  un taglio, un dettaglio di esplosioni
continue  gravitazioni in rivoluzionari assetti.
I poli sono popoli, gene-razioni di uomini disposti in singolarissime ri-produzioni,
metamorfosi di qualcosa che non finisce, di cui abbiamo immagini temporanee,
cartoline da un altrove che si approssima, ci con-figura in-versi e uguali prossimi
lontanissimi, stanze di un tran-sito in cui tutti abbiamo un posto.
In questo tramvai, ho trovato una via come un filo, un segno che mi portava tra …i Campi, tra i colori di quanti ci rendono una piccola scintilla di ciò che è specie speciale: l’essere fratelli in un caos di eguali diversi.
.
.
da L’inestinguibile lucore dell’ombra (poesie dedicate 1996-2002)- Enzo Campi

I)

Ricordi Théophile,
com’eri tenebroso
a quel tempo
in cui leggevamo,
al chiar di luna,
nell’inverno freddo della Bretagna,
quella romanza d’altri tempi
che cantava
l’insano senno del potere?

Oggi invece guardiamo
questo triangolo rovesciato,
questa piramide
che deflora le viscere
della nostra stessa madre,
nell’idea alchemica
d’una presunta trasmutazione
volta a dare lustro
a tutti gli elementi.

Ho spalancato il baule
in cui ho rinchiuso il dolore
e anche tu,
nell’angolo più nascosto
della soffitta,
hai un’urna da aprire.
Cosa aspetti ?

“Voglio cibarmi
della polvere dei tuoi rimpianti
nel cimitero dove riposa la tua ombra.
Non c’è enigma nella Sfinge,
l’oracolo delfico
ha predetto la mia rivalsa.
Sento già la calda mano dello spirito
palpare il mio ventre.

Se mai diverrò un principe
tu resterai il mio re.
Se mai mi trasmuterò in un diapason
tu resterai, per sempre, il mio la.
Non conosco altro mezzo
per accordare
le corde del mio pensiero”.

II)

Una stanza vuota e disadorna,
tutti i libri
disposti a pile
sul pavimento di marmo pregiato,
appena levigato
dalle mani pazienti di un umile artigiano.

Al centro un dignitoso scrittoio
in legno di mogano
dove si confondono,
tra i libri di Poe e i miei appunti,
un fiore marcio,
una bottiglia rovesciata,
il manoscritto
de l’epigraphe pour un livre condamné,
due calamai d’inchiostro manicheo
e tutta una serie
di pennini amanuensi
forgiati in leghe d’ottone e bronzo.

Quattro vetrate iridescenti,
come quelle delle chiese,
in cinque strati
di cristalli digradanti e sovrapposti,
rendono la luce diversa e variegata
nei colori
che invadono il centro della stanza,
cosicché, da seduto,
la mia schiena è avvolta,
in controluce, da un alone vermiglio
e il capo sembra disegnato
nel bel mezzo di un’aureola
che ricorda un santo imbonitore.
Dai due lati, invece, sono investito,
a sinistra
dall’indaco intenso del cielo
e a destra
dal tramonto ambrato
che si staglia sull’oceano.
Il viso,
il torace e il ventre
si tingono
di un verde cupo
simile al colore
dell’assenzio appena distillato,
bevuto puro e non ancora edulcorato.

Dalla porta si entra
nell’altra stanza
dove spicca un bagno improvvisato,
in bella vista,
alla sinistra del letto a catafalco
ove alternare,
in sogno,
i corpi di tutte le mie donne,
Sarah, l’ebrea
e Jeanne, la mulatta,
Marie, l’attrice
e Apollonia, la présidente,
e magari anche tutte le altre
che non ho ancora conosciuto o a cui,
da ebbro e da sobrio,
non mi sono mai dichiarato.

Che triste destino,
quello di non essere compreso,
il rifiuto dell’Accademia,
questa sifilide che mi tormenta,
i creditori che non mi danno pace,
che triste destino,
quest’esilio da volontario
in terra belga,
dove un nutrito popolo
di squallidi imitatori
sopravvive,
nella grettezza,
all’ombra della Francia.

Mi sembra proprio il posto giusto
per porre fine alle mie pene
ed esalare
quell’ultimo respiro
che qualcuno,
tra gli stolti,
definisce saturo d’acquavite,
pensando così di recare offesa
ad una mente
che è già oltre il senso della vita.

.

Roberto Matarazzo- Sinergia Spleen

.

IV)

C’è ancora tempo per scrivere,
per imbrattare questi fogli
col mio umore pestilenziale
o per rivangare
i fasti del passato,
quei giorni in cui nello spleen
si alternavano
le tinte fosche e amene
del pensiero dibattuto
dal rovello filosofico
e dalla voglia innata
delle grazie di una donna
in cui riversare
ogni malata specie
d’ottimismo metafisico.

Ma non una donna qualsiasi,
io volevo un’ape regina
capace di cibarsi del maschio,
una mantide d’alto rango
edotta nell’arte del pensiero,
capace di suggere,
a piene labbra,
ogni essenza metafisica
direttamente dall’occhio,
dall’orecchio,
dal capezzolo,
dal fallo e dall’ombelico.

Ho scritto per lei lettere e poesie,
innalzandola a madonna e vestale
dei miei pensieri d’amore
e non mi vergogno di dirlo.

Se la cosa più alta è lo spirito,
e così è stato da Talete a Racine,
tutto ciò che è volgare e ignorante
non è degno di considerazione
e non può svilire il pensiero
di chi cerca,
fin’anche nelle labbra,
grandi o piccole che siano,
l’altezza e la gravità
del lume dell’intelletto.

VII)

Ho parlato di Parigi
come di una gran puttana
che offre inferni a profusione,
cibo grasso,
tette sfatte e loschi assassini,
perfino signori,
alti dignitari e finti nobili
in mutande di velluto
che dispensano zecche a buon mercato.

Ci sono anche letterati,
stinti e avvinazzati,
che inneggiano uno spleen d’oppio
e di perdizione
senza più sapere cos’è il pensiero
e dove risiede la ragione.

È quindi malata e morente
quella musa
che si librava nella notte parigina,
sulle rive della Senna.

Dicono che viva ancora
nell’isola di Saint-Louis,
là dove io l’ho lasciata,
sola,
al suo supplizio,
alla voluttà del tormento che ricade,
con colpo di falce acuminata,
sul mio stesso corpo
oramai
dilacerato e consunto,
sfinito dalla sifilide che avanza,
assuefatto dai piaceri e dai dolori.

Vorrei poter ancora essere in grado
di scatenare l’invidia
dello scribacchino
e del professore di latino.

Vorrei incarnarmi nel grande Manitù
e calpestare,
con la fierezza di un bisonte,
la prateria
dove si perde ogni ragione
e si svelano i segreti dell’essenza.

Vorrei essere un diamante,
puro e iridescente,
divelto dal costato
dell’abisso sudafricano,
per lacerare,
con la punta della mia lussuria,
il ventre di una ninfa
sulla corolla gigantesca
di un fiore tropicale.

Vorrei avere il privilegio
di scavare la mia fossa
e stendermi a cielo aperto
come pasto prelibato
per corvi ed avvoltoi.

Vorrei poter ancora cantare
le carezze lievi
che Delfina lanciava
sul corpo di Ippolita
come summa atheologica
della pura bellezza
e della fragilità della dolcezza.

Vorrei poter ancora scrivere,
a quattro mani con Théophile,
i manifesti dell’Arte-per-l’Arte.

Vorrei bere la cicuta
e benedire Socrate,
che in un estremo atto di coraggio,
disse :
qui non c’è posto per me,
ma ricordatevi
che l’anima è immortale,
questa è la mia salvezza!

Ma la voce della governante,
stridula e chiassosa,
si leva alta dalla tromba delle scale,
sì lo so,
è tardi,
è ora di andare,
una donna del luogo,
una delle tante,
falsamente pudica
nel porsi al giudizio della comunità,
mi ha convinto ad accompagnarla
nella chiesa di Saint-Loup,
del resto è domenica
e bisogna officiare il proprio dio.

Chissà che non mi redima
una volta per tutte o che,
invece,
accada qualcosa di magico,
misterioso
e fin’anche irreparabile
che possa risparmiarmi
l’ennesimo supplizio
d’essere giudicato
dalla gente perbene
e dal loro dio.

* * *

Di Giovanni Campi una “carTolina”, una specie di micro-solco delle voci che si radicano in noi, da mondi contigui, nella DI-STANZA in cui tutte le cose non finiscono di riprodursi e restano, nell’atto di una germinante r-evoluzione.
.
* * *
Riferimenti:

Enzo Campi è l’autore di Spleen, edito nel volume: L’inestinguibile lucore dell’ombra (poesie dedicate 1996-2002)
http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html
(all’apertura della pagina cliccare su LIBRI)
*
Giovanni Campi- Poesia visiva- della distanza-
http://www.alkemishop.eu/prodotto-142951/Poesia-Visiva-Della-Distanza—Giovanni-Campi.aspx

Edizione a tiratura limitata in 30 es. numerati e firmati in originale dall’autore, realizzati in formato 17 x 12 cm. su policarbonato, serigrafia a 9 colori. Illustrazione da un immagine originale di Antonio Contiero

11 Comments

  1. che begli occhietti che hai!
    …per vederci meglio?
    e la boccuccia…che caruccia come mai?
    …per dire a te grazie,lo sai?

    ciao Giovanni, mi permetto di scherzare con te.Un abbraccio,f

  2. due fratelli, due amici, due persone che emergono per sensibilità e intelligenza, in questa “casa”, ferni, si sta bene, nel calore delle amicizie colte e direi educate, discrete.. verrebbe voglia di un buon calice di vino rosso meditativo, tutti insieme..
    Vostro
    r.m.

  3. Che vino ragazzi! L’ho bevuto nella sua cantina, quando ci sono andata con un carissimo amico viticoltore e produttore che conosce tutte queste meraviglie e, ogni tanto, mi porta con sé in viaggio. Quella volta, sulle colline di Calce,dove ancora il mare spartisce i suoi tesori e il vento ascolta i desideri di ogni vite… ho avvicinato un nuovo mondo e…poco lontano, a Figueras, il precipizio di Dalì. Che mondi!
    f

  4. miei cari amici il vino sincero ha la singolarità di percepire e fare proprie le mille suggestioni che i territori sanno offrire e trasformarli in quel nettare suadente che il vino stesso sa di essere.. giochi sensuali tra profumi aromi sapori… dal topos ai vini, ogni luogo sa donare poesia di gusto e sapori … tutti diversi ed è questa la magia… chissà se un giorno possiamo un convivio amicale? ci terrei tantissimo..
    vostro
    r.m.

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