Adlujè di Anna Maria Farabbi: un fuoco “preistorico”

catrin welz-stein

Catrin Welz-Stein

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Quando si cerca di visualizzare un cammino, si cercano le tracce, si cerca l’origine, e per farlo si torna alla fonte. Adlujè è l’orogenesi della curva, quel “d(‘)osso” che si è articolato in vertebre di sonorità variabile, a seconda delle voci, come creste di montagne o valichi o pianori o mareggiate o …che ancora sta componendosi, nel ventre di un viaggio che, come la terrra ospitante, rivoluziona se stesso tra i diversi alfabeti e i silenzi che da quelli s’inoltrano nel corpo di ciascuno. Porto Adlujè, perchè è l’inizio, l’impronta lasciata per terra, i gusci e le noci non spezzati, depositati nei solchi del corpo, per coltivarne magnifici alberi e lì, dentro di noi, ascoltare, sentire toccare quella terra maestosa e non (l)imitabile, nutrirsi di ciò che offre, sentirne la contaminazione, il canto e le grida, la magnifica e atroce diseguaglianza, che tracima dalla parola e la rende attiva lav-orante, in quella caccia di frodo che pratichiamo da secoli e che altro non  è se non il nostro prendere alla terra, pretendendo, strappando ogni zolla  ad un corpo legato ad un filo celeste imprendibile, che  non è proprietà di alcuna nazione ed è dunque  privato della comunione collettiva. E’ in questa caccia(ta) (d)al bene comune, quell’antico sognato paradiso che la fame, la mancanza, mette insieme predatore e preda, facendo l’un dell’altro il corpo del baratto feroce. Il mio corpo nutrito del corpo di un altro e poi …ancora il tuo il suo mio nostro… in quella catena da cui nessuno può (s)legarsi. Eco:  l’esperienza è anche questa eco di cui si cercano i frantumi, è un  andare oltre le parole comuni, quelle consumate in ogni di-battito che mette la circo(n)ferenza all’invasione di qualcosa che è un mondo vasto, così vasto che serve ogni uomo, dall’inizio del tempo, e la moltiplicazione delle voci  del futuro per poterlo dire, sapendo che comunque , ed è la grande fortuna, la meraviglia della scrittura permanente che quell’universo ci in-segna, non finisce, non si esaurisce in alcun voca-bo-la-rio. La Terra ci lavora in corpo uno squarcio,semina in ogni quarzo una ferita cristallina, porta acqua alla nostra sete, moltiplica le luci, i bagliori da tutti i punti dell’essere, tutti, nessuno es-cludendo, non chiudendo mai il lib(e)ro.

fernanda ferraresso- 17 gennaio 2010
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catrin welz-stein

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Dice Maurizio Casagrande, in occasione della presentazione del 13 Settembre 2003, a Villa Alessi di Faedo:

– Adlujè di Anna Maria Farabbi- è – un fuoco “preistorico”, quello sacrificale di un auto da fé, tradotto in canto e in “battito”.

E poi continua:

– Si tratta del libro che inaugura la scommessa della nostra collana “La porta delle lingue”, una collana che nasce caratterizzata da un intrinseco legame ombelicale biunivoco fra il volume in oggetto e quello che lo seguirà a breve termine, Ionio e altri mari di  Marco Munaro. Il nesso, che è molto stretto, fra autori e opere si può riassumere così: due libri che hanno assunto quale veste la forma/poema, il poema del mare/dei mari nel caso di Ionio, il poema della terra, del mare come assenza, lontananza e nostalgia nel caso di Adlujè; ancora, due opere che alternano alla lirica la prosa, in un intreccio strettissimo e che guardano, pur se da prospettive e con finalità diverse, al grande modello di Omero e della sua Odissea. Due libri importanti e che vengono da lontano, due libri difficili, due libri forti. Ma entriamo in Adlujè. La sua specificità – se è legittimo operare tale semplificazione – è il dialetto, in quella variante dell’umbro che è parlata a Montelovesco. E Montelovesco dista anni luce da Perugia, la stessa distanza che corre tra la poesia della Farabbi e quella di tanti/troppi poeti contemporanei. A chi assomiglia la sua poesia? A nessuno, ma se proprio volessimo fare dei nomi potremmo dire la cesenate Mariangela Gualtieri ed Ida Vallerugo, friulana di Meduno: la prima per la ragione che è la Farabbi stessa a considerarla «strettissima sorella», la seconda perché ha in comune con lei un’accesa sensualità ed il feeling con l’eresia, quell’eresia incoercibile e insofferente d’ogni costrizione che ha nome poesia. Eresia, carnalità ed erotismo sono le cifre distintive di Adlujè, un’eresia e un erotismo che s’incarnano in una strega “analfabeta” esperta “del fiato dei lupi”. È l’eresia dei cinque sensi e del corpo, un corpo “sporgente” direbbe Priano, un corpo crocifisso, invece, con Artaud e Pasolini. Ma Anna ha nel sangue anche altri poeti: due su tutti, oltre agli insuperati maestri Omero e Dante (Omero: in quella Penelope/strega che tesse pazientemente la propria tela; Dante: nell’episodio della danza sotto la quercia: Cfr. A. M. F., UNA DONNA IN MEZZO ALLA FORESTA. Confessioni erotiche di un’eretica, in Adlujè, p. 15; Dante, Purgatorio, V, vv. 104-105): Sandro Penna ed Andrea Zanzotto ai quali sono espressamente dedicate due liriche della presente raccolta. Se la dedica al primo riesce più comprensibile visto che anche Penna era nato a Perugia, senza dire della sua eresia rispetto ad ogni ortodossia erotica, meno scontata appare la seconda. La chiave nell’ultimo verso e nella nota in calce: «brillano gli schizzi salini del tsunami». “Tsunami”, apprendiamo dal dizionario, vale “Onda sul porto”, onda di maremoto. Tale, infatti, deve essere l’impatto che la Farabbi ha avuto con la poesia del trevigiano: un maremoto che travolge e spazza via tutto. Eppure non è la forza dirompente dell’oceano a magnetizzare l’attenzione del poeta, è piuttosto un piccolo dettaglio, un semplice “schizzo”, ma “salino”. E con il sale, la “voce” di un maestro che sa il respiro del mare, i profondi abissi dell’io e la potenza della natura. Un’ultima nota, prima di cedere la parola all’autrice, la sola che abbia titolo a parlare della propria opera, almeno in questa sede: l’insistenza, per l’intera estensione del libro, sul tema dell’eros nelle sue molteplici e controverse varianti potrebbe sembrare eccessiva, stonata, perfino gratuitamente provocatoria. Non è così. Lo scandalo c’è ma è quello – con Pasolini – del contraddirsi, «dell’essere / con te e contro te» fino alle viscere. Niente di più scandaloso – è la cattiva eredità cristiana – che la discesa negli abissi dei sensi e la risalita fino agli archetipi della preistoria, percorso che la Farabbi ha fatto proprio per intero, non unicamente in questo libro, riportandone una sapienza che ustiona e inquieta ma non può lasciare indifferenti.

Si potrebbe continuare per ore nelle nostre osservazioni (le valenze alchemiche, orfiche, ctonie, perfino ascetiche, per quanto paradossale possa sembrare) ma non avrebbe molto senso. L’unica cosa “sensata”, per ogni lettore, è l’approccio senza mediazioni al testo, l’immersione amniotica (liquida) nei suoi nervi, nel suo sangue affidandosi quale guida, piuttosto che ai critici, al linguaggio del corpo che è lo stesso per tutti e che Anna sa declinare come pochi. –

M.Casagrande

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catrin welz-stein

catrin welz-stein-her garden

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Da Adlujè- Anna Maria Farabbi

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V

Madre! Non dormo! Nemmeno questa volta dormo!
Nemmeno adesso che il nero copre ogni cosa
e intorpidisce gli occhi

Ha colpa il rospo
che dal fondo delle mie orecchie intona
ciò che dura ed è durevole
intrigandomi

Più lo ninno e lo staccio
più lui di verde si ostina
brilla
e vuole fare l’amore

*

VI.

Vorrei farmi il fiato uguale uguale al vento
quando strofina l’acqua la drizza
e la ributta giù
poi la riprende
e le insegna a girare a girare a girare
Ma di notte
quando nessuno vede
e al posto degli occhi
si diventa assolutamente orecchi

Vorrei metterti in bocca – amore cechino –
la mia lingua pregna
per scandalizzarti
e poi il colore

Per una notte nell’incrocio buio e secco del tuo cuore
schizzarmi in te

 

*

IX.

E poi basta di impastare con le mani
queste ninnananne dentro la notte

Fosse il cielo un pane nero reale
invece di una pignatta di inchiostro
Fosse un filone enorme
per sfamare i matti del mondo
e tutte le bocche vuote

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catrin welz-stein

catrin welz-stein- touch the sky

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VARIAZIONI SUL BUIO DI MIO FIGLIO

I.

E’ nel sonno che si dilata e s’incanta

ricevendo,

anche per me che lo veglio,

ricevendo nel sogno

i miracoli degli dei

.

Mio figlio dorme dentro l’inverno
mentre la vita gli tinge
il tenerissimo buio
delle narici.

Vi si sgelano gli angeli e gli uccelli
scoccati da dio.

*

II.

E’ nel sonno che si dilata e s’incanta

ricevendo,

anche per me che lo veglio,

ricevendo nel sogno

i miracoli degli dei

.

Mio figlio dorme
coperto dai suoi occhi chiusi:
sta cadendo in sé
come una piumina bianca.

Sottosotto è morbido il caldo
del suo terriccio cuore
dentro cui sta crescendo,
anche nel sonno,
la pianta.

*

III.

E’ nel sonno che si dilata e s’incanta

ricevendo,

anche per me che lo veglio,

ricevendo nel sogno

i miracoli degli dei

.

Mio figlio dorme
uscendo dalla luce
come un tranquillissimo fiume
notturno
che nel fluire dentro la sua lunghezza
tocca terra e mare
contemporaneamente.

Nel suo silenzio subacqueo
sono liquidi anche i venti e i canti
dei pesci.

* * *

 

Note relative al testo e all’autrice

Adlujè  è una parola dialettale usata dai contadini della zona tra Umbertide e Gubbio, nella provincia di Perugia, per indicare quando la gente andava a caccia di frodo: innalzavano nell’aia una grande rete e la coprivano di vegetazione con fogliame, erbe, piccoli legni;vi si appostavano dietro, nascondendosi; all’improvviso rompevano la notte accendendo lumi, sbattendo ossessivamente mani barattoli legni. Affluivano uccellini a stormi, attratti impauriti assordati abbagliati: sgolandosi. I contadini sapevano che era proibito dalla legge cacciare uccelli piccoli, ma quella carneficina saziava la loro fame. Almeno per un paio di giorni.Ciò che era necessario per la loro povertà.”  Da Adlujè- Anna Maria Farabbi- Il Ponte del sale, 2003

adluje-copertina


A. M. Farabbi

Sono nata a Perugia il 22.7.1959. Sono stata redattrice della rivista letteraria “Lo spartivento” di Bologna, ormai chiusa. Ho collaborato per traduzioni recensioni interviste a scrittrici e scrittori e per lavori di critica letteraria a vari giornali e riviste, tra cui “”Legendaria”, e per la rivista bilingue africana “Sister Namibia”, come corrispondente italiana. Ho pubblicato opere saggistiche sulla rivista letteraria “Il rosso e il nero”. Miei racconti e poesie sono apparsi su varie pubblicazioni, tra cui “Poesia”, “Atelier”, “La Clessidra”, “Il vascello di carta”, “Versodove”, “Poetrywave”, “Yale italian poetry”, “Pagine”, “Famiglia Cristiana”, “Letture”… Sto attualmente collaborando con la Fondazione Bianciardi – Il Gabellino – per un lavoro di interviste ad esponenti autorevoli internazionali (storici, poeti, filosofi, traduttori…).

Per poesia:
Fioritura notturna del tuorlo, Tracce,1996
Il Segno della Femmina, Lietocolle, 2000 con cd
Adlujè, Rovigo, Il ponte del sale, 2003
Kite, portfolio di 9 opere grafiche di Stefano Bicini su mie poesie, Studio Calcografico Urbino,2005
Segni, con opere grafiche di Stefano Bicini, Pescara, Studio Calcografico Urbino, 2007
La magnifica bestia, Travenbook, 2007

Per prosa:
Nudità della solitudine regale, Zane Editrice, 2000
La tela di Penelope, Lietocolle, 2003

Per saggistica con traduzioni:
Le alfabetiche cromie di Kate Chopin, Lietocolle, 2003 (monografia su Kate Chopin)
Un paio di calze di seta, Sellerio, 2004 (raccolta di racconti di Kate Chopin)
Il lussuoso arazzo di Madame d’Aulnoy, Travenbook, 2007

Monografia sull’ opera: Francesco Roat, L’ape di luglio che scotta, anna maria farabbi poeta,

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10 pensieri su “Adlujè di Anna Maria Farabbi: un fuoco “preistorico”

  1. Mio figlio dorme
    uscendo dalla luce
    come un tranquillissimo fiume
    notturno…

    stupendi, questi versi; ma tutto il lavoro poetico di A.M. Farabbi è tra le cose più belle di questi anni

  2. è sulla mia scrivania dal luglio del 2007 e mi è caro per tanti motivi questo libretto di Anna Maria Farabbi… molte poesie ho avuto la fortuna di ascoltarle recitate (o forse dovrei dire ‘raccontate’ direttamente dalla voce dell’autrice), così come la storia del titolo , “adluje”, una st(r)ana parola dialettale usata dai contadini della sua terra, quando la gente nelle notti d’inverno andava a caccia di frodo.
    ecco, grazie ferni della tua proposta di rilettura e di ciò che sai sempre leggere oltre e dentro le parole. Mapi

  3. GRANDISSIMA la “stana parola”, sono sicura che le parole nascano per effetto del vento, compreso quello magnetico, e si sistemano davanti ai nostri occhi come carrozze viaggianti, ci potano la lingua e ci portano là, esattamente nel luogo da cui le avevamo dirottate. Grazie Mapi,ferni

    Condivido con Mirko e Salvatore le loro osservazioni e ringrazio d’essere passati. Vi aspetto ancora,naturalmente.f

  4. ANNAMARIA – MAURIZIO – MARCO
    Rileggo qui e, anche se tutto è familiare, tutto ritorna in un’altra aria e mi coglie mutato. La poesia è sempre una prima volta. Credo che loro, mentre stanno a prepararmi la sorpresa, siano d’accordo. Ciao, Ferni

  5. Pingback: Anna Maria Farabbi: 'Adlujè' | Poesia 2.0

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