Lucetta Frisa- Goyescas

Tra le molte opere di Goya, da cui i testi prendono il movimento,ho scelto questo, in cui il capriccio e il disegno di cui si parla nalla poesia è espresso magistralmente dal pittore, senza punto ferire ma portando in luce cil che che, con chiarezza, dice il profondo. L’immagine inquadra Don Manuel Osorio, delfino di Spagna. Gioca con gli animali: la gazza è tenuta legata e i gatti hanno gli occhi spiritati, forse vorrebbero mangiarsi il pennuto. Il bambino chiude in sé qualcosa che non è placido, ma una cattiveria governata. Goya sottolinea l’educazione, ma anche la soddisfazione del bambino di tenere gli animali in gabbia e di giocarci. Forse anche con gli uomini il gioco non sara diverso?

Capricci e disegni

Il sonno della ragione genera mostri

Da un’armoniosa ariosa foresta

ali becco rostro cadono negli occhi

mi accecano di luce nera.

Con sguardo di rapace

mi rivedo.

La roccia la nuvola il lampo

sfiorati dal mio ciglio si intorbidano

di bianca indifferenza

di non consistenza.

Povera l’arte e ritorta

in pupille e parole –

sprigiona tutti i veleni

di un cieco ingegnoso.

*

La duchessa d’Alba con una bambina negra

Oscura vita adagiata in grembo:

questo mio latte bianco

ti crescerà più limpida?

Un corpo fiorisce insieme al mio:

sfarzosa invadente

un’ombra mi succhia

cancella tutti gli ornamenti.

*

La maya e la mendicante

Complementari due curve

formano una realtà sola

hanno il passo dell’attimo

un’apparente danza.

Se le fissa qualcuno

col suo occhio straniero

al vertice si flettono,

e l’una entra nell’altra:

la maya eretta s’incurva mendicante

la mendicante si risolleva maya.

*

Rana-studioso

Interrogo il buco del pavimento:

hai testa braccia piedi troppo umani

risponde, e scosso da quell’incantamento

torcendomi scivolo nel profondo.

Una sinistra grazia apprendo e effondo

nel fango sbieco del mio sguardo sguazzo

aulico nell’inaudito gracido.

E ignoro del ritorno l’andamento.

*                       *                       *

La Quinta del sordo

Siamo appena figure

1

Venite a vedere questo foglio farsi ritratto:

senza capire

chiamiamo luce

segni che dicono scure ragioni.

Venite a vederci interrogare:

l’occhio smarrito perché il foglio è bianco

e l’ha dipinto un cieco come noi.

Venite a vederci sognare mentre ci uccidono.

Il volo è basso: non riusciamo a toccare

l’alta città simile a questa

che si schianta e non ci sveglia.

2

Chi verrà qui a guardarci

– marci, morti –

se qualcosa eravamo

se qualcosa abbiamo detto?

3

Siamo appena figure

apparse scomparse

nel buio.

4

Perché non ci fu che sonno e desiderio.

Ci ingannarono i veli

dell’aurora il troppo vino l’aria

leggera dopo l’afa estiva.

Ma la tristezza è durare nella fatica del buio

senza vento e fine.

Non turbateci.

Non spaccate l’inferno col lampo.

5

Eppure la calma cercata in viaggio

aveva un colore azzurro

sbucato dietro le rocce

come il sorriso di un idiota.

La calma è il premio di quei due

sventrati nel fango che li inghiotte

e li ricopre di calma.

La calma è il bianco violento sopra il nero.

6

Ubbidienti

la luce del giorno ci schiaccia

ci respinge dalla sua logica

come un’offesa regina.

Disubbidienti

urliamo suoni insensati

bussiamo alle sue divine orecchie

chiuse per chi non imparò le melodie.

7

La porta aperta

la frase nel sogno

la fiammata

il fumo

la fuga sulla torre imperiale

che vacilla

vacilla

e chi ha udito e visto

subito ci cancella.

8

La frase nel sogno

che cosa diceva?

9

Nere pupille accese

intorno ai fuochi dei morti,

visceri della polvere.

Tenetevi il vostro dio

pallido e ragionevole

di bianche beatitudini

dio d’oro dei potenti.

Noi siamo il nero:

fuoco che si alza poco

soffoca nel suo fumo.

Con le streghe voliamo:

né alto e azzurro è il cielo

né alto e azzurro è il mondo.

Dietro tutti i colori

nero e basso è lo sfondo.

10

Fame fame fame

non fame di corpi

fame di chi si interroga

sul cibo dei cani celesti.

Fame fame fame

chi si accorge se cadiamo?

Dissanguati cadiamo

sotto i denti

del vuoto.

11

Nessuna memoria di noi

solo vivi nell’ora alta dei morti.

12

Guardateci con altri occhi.

L’attenzione penetra l’apparenza

non si acceca di luce

né di tenebra.

Forse farà giustizia.

13

Voi diteci il nome

il nome che non sappiamo:

chiamateci col nostro nome.

Chiamateci col nostro corpo

a voce alta

fuori

dal buio.

.

F.Goya- La lettura

https://i0.wp.com/1.bp.blogspot.com/_vhl-SMfmDFI/SnRiWNn-4KI/AAAAAAAADtk/jjYpsfHG65g/s400/GOYA+-+Uomini+che+leggono.JPG

Guardare un’opera pittorica con profondità è come raggiungersi. In quella particella riflessiva “si” credo ci sia spazio, quello da cui l’artista è partito e a cui ha fatto ritorno, più e più volte, per ogni segno-tracciato, quello a cui pensiamo, noi, che egli fosse diretto o fosse partito e finiamo per trovare quel che di noi stessi non sapevamo nemmeno esistesse , ma l’artista ha visto, come Tiresia, prima di noi e da quello ha ri-costruito in uno specchio se stesso.

Ecco, credo che questo Goyescas, che appartiene alla raccolta Siamo appena figure- GED- biblioteca di ciminiera- 2003, sia l’ascolto, non solo la visione, perchè la tela è il luogo più densamente buio che esista. Ringrazio Lucetta Frisa che ci ha inviato questi testi,  appartenenti ad  un tempo che non ha tempo, poichè appartiene al viaggio, il suo , per confini che si aprono, si restringono, si tingono di albe e notti, ad ogni nuovo giorno nel nostro andare dentro noi stessi.

f.f.

4 Comments

  1. mi ha colpito molto “La quinta del sordo”
    ci sono testi che andrebbero letti a voce alta, questo è tra quelli
    non conosco questa poetessa, potrei azzardare che ho letto 13 personaggi, ho ascoltato le voci come a teatro

    una proposta Ferni di cui ti sono grata
    naturalmente un grazie all’autrice

  2. Ho trovato il testo riferito al quadro che ho scelto per l’impaginazione del post. E’ di Lucetta,che me ne aveva scritto nella email di risposta a questo inserimento. La lascio qui, nel commento, sperando che non le dispiaccia.f

    *

    Don Manuel Osorio de Zuniga

    Goya, Metropolitan Museum, New York

    Ero solo nella mia stanza, accarezzavo i miei tre gatti, facevo passeggiare la gazza che con un filo
    tengo legata alla zampina (quando la libero devo fare molta attenzione, i gatti la fissano), ero contento anche se l’abito mi stringe la vita e le scarpe mi danno fastidio quando cammino. Poi, tutto a un tratto, entrano, restano immobili di fronte a me. Cosa vorranno?- mi sono chiesto- e chi è quel signore un po’ strano, che continua a guardarmi, a scrutare me e i miei animali? Ne avevo quasi paura, volevo scappare. Ma tutti, tra vezzi e moine, mi dicono di non muovermi, di fare il bravo, perché quel signore, quel forestiero che continua a guardarmi e a nascondersi dietro una tela, deve farmi il ritratto.
    Gli occhi sbigottiti, capelli lisci e pettinati, eccomi con la gazza e i gatti, davanti a voi, vicino alla gabbia – chiusa – dei cardellini. (Però qualche volta, mentre i gatti dormono, io la spalanco per vederli volare intorno.) Quel signore che mi guardava tanto e tutti gli altri se ne sono andati, la porta si è richiusa e siamo più soli di prima.
    E anche voi che cosa volete? Perché ci guardate e non ci fate uscire di qui?

    Lucetta Frisa
    .
    riferimento per la ricerca del testo:
    http://www.chiaradeluca.com/Lucetta_Frisa_antologia.htm

  3. Grazie prima di tutto a Ferni che mi ha invitato nel suo bellissimo blog. E grazie grazie grazie per avere inserito anche quest’altro testo(una sorta di monologo) che si riferisce al quadro di don Manuel di Goya che amo tanto!

    Si, cara Elina, La quinta del sordo- come tanti altri miei testi, forse tutti- hanno un andamento teatrale e si adattano a una lettura a voce alta.
    Sono stata ( e ancora sono) un’attrice.
    Tu hai saputo cogliere perfettamente questo aspetto della mia poesia e ne ho piacere.
    un abbraccio a te e a Ferni
    lucetta

    1. sono lieta io e, anche a nome degli altri del gruppo,ti ringrazio. Sono felice che la mia ricerca abbia dato buon frutto, oltretutto ho trovato un sito nuovo con cui, magare, scambiare le letture e le proposte. Un abbraccio e ancora grazie per questi disegni, dipinti con passione. ferni

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