LA GIOIA DELL’IMPOSSIBILE- Nicola Licciardello- note di lettura Fernanda Ferraresso

Esercizio della prima ora. La nascita del sole

Si tratta di aprire la casa, di aprire me, alla prima “ora” del giorno, appena il sole supera il tra-guardo, l’orizzonte nella linea dell’occhio che tutto accoglie, ora dopo ora, sino alla notte, quando alla finestra si affaccerà la luna. Ma. Per vedere, l’occhio deve superare l’abbaglio, per non cadere in una grigia opprimente cecità, una notte senza profondità cosmica, piatta, di  grigi-astra f(r)attura, deve accendersi, deve farsi fattrice di passione, la stessa  con cui brucia il padre sole. A questo serve la preghiera iniziale, a far circolare il rosso di quel fuoco, di quel sangue del cosmo, nel sangue di ciascuno. Calarlo e ap-prenderlo nei foco-lari di ognuno. Il dio e il padre in ogni cosa, è  elementale sostanza:

in tutto porta vita, t o n i f i (c)c a n d o il colore del rosso, declinandolo in tutte le coniugazioni dei corpi che penetra, nascendone il verde, l’azzurro, il blu, l’arancio.

I n c o r p o r a, in ciascuno, il calore che è il centro della casa, quel fuoco distante si fa stanziale in ogni-uno, sulla e nella  terra- casa spalancata-domus aurea, di luce piena e in noi, senza differenza. Apre, con un mito antico,  la preghiera propiziatrice al sole, e subito si accasa la parola e il poeta, insieme, come fossero una sola (n)azione, in cui una porta l’altro, in un luogo che ha la vastità del pianeta e l’intima relazione tra madre e figlio, la prima gioia in-possibile, o forse patibile, nella sua originante son-orità.

Esercizio del qualmivoglia luogo.

La pittura murale romana, aveva come funzione fondamentale, quella di ampliare oltre la reale misura gli ambienti delle case. Riproducendo sulle pareti prolungamenti ingannevoli delle strutture architettoniche reali, i pittori romani, aggiungevano spazio allo spazio domestico, dilatavano la visione, abit(u)avano l’oltre non visibile, rendendolo attraverso l’arco del sole visivo. Giocavano, di lato in lato della stanza, a costruire distanza, soprattutto  con trompe-l’oeil raffiguranti  facciate marmoree, portici, paesaggi esotici o giardini, a volte popolati da animali feroci o da figure della mitologia.

“A qualmivoglia luogo

e a nessun paese appartengo

– di tutta te son figlio, terra

anche quando sei mare, abito di sposa madre

o sei deserto ove ‘l miraggio insegna e morte cova

‘l misterio di tuo nascimento”

.

E  in Uomonda l’altro(ve) chiede:

“…Uno che non sapesse, che si chiamano onde

che non le avesse mai viste

uno all’inizio dei nomi

come le chiamerebbe?

uno che le vedesse così intenzionate

ad arrivare alla riva

linee collettive d’acqua

dirigersi senza rompersi

fino alla fine

a uno così che sembrerebbero?”

Dipingere qualcosa è mettere a morte la cosa, viva, reale, gioendo dell’illusione di quella stessa cosa. L’assenza di lei è, in fondo, una piccola morte, una sparizione temporanea, tanto quanto lo è la sparizione delle cose nella pittura, pur se rifiorite, rinate là dove sono dipinte, ci mostrano qualcosa di stra-ordinario. Guardare la cosa e vederla in sé è come metterla nella nostra intima terra, per non perderla mai. In quel luogo di spazi profondissimi e dilatate stanze non c’è paese, ma spaesante ritrovamento di un se stessi che supera la  piccola individuale nascita anagrafica, incorporandola ad una presenza sentita come corpo comune e vasto, in cui si è vena, oltre che figlio allattato, cresciuto alla pari di un gelsomino, e come lui incapace di fermarsi , di trattenersi nel corpo a corpo con il confine impostogli da un muro, da una barriera, da un limite, insomma.

Esercizio di predicazione senza soggetto: dalla somiglianza all’identità il tra-passo.

Arriva a garrire, il poeta, appena nato da madre terra, in-con-sapiente di quel sé che tutto in sé matura l’intero, il semel, seme della creazione, insistente urgenza di un sereno che scoppia nell’uragano dei profumi, nell’in-vaso di terra riscaldata dal sole e nella narice, ultima fornace di respiri vitali,  genera e cova uova: con parole che si s-fanno nei vi-venti,  i-sole di un corpo tra-fitto di sole. Aghi da tra-foro, in cui ri-unire i lembi di un corpo tra-cimato oltre i segni di orografie e idriche siepi, che serpeggiano t r a mari  oceani   cieli senza inter-valli se non incauti, silenzi profondissimi suoni che nei sogni, fisica-mente ri-levano un fatto di  s p i r i t u a l e in-portanza.

“…misteriosa la catena, il mulinìo

del vento che tutte le isole incorona

e spicca, in quell’unico

massaggio del sole- nel brivido

nella trafittura che le inizia!”

Esercizio dell’apostrofo e della corsa.

Corre ormai la parola, in  getti vegetali, verbali  verbari  r a d i c a n t i   erbe che si fanno ciclici, emicicli del cosmo. Ruota la terra tutta s-correndosi, in un tornio d’ore precipita il buio soccore la p(i)a(n)ura d i s t e s a   ai suoi fendenti processi, de-capitano il ruolo, di ogni piccolo essere  nel suo cerchio circolo di ludiche visioni  inf(l)igge re-gole di potere dove non c’è fine se non una continua rotondità che      c a d e.  Cede alla luce la sua porzione d’ombre ogni era, per ogni dove scende negli inferi ri-salendo le ossa l’uccello e più-me raccoglie nei tanti semi di cui si ciba. Un ventriglio, in-testi-n’ali vi(n)coli ci tengono uniti in un ossario che si anno-da, tempo dopo tempo e ciclo dopo ciclo, sulle porte di Cuba dove l’alba porge i suoi bianchi album-i  ri-sorti suoni dell’anima mai scioltasi da quella cova. Es-iliata parola profonda profana l’eccesso di senso in cui tutto si spegne e muore. Si ammala, non di virtù, ma di cattedre – cattedrali di legni senza incanto in cui l’es-tinto di noia e logica s-perde il suo  verme. F-orma su f-orma pronta la terra raccoglie miriadi di passi, mine che brillano il buio di una vita mai iniziata se non alle periferie di noi stessi, chincagliere e zavorra  di rotte stazioni senza viaggio e viaggiatore. E la parola s’ingravida e si aggrava, s’inerpica, rin-corre le tante correnti del fiume, in un’ans(i)a le apprende e rappresenta un mondo immondo, pato-logica visione di qualcosa che non c’è, tromp-l’oeil dell’assenza. Il mito di oggi non è Yemaya, ma un sistema, sociale, non solare, e il dio è l’IO che si espande in fra-m-menti,           l’illusorio circo di poteri in cui as-porta gli ostacoli, ri-muovendoli non sciogliendoli o solvendoli in una oggettività fatta di cose che vorrebbero essere le sue piccole luci, punte di selce, che si fanno selciato e tagliano i suoi passi, li frantumano in terre nozioni-nazioni con-fin-anti il passo ancora da muovere. Sesso-fobie sugli altari di falsi d’autore senza no-me, senza intimo profondo piacere, franto-io di pensate comunioni, mai praticate, ideo-latrate parole di cane. Un  non pane non mani non acqua non fiato non. Sola-mente il paradosso del non, in un apostolato di rumori , su umori, fu(r)ori di un avo senza più avvenire, senza (av)ventura. S’infessura così, la terra sbriciolando/ma voi restavate immuni, guardiani/insensibili al ghiaccio o alle mine/al di là della morte, al di là del buddha/colonne della porta, del passo invalicabile, custodi del nulla. E’ un canto afghano un legno, che batte terra, e l’ascolta, dall’altra parte della sfera, agli antipodi di altre storie, poiché a raggi-era una misura accesa nel suo seme, centrato nell’astro che le brucia e le divora il ventre, quell’antro di sole buio, calato nel profondo irraggiungibile e celato, re-cluso che emette fuoco dagli sfinteri dei vulcani, dalle fratture delle immense cordigliere, le sue ossa-ere  im-mer-se in quegli oceani di azzurro profondissimo.

Esercizio di allocazione, la penetrazione nel romitaggio e la città proibita.

Ciò che è cambiato non è il mondo ma il MODO,  l’i n d o m i t o  viaggiare. Aristofane,  ne  Gli Uccelli, scrive: -In principio c’era il Caos e la Notte e il buio Erebo e il vasto Tartaro; non esisteva la terra, né l’aria, né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo la Notte dalle ali di tenebra generò per prima un uovo pieno di vento.

Col volgere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio: sul dorso splendevano ali d’oro ed era simile al rapido turbine dei venti. Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro, egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce. Neppure la stirpe degli immortali esisteva prima che Eros mescolasse insieme ogni cosa. Quando l’uno con l’altro si accoppiarono, nacquero il cielo e l’oceano e la terra, e la stirpe immortale degli dèi beati…-

Forse è a causa di tempi che crediamo “morti” che la scena non dice, non re-cita ancora lo stesso identico no-me, ma una miriade di specchi e allodole che s’involano e s’immolano nel piccolo cerchietto da ricamo delle i-dee. Filo per filo quel tessuto, un lino di Fiandra scompaginato nel tela-io senza più nodo e dono e lucente di mille trame, è un  c’e r a m i c o passaggio oltre l’est, oltre una luce che viene da molto più lontano e s’incunea, s’incurva, s’ingravita di forze a cui sfugge, fino a questi nostri lidi antichi di sedi-mentate  ossa d’altri, innumerevoli romitaggi, saggi le cui spogliate parole sono divenute candido silenzio, l’unico capace di “dissolvere il rumore del mondo liberando lo spazio, l’essenza di pace.”

E il poeta porta ogni porta, e le pietre che delimitano il suo v-arco,            pro-genitrice e zenitale acuta visione della storia delle tante storie. Ho attraversato i miei piedi, raggiungendo le ardue strettoie dei viottoli, nelle fitte ramificazioni del sangue, nelle gambe con cui mi reggo all’orizzonte, per scrutarne i punti,  in-seguirne le processioni : gli  equinozi filosofici, l’evolvente ciclopica tornata dei solstizi nelle tante utopie nate nel grembo delle rivo-luzioni, l’at-teso in-visibile arco dei tra-monti e le ascensioni di ogni freccia dell’aurora, la parola che nasce e che muore. Ponti, in cui ho tentato di raggiungere i poli, la ca-lotta della nascita e l’estrema della morte, nello stesso abito cucitomi e sfilatomi di dosso filo per filo dalla vita, tutte le mie precedenti e quelle che verranno, in tutti quelli che sarò e non conosco, ma sono il corpo- sogno , uno dopo l’altro ap-punto in quell’orlo d’in-finito.

Ultimo esercizio di affetto: la mia voce la tua (s)cena.

E-seguirla:  la casa, la porta, l’apertura re-clusa in sé, dentro quel muro, l’imbattile confezionata singolarità di ogni essere, ogni e-vento in cui s’infiltra l’altro, l’in-cognito e l’es-cogito, dentro la stessa naturalezza con cui un uomo dice al suo identico tu mi sei simile e dice la distanza e la crede così ferma-mente da smarginare i lobi del pianeta, dentro quel suo vulcanico cranio forato, osso occipitale, occidentale orientato lembo in cui s’insinua la luce del midollo nella spina delle vertebre, gli antichi quarzi vibranti. Chi ha vissuto l’esperienza dello spaesamento si trova in ansia, a volte avvolto e sospeso nel vuoto, e nel nero della Notte, mentre sta mirando il giallo di un disco nato nel campo di un  neroassolato e assoluto. Per riuscire a guardare l’insieme il veggente ha superato il Caos, attraversando se stesso. Sentendo nei femori e nel radio quell’immane, caos grande come le trasformazioni dell’Universo, che lo  hanno ap-pro-dato ad una sponda, una qualunque grafia di geo,  ri-salita fino alle origini, senza poterle riordinare dentro, in quel palazzo-pozzo senza fessure della prigione modello: la ragione di ogni ragione. Attraversando, oggi, da qui, sensazioni di altre specie e altre epoche, ha attraversato forze  e stagioni d’inganno, l’infernale cronosfera che ha sputato questo presente e, giunto all’origine della sua visione, dentro il monito(r) della sua visionarietà, ha toccato l’intagibile disco del giallo, nel nero del campo nero, senza più un volto, finché emerge, come elemento che descrive dall’immenso il Caos, l’ordine dell’armonia, l’emorragia preclusa ai più  che, lui, il veggente, ha toccato, con le dita traendone piano forte i  suoni. Non solo le mani di Michelangelo, in una iniziale sovrapposizione percettiva, mi hanno fatto vedere lo scultore di un indomito silenzio  nel cultore dei suoni che, nello stesso spazio trovano posto, ma anche le mani di un  poeta, se pur con altro nome che, con un’unghia, scava nel legno un vuoto e lì si raccoglie. E’ Josè Lezama Lima, il poeta tradotto da Licciardello,come lui stesso confessa nelle pagine conclusive del libro, travolto da un impulso intrattenibile, lì, svolto nel suono di quella lingua ispanica, in cui ritrova la carica, la vitalità e la forza che riconduce alle prime mani che plasmano i suoni.

Qui, nel padiglione dell’o(re)cchio mi risuonano e mi risanano tutti insieme.

NeIl padiglione del vuoto, di Josè Lezama Lima, si legge: ” Vado con la vite/Ponendo domande alla parete/Un suono senza colore/Un colore coperto da un manto./Però vacillo e momentaneamente/Cieco, posso appena sentirmi./D’improvviso ricordo, con le unghie vado aprendo/il tokonoma nel muro./Ho bisogno di un piccolo vuoto/In cui ridurmi/Per poter riapparire,/Palparmi e porre la fronte al suo posto./ Un piccolo vuoto nel muro.”

Accolgo questo segno, e lì anch’io, ora,  s o s t o, in silenzio, nell’avvicendarsi delle voci e delle eco, davanti alla luna, salita alla finestra del mio occhio.

La luna nasconde la via

Com’è calma la notte

dei viventi contemplanti

Lei, la regina morta salire

guardarci dagli occhi infossati

matura morte perlustrando il bosco

là in lama di magnesia

sempr’a mezzaria sguainata

accende l’intrico invisibile

– indoviniamo accordi, dissonanze

fughe, inghiottimenti…

Esercizio della  sintesi : nel silenzio dello scri-bere in me, poesia di(s)seta  tesse l’o r alità  di un luogo e senza peso sto  nel suo ventoso ventre

29 giugno 2009- fernanda ferraresso

*

La gioia dell’impossibile- Nicola Licciardello

Sinopia Libri- 2007

Con una nota di Claudio Cinti e una testimonianza di Rosaria Lo Russo.

In postfazione  Il suono dell’im-possibile- Fonobiografia di N.Licciardello.

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2 pensieri su “LA GIOIA DELL’IMPOSSIBILE- Nicola Licciardello- note di lettura Fernanda Ferraresso

  1. sconvolgente lettura, Ferni:
    Bateson o Norbert Wiener soltanto, forse,
    mi riaprono così alla potenza della mente,
    alla trascendenza della parola pura, a una loro
    riverginata natura – di nuovo pre-alchemica –
    transgalattiche, benamate venete vie d’acqua !
    hai scritto quanto è oltre la ‘mia’ mente, hai ri-tracciato
    la rete dell’ “ordine implicito”, olografico del nostro cervello
    di Fedeli d’Amore… spero di saperti rispondere un giorno
    su carta sensibile … straordinaria figlia di Ravi, eros dell’arte

    anzi proverò a mandarti questa su cartesensibili,

    a presto,
    Nicola

  2. Ti ringrazio per quanto mi hai inviato, sarà cibo delle prossime ore quel tuo saggio sul MUTANTE ASSOLUTO.Sono davvero felice che, nella lettura dei tuoi passi, il mio res-piro si sia intrecciato ai molti di cui il tuo era fiorito. A presto,ferni

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