Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-
Testi, letture, saggi o riflessioni proposti dai lettori saranno raccolti in questa pagina.Tutte le proposte andranno inviate all’indirizzo e mail di cartesensibili (cartesensibili@live.it) e saranno poi, previa lettura, pubblicate. Ringraziamo quanti vorranno anche in questo modo collaborare con noi. – gruppo di cartesensibili
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bertil vallien
Ci sono state complicazioni – racconto breve di Massimiliano Città
Quando nacque io ero lì. A distanza di passi, oltre la porta. Non m’ero sentito d’entrare. Marta strillava troppo, e in qualche modo, ne sono certo, sarei stato d’intralcio. Non sopportavo le urla di mia moglie, mi angosciavano.
Qualche tempo dopo, nelle notti insonni che mi porto dietro da allora, ho spesso sentito l’eco di quella giornata, come un trascinare doloroso di ciò che è stato.
Eppure quel mattino di trentacinque anni fa non avevo paura di nulla.
Sentivo nell’animo un segno di continuità alla vita.
Mi dicevo, sommessamente per carità, che finché quel bambino, che nella stanza accanto stava venendo alla luce, avrebbe respirato l’aria del mondo io sarei stato vivo.
Prima sostenendolo, portandolo in giro per le strade, spingendolo ad essere curioso per le voci e i colori delle città che avremmo attraversato insieme. Gli avrei insegnato a far di conto, ché nessuno si mettesse in testa di poterlo fottere, gli avrei mostrato il mestiere dei campi, il mio per cui ho piegato spesso la schiena ma mai la coscienza. Poi, lieto di esser portato per mano, la sua mano divenuta forte ed esperta negli anni, lo avrei seguito lungo i passi della vecchiaia godendo il frutto del mio seminare.
Ero certo. Il soffio di vita che avevo dato alla nuova anima avrebbe portato il marchio del mio sguardo. E in questi termini ho scrutato per la prima volta i suoi occhi. Limpidi come una giornata di primavera delle dolci colline che m’hanno visto crescere. Erano occhi brillanti, irradiati da una luce che allora non sono stato in grado di comprendere. In qualche modo il primo pianto, quel particolare vagito mi ha dato, sebbene all’epoca avessi più di trent’anni, una sensazione di vita che da allora ho mai più provato.
Qualche giorno dopo la nascita di Marco presi le lacrime di mia moglie tra le mani, e a stento trattenni le mie.
C’erano state complicazioni, dissero.
Con un tono che avevo ascoltato soltanto nei film. In quelle storie tristi che consideravo lontane dalla vita reale, la mia. Eppure così dissero i medici, con fare dimesso e dispiaciuto, e fissandoli in quella postura ho pensato che nel corso dei loro studi li abitueranno a quello specifico tono, il modo identico e anonimo di stringere le mani, l’occhio languido e solidale, e il colpo di teatro. L’uscita dal corridoio verso la prima porta utile, lontani dal fragore che la disperazione sa darti.
Ed io lì, piccolo e ingobbito sulle mie spalle, come fossi invecchiato di mille anni in un istante. E Marta con me. Le sue dita tra le mie. Lei così esile, piccola, fragile, che mi guarda e chiede perché la sua creatura, la nostra, non possa venire a casa con noi.
Ci sono state complicazioni.
Un’ipo-ossigenazione, o roba del genere.
Una parola stonata, come avrebbe detto zia. La maestra di musica del villaggio. Che amava parlare cantando e se una parola non le risultava essere particolarmente musicale era ben lieta di non utilizzarla a scanso di pericolosi fraintendimenti. Aveva deciso di parlare in musica, convinta che non avrebbe mai, a quel modo, insozzato le sue labbra, né l’animo. Morì troppo presto per averne la possibilità. Di sporcarsi, dico.
Quelle parole, quelle stonature, tanto stridule alle mie orecchie, come il raschiare del metallo su una superficie ruvida, le porto ancora con me.
Ci sono state complicazioni.
Anche nella mia vita, d’ogni genere e caso, ma non ho avuto mai paura. Le ho tenute qui, davanti a me, pronte a stritolarle con le mie mani che dicevano da gigante. Le ho sempre piegate prima che loro potessero fare altrettanto con me.
Marco, invece, l’ho sempre tenuto tra le braccia, come fosse un fiore, o una farfalla, o un vaso di porcellana. Qualcosa di estremamente fragile, insomma. L’ho tenuto tra le braccia al riparo dal mondo, quel mondo che avrei voluto tanto riscoprire con lui.
Inseguendolo.
Ma le complicazioni hanno cambiato le nostre speranze e forzato il cammino.
Il mio, il suo.
Marta non ha retto allo strappo della sorte. E i suoi occhi così pieni di lacrime allora si sono sempre più inariditi, fino a chiudersi in un problematico silenzio che ho provato in tutti i modi a scardinare, senza esito. S’è chiusa dentro il rancore di un destino beffardo, senza provare neppure a combatterlo.
A combattere per me, per se stessa, per Marco.
Adesso sputo sangue da più di tre settimane.
Ogni mattino, puntuale. Il rancido colpo di tosse viene a me, e snerva il mio viso. Da tempo non faccio la barba e talvolta stento a riconoscere l’uomo allo specchio. Avvizzito, con lo sguardo lontano, e la luce flebile che poco mostra dell’antico vigore. Mentre lui mi sta accanto e di rado sorride, come sapesse.
Fin da allora, dal momento che i suoi occhi incontrarono per la prima volta i miei, ho sentito che avremmo parlato poco per intenderci.
Così è stato.
Un dialogo fitto.
In un silenzio cullante.
Abbiamo trascorso più di trentacinque anni insieme. Metà della mia esistenza, tutta la sua. Fianco a fianco. Le sue mani che cercano ossessivamente nell’aria a riposare tra le mie, le sue labbra sempre umide e da asciugare che dicono parole mai dette.
Marco, mio figlio è stato il sorriso che ho offerto a dio.
Sputo sangue da tre settimane, ci saranno complicazioni, e in questo mondo che urla a gran voce scorregge di idee non credo ci sia qualcuno in grado di parlare nel silenzio.
Lo stringo forte, forte tra le mani.
Lo stringo forte, forte a me.
Per l’ultima volta, ché nessuno possa fargli del male.
Dendros_03
(L’eredità degli alberi)
Quale assioma smodato sei
Quale estremo svirgolato
O sagoma virale gigante
Per divorare ogni briciola di questo pianeta?
S’abbandona la quercia
dopo secoli al suo silenzio
si regge per poco al contrafforte
che ne sostiene l’ultimo sforzo di vita.
L’acqua è schiuma ormai
rarefatta ed esile
si sgretola ogni goccia
in nebbioline oscure!
Nella cenere spenta serpeggia
un fumaiolo ancora
spenta cenere e lavanda viola
portato dal vento che soffia
su un mare in rivolta
in vana tempesta.
Nel cielo opaco oscillano
come lame d’acciaio
schegge infuocate che vedo
sfilare allo sbaraglio
senza controllo apparente
Persino il pulviscolo è stanco
dei soprusi, delle offese violente
si disperde la particella
in miliardi di corpuscoli
Senza coesione apparente.
(Liberate le reti ed i tralicci
Vite sempreverdi e cenere spenta semiviva!)
Solo il siderale resiste alle intemperie
della ruvida notte
ma nessuno riesce a raggiungere
Certe Altezze
e ogni uomo resta chino
ed ottuso nel proprio querceto
a tenere stretta l’eredità degli alberi.
Rosemily Paticchio da DENDROI 2011
.
He Duoling
Lasciate che vada
Quando un poeta s’immerge nella ricerca dell’ispirazione da cui deve scaturire la sua opera, è come un esploratore che naviga a vista su territori sconosciuti. Un’attività svolta in solitudine e spesso chi ci vive intorno si sente escluso. Con questi versi ho voluto comunicare la mia gratitudine alla famiglia che incondizionatamente sostiene e fruisce del benessere che la poesia sa trasmettere..
Lasciate che vada l’anima mia
in cerca di spazi appena accennati
quasi memoria di un’altra vita
in parallelo vissuta e scambiata.
Si veste di risa l’altra me stessa
quando farfalla di tenui voli
lascia il suo bozzolo e qualche rimpianto
sepolti tra zolle di terra nuova
dove germoglia la gioia carminea
del melograno dai fiori naif.
Voi che mi amate guardate perplessi,
cos’è questa voglia
di rotte scandite
da gesti di donna poco formale,
da pensieri pressanti
di madre bambina.
Forse un poeta ha più di una vita
per celebrare gli attimi persi,
lasciate che vada sicura e serena,
in quei nuovi cieli, vi porto con me!
Emy Pigureddu
.
Dariusz Klimczak
MEMORIALE DI MODENA di Flaminio De Felice
(12 febbraio 2012)
MEMORIALE DI MODENA
di Flaminio De Felice
1
Identico a se stesso
dentro gli anni
- mormorando – c’è un mare
che confonde una nottata
di scogliere ed altri
risvegli per vociferare.
Alle onde toccherà
Una sofferenza
Divagante
2
Quanta costanza
nel catalogare
singoli indizi, voci
e rappresentazioni,
per dare a tutto
un luogo pertinente!
Opera degna di un Dio:
un labirinto.
3
Vita di lago,
speculare, punto
per punto, alle vicende
circostanti:
riflesso di riflessi
dalle sponde
4
Un segmento dopo l’altro,
c’eri riuscita;
con orgoglio mi mostravi
una perfetta rete circolare,
agguato all’esistenza.
Avresti avuto il tempo
per ampliarla
e catturare
forse il senso nascosto
del non senso.
5
Il tuo giovane amore,
il tuo dottore,
per i cui fiori
lasci nei rosai
offerte del tuo sangue
è andato via
( sprofondando la logica
di stanche debolezze
e pensioni – un falso gioco -.
Ma queste sono
stranamente inezie.
Non ha specchiere
il tempo in cui guardarsi.
6
Avevi un regno d’agavi e d’ulivi
e pretendenti in quella piazza d’erbe.
I nemici funesti alle frontiere
sonnecchiavano forse rassegnati.
7
Hai ridotto in frantumi un porticato
di mosaici colore acquamarina
e il racconto di nobiltà infelici.
Il nome del casato si corrompe
anzitempo in pensieri dissociati,
un vapore pungente che distanzia
un dire collettivo e fuori senso
• Modena era un quartiere di Reggio Calabria
dove alcuni decenni fa era ubicato
l’ Ospedale Psichiatrico
.
christine elfman
Antonio Devicienti- tre testi
.
MARIJA GIMBUTAS MENTRE LAVORA AL
“LINGUAGGIO DELLA DEA”
.
S’identifica con la vita il libro,
il diuturno lavoro del guardare.
Esistere è anche IMPARARE A GUARDARE.
E si fanno racconto le disiecta
membra del passato remoto, abisso
temporale nel corpo della terra.
BALTIKUM: l’acqua e la foresta: PARLANO!
Ascolta e guarda – nei segni, nelle tracce.
Anche la fioritura, anche la neve
addensano messaggi – dentro il nero
della terra ossi o pietre incise affiorano
al nostro oggi barbarico, dimentico.
ΜΥΚΗΝΗ: i domatori del cavallo,
catafratti di ferro, hanno vinto.
Sono essi che perpetuano gli assedi,
le stragi, le fosse dei fucilati.
Orribile, l’orribile città
fortificata addensa guerra, morte.
IL LIBRO: atto poetico e rivolta
contro il maschio violento stupratore.
Apprendere il linguaggio della Dea
nel ruotare delle stelle sui vetri
della library, nello strofinare
tra le dita la terra degli scavi.
NELLE ORE: studiare è felicità
nei giorni intellettuali e fecondi.
Etica dello studio, etica di pace
e ritmo di fiume non violato
regalità dell’acqua nel mutare.
Nuota la gioia dal capire al mostrare.
Il libro mostrerà, sarà un atlante,
mostrerà noi a noi stessi
celebrerà la vita
ciclo del divenire
e la pace
(ostenterà disprezzo l’Accademia,
decreterà il silenzio).
La mano che scrive è
sporca di terra, ha fibre vegetali
e minerali;
a scavare il passato
ci squaderna regioni d’utopia
(unico realismo praticabile)
e compie un balzo oltre l’archeologia.
Nel libro canterà la poesia
la bellezza a tramare il pensare,
la ritmica concatenazione
dei segni, l’alfabeto
d’un mondo altro possibile:
sempre un pane nel forno
e un olivo sulla punta del porto.
*
TROTULA DE RUGGIERO
.
Il sole, il cibo del pensiero, scorre
felice
per le membra della mia gatta
che sugge piacere d’essere
viva.
Ascoltiamo le voci e i canti
del mercato
e il desinare sarà
gioia
di assaporare sul palato
i cibi colmi di sole e parco
vino.
Anche la mano
nel guidare la penna
si vede bella, si coglie
libera,
si slancia in un volo
sul porto e sul mare
sul mare e sul porto
e gli occhi, che la seguono,
intuiscono sotto l’azzurro
le migrazioni favolose
dei pesci,
quello spostarsi nel ventre
dell’acqua
a disseminare le uova di vita
e cicli di stagioni.
Ogni atomo del mio corpo
eguale
agli atomi che sostanziano
la terra.
Aver cura del corpo
aver cura della terra.
E scalzi, sentirsi scalzi
anche quando si hanno le scarpe
ai piedi
e stare (il corpo sta,
la mente sta)
sulla pelle della terra:
essere gravidi
di terrestrità.
Attraversare la città
dai capelli di rara pioggia,
aver lavato con acqua
pura
il corpo
averlo profumato d’aromi
terrestri
per traversare la città
delle cisterne poliglotte,
ché l’acqua viene,
sale, affiora
o scende e filtra
dai luoghi dell’espandersi:
il cielo, il vulcano, il mare
e parla
e scorre nella gola
delle molte genti
dalle molte lingue.
Sono luce gli orti,
le vigne
che vedo nell’andare
da qui alla schola -
sta inabissata la sapienza
nelle loro zolle attende
il tempo
del sorgere dentro la mente:
mi sillaba
speziata di radici e stelle
la maieutica che festeggia
il corpo, la vita.
Ci sono cammini verdi
a guidare i pensieri degli alberi
e cammini di porpora
per il dispiegarsi della parola
e cammini aerei per la libertà
del gabbiano che approda sugli spalti
del Duomo.
Li percorro tutti
ogni giorno:
lungo di essi incontro persone
(chiedono guarigione).
Le mie mani, che
il loro corpo toccano, toccano
talvolta nodi durissimi
di tristezza
o di esclusione e violenza.
C’è spesso un ingiusto carcere
che rinserra le menti,
i corpi,
odore di fuliggine negli abiti
ferite delle cinghie
sui fianchi.
Ne rammento con scrupolo
tutti i nomi,
hanno ciascuno un nome
quei corpi offesi
una storia e un viso:
sono menti, sacre
menti umane.
E mi chiamino pure i disonesti
“ignorante levatrice” -
il cosmo del corpo
non si lascia decifrare
dall’ottusa querula superbia
dei beccai.
Medicina
non è soltanto
arte di sanare!
*
CONTEMPLANDO I MONDI
DI CHRISTIANE LÖHR
.
1
SEMINA RERUM da raccogliere
con cura contadina
e laica religione della terra.
Pazienza del cercare
gioia del trovare.
La bellezza sta in questo fare.
2
Attenzione è tender(si) verso.
È dunque sforzare il corpo e la mente,
smuoverli dall’inerzia,
gettare un ponte tra io e mondo.
3
Posso pensare il Tibet o la Birmania
in queste forme templari.
TEMPLUM: spazio di meditazione
orto di silenzio.
4
Ogni sacca di semi, ogni tempio,
ogni crine intrecciato
è un mondo: e sta dentro il mondo
che ci ospita.
Offerta alla contemplazione.
Fragilità della vita terrestre.
5
Forza caldissima di questa fragilità.
6
Si dirama la traccia d’inchiostro
per rotte d’andanza e di Sehnsucht.
Mappa che mostra
il ricamo immaginifico
dell’andare.
Del ritornare.
7
Con mani tutte mentali
tocco
questi mondi.
Li accolgo tra i palmi accostati.
Li proteggo.
Li annuso.
Vi entro dentro.
8
Cura del raccogliere e del conservare
(antichissima arte).
Questi semi mi ricordano che
miliardi e miliardi
di altri semi illuminano
il corpo della terra.
Essi sono dono.
9
Ritorna alla mente la parola
PAZIENZA -
vi associo ATTESA:
non passivamente attendere,
ma alzarsi, andare incontro
a ciò che giunge, tendere il sé
verso il sopravveniente.
Cupole di luce,
luoghi d’aspettazione,
trasparenza del soffiarci attraverso
(penso anche agli spazi adriatici:
Sant’Apollinare in Classe).
10
Aspettazione è ad-spectare:
guardare verso, scrutare,
sorvegliare il sopravveniente
e intanto salvare,
intanto proteggere
la vita del pianeta.
11
Amo muovermi tra le lingue
e mi sovviene la parola
VIVENCIA (l’ho imparata leggendo
María Zambrano).
L’impalpabiltà concretissima
dei crini di cavallo annodati tra di loro
e tesi da una parete a quella opposta
è vivente presenza del pensiero,
del fare paziente delle mani.
Le direzioni dell’invisibile
rese visibili;
le andanze dello sguardo
nella stanza;
l’inudibile tenuissimo vibrare
dei crini – taci; sta’ attento: puoi udirlo.
12
TEMPLUM, recinto sacro, τέμενος.
Ma questi templi di semi dialogano
col fuori e con l’intorno:
la luce li attraversa
e riverbera verde di linfa.
TEMPLUM, recinto che abbraccia
il cosmo – i cosmi,
fino a disperdersi: rimane
lo spazio sacro.
13
Rispetto e cura per le cose
minuscole della terra.
Sacchetti fatti di semi,
piccolissime piante essiccate
sospese alle pareti.
Cose di un pianeta ricevuto
in prestito.
Anche questa lingua
in cui scrivo
è in prestito.
14
Poesia dell’attenzione.
Poesia del prendersi cura.
15
Levità della composizione,
densità della bellezza.
16
L’artista s’inoltra
nel bosco
a cercare elementi
di cui materiare i suoi mondi.
È atto etico:
cercare ricettacoli o tracce
di vita
(i semi, le erbe, i crini)
costruire nel silenzio
artigianale
mondi:
li vedo contrapposti
al rumore straniante
dei centri commerciali
al puzzo criminale degli idrocarburi
liberato nell’aria
alla crosta d’asfalto
che vìola la terra.
17
Gentilezza di raccogliere
quanto, minuscolo,
non sapremmo vedere;
gentilezza di rendercelo
visibile -
gentilezza soprattutto
nei confronti dell’inapparente
del celato
dell’obliato
del trascurato.
18
Si pensa
ad una monaca
nell’orto dei semplici
ad un’orafa china
sul desco da lavoro
ad una ricamatrice
che ci svela
la sacra vertigine
del quasi invisibile.
19
Quello dell’etimologia non è
esercizio da petulanti grammatici:
è scendere alla radice della lingua,
trovare le ragioni del respiro,
calarsi nel pozzo profondo
del mormorio – rifarlo parola.
Cercare semi nascosti
o dimenticàti;
rendere profondo
lo sguardo.
20
Virgiliano vigilare
su quanto appare umile,
fragile.
Tramature di silenzio
Antonio Devicienti- 10 ottobre 2011
Ringrazio Antonio per la sua proposta, ricca, articolata e mirata ad evidenziare figure e tempi del nostro oggi mentre un passato di memoria, che pure è il nostro dna comune, sembra perdersi in un’obliante nebbia, in una sorda dimenticanza. fernanda f.
Spesso quando leggo mi viene a girare la testa, un capogiro a cui trascina la poesia, che inebria stordisce e richiede di staccare, riprendere fiato essere più sobrii per sentire pieno il palmo delle parole che una a una ti toccano fuori e dentro
così ora e bataille e
Sembra fatto apposta per Kahuna di Francesca Gallo! http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/kahuna-alla-scoperta-della-terra-cava-e-delle-tavolette-rongo-rongo