CARTESENSIBILI

Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-

Gianmario Lucini: poesia come evangelium- Sebastiano Aglieco

Jaume Plensa
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Plensa 058
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La poesia contemporanea è ancora intrisa di presagi, e cioè del peso della sua storia testamentaria. Oserei dire del peso della sua prigionia. Provare a scrivere, oggi, vuol dire dunque fare i conti con la tradizione e, tradendola, consegnarla alle generazioni future.

In questo caso Gianmario Lucini fa i conti col libro dei libri, e in particolare col tema dei precetti e dell’indignazione, legati a una traduzione nella practica di una qualche forma di salvezza.

Il libro quindi, si confronta con l’aspetto di didachè della parola, potremmo dire parola di Dio o parola della poesia non importa: perchè nel primo caso la parola si confá alla realizzazione del progetto della Legge, del suo svelamento nella storia della Comunità –  quella che poi sará chiamata Ecclesia – ; nel secondo caso, ed è l’intento di poeti come Lucini, la parola poetica rinuncia al responso della sibilla per entrare nel teatro, cioè il luogo, ancora una volta comunitario, di un’Assemblea che si ri/conosce, questa volta,  nella parola derivata dal gesto, dal dramma di  una medesima storia condivisa.

Ecco allora assistere a un dialogo con i grandi temi della civiltà occidentale e che la Bibbia riassume e ci consegna, per esempio nei salmi: inni, lamentazioni collettive ed individuali,  ringraziamento, pellegrinaggio, sapienza, preghiera, profezia.

Ma anche con gli stili: la prosodia dei salmi, appunto, (psalmòi, parola accompagnata dal canto, quindi metricalmente strutturata);  le parole di colei che anima il discorso, (la forma monologante e sostanzialmente polemica dell’Ecclesiaste); il melos del Cantico dei cantici: canto di ricongiunzione, attraverso la sensualitá, tra il divino e l’umano: temi giunti fino a noi attraverso la mediazione del nuovo testamento –  mai si sottolineeranno abbastanza gli aspetti ebraici connessi al Gesú di Matteo, e cioè quel grande fenomeno delle citazioni testamentarie presenti negli evangeli  che traghettano  i grandi temi del vecchio testamento nella storia del cristianesimo, e quindi della nostra, attraverso, sopratutto, il ruolo delle profezie e la sapientia della Legge – .

Lucini sa cogliere, quindi, sia la complessità dei temi, sia il modus; si potrebbe dire che, la pratica delle citazioni e delle fagocitazioni stilistiche da lui messa sapientemente in atto, autorizzi a considerare questi testi come απόκρυφος (apocrifo), grande variazione intorno alla verità, evangeliun esso stesso, della realizzazione del senso nuovo della parola poetica nel mondo.

Che si tratti di un progetto di rinnovamento, Lucini lo dichiara apertamente attaccando subito con le parole del salmo 97, “Troveremo un canto nuovo”, eco dei momenti epocali di passaggio in cui la Storia esce dal suo stato di opacità per rivelarsi come Progetto.

Lucini sembra aver riflettuto profondamente anche su un’altra questione, forse la piú importante: e cioé la presenza, giá nella Bibbia, di un titanismo/eroismo umano saldamente radicato a un’idea di resistenza –  mi sono chiesto assai spesso quali siano i debiti che una figura come Prometeo debba per esempio, al Giobbe, o all’Ecclesiaste –  .

Questi progetti di resistenza, in primo luogo verso una deitá che si nasconde dietro il suo stesso nome impronunciabile, e quindi dietro il suo vuoto,  sono possibili solo in quanto l’uomo moderno Lucini riconosce nel dolore il mezzo in grado di  alimentare la parola dell’intento di una nuova resistenza:

“Abbiamo bisogno di sangue nuovo /perché l’era è finita coi suoi idoli stanchi;/non hanno più i sogni fondamento,/il sonno non porta che incubi e tremori/- e soltanto sognando sogni veri/faremo rifiorire la bellezza -.”

E’, insomma, la cifra della sopraffazione la vera musa di questa poesia: il capire che la modernità non è un concetto sincronico. All’idea di una modernità come salvezza, o di un tempo unico, irripetibile, in cui si realizza la parusia cristologica, possono ribattere le parole antiche  di Geremia, quando ci ricorda che  la guerra, dentro e fuori le nostre case, è un evento della Storia intera.

« Si son consunti per le lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile per la rovina della figlia del mio popolo; mentre vien meno il bambino e il lattante nelle piazze della città. »

(Lam 2,11)

Parole a cui risponde Lucini:

“Che farai, Geremia contro tanta lascivia dei sensi, che farai/contro eserciti di automi e generali decerebrati/che non sanno distinguere il desiderio dalla legge?/Te ne andrai sospinto dal vento dell’Essere che scalpita/e il suo posto rivendica al centro di tutte le cose?/Te ne andrai col vessillo alto della bellezza/per farti massacrare dalle macchine del fango?”

Tutto il libro è costruito secondo un dialogo incessante tra le grandi domande poste dagli antichi testi e il tentativo di riportarle al senso di una perdita e di una ricongiunzione nel moderno. Questo è possibile perchè Lucini individua il senso profondo della propria realizzazione nell’intimità della scoperta del nostro ruolo nel mondo, nella Storia. “Ma tu non puoi tacere se questo è il tuo destino”. Il dolore diventa così un’arma di conoscenza, il limite che oppone resistenza e sopraffazione: “Voglio soffrire per quello che è andato senza un saluto/per ciò che oggi per sempre è finito.”

 Sebastiano Aglieco

Proverbi

 

Allora mi chiameranno, ma non risponderò

mi cercheranno, ma non mi troveranno.

Pv. 1, 28

Io sono la Sapienza, stanzio nel vuoto

fra abisso e abisso brillo, scintilla

che graffia l’orizzonte come stella

o baleno nelle notti dell’umano.

Era aperta la mia porta, acceso il focolare.

A lungo chiamai i miei figli a rinsavire

prima che ardesse l’astro di sventura

e si levasse il vento a urlare e sradicare.

Ho pianto nella notte, la gola ho riarsa,

il cuore pesante, gravato dalla pena.

Oggi per sempre ho richiuso i battenti

– cessino dunque di bussare alla mia porta:

resterà sempre chiusa a proteggere il mio nome –.

Si esaltano per la tecnica e la scienza

con arroganza violentano il creato,

cercano gioia ma spargono dolore.

Io sono la Sapienza, non ho corpo, non ho voce;

sono parola che straripa dal suo tempo,

sono l’orecchio che ascolta

vibrare altri mondi nell’abisso

ho gli occhi chiusi, il vuoto li rapisce

dove ogni meta è confusa con l’origine.

Il sale spezza le labbra ai miei sorrisi.

[...]

Preparati al mio arrivo, raduna gli eruditi

tutti i legulei e gli scienziati e i giudici,

ti chiederò: che ne hai fatto del mio tempio?

dov’è la bellezza dell’alba nel tuo occhio?

Ecco, gli orrori che chiami progresso,

non vedo che rapine e le chiami giustizia,

vedo biblioteche immense di codici e saperi,

ma tutto il sapere non lenisce il tuo dolore.

Il tuo sapere non dà il pane all’affamato

ma riempie d’oro i forzieri dei potenti

distrugge le case dei poveri

costruisce le fortezze dei tiranni.

La tua scienza crea forme indistruttibili

e aria e acqua empie di sozzure.

Hai imparato a creare ma non sai distruggere

hai imparato a distruggere ma non sai creare.

Dovunque tu arrivi fugge l’innocenza

dovunque cammini i popoli periscono.

Dove trovi tutto ciò nel Grande Libro?

Qual è la sapienza di cui sei tanto fiero?

Io sono la Sapienza e non sono mercimonio:

quello che è stato e che non può tornare

quello che viene e che non può tardare.

*

da Mottetti per l’Essere

Hai inteso i cani nella notte?

Sono qui per Te,

a gran voce chiamano il tuo Nome,

leccano il sangue che goccia dalla croce

e gridano, gridano: «Dio c’è

e chiede vendetta».

Noi non sappiamo cosa fare,

noi non sappiamo dove andare:

è una ferita aperta, la mente, un clangore.

Dicono che il male abbia barba e baffi

dicono che porti il turbante o il saio,

dicono che il cielo reggerà all’invasione

resisterà la volta allo stridore dei traccianti;

dicono che poi avremo pace

e fiori nei nostri giardini,

un altro cielo per scenari d’agonia,

dopo l’incendio di Gomorra.

Ma Tu, morente, non parli.

*

Chi mai Ti ascolta? Chi mai

si prende cura del tuo passo affaticato?

Ti ho visto tremare di freddo e di paura

prima che il mare Ti carpisse per sempre.

Sei ora fra l’alghe d’un fondale

o sei silenzioso nel deserto

puntato dal fiuto di segugi?

Oppure hai avvolto per sempre

il tuo capo nel mantello

nell’attesa del pugnale?

Il tuo tormento è il mio tormento:

quello che un tempo dicesti

ci è stato cambiato per trenta denari,

piegato ad ogni volere

per soli trenta denari.

 Gianmario Lucini,   Sapienziali  (2002 – 2012) – Edizioni CFR 2013

**

Riferimenti in rete:

http://cartesensibili.wordpress.com/2010/07/13/a-m-farabbi-trasmissioni-dal-faro-n-10-sapienziali-g-lucini/

http://www.edizionicfr.it/Libri_2013/02_Sapienziali2/sapienziali2.htm

http://it.paperblog.com/gianmario-lucini-poesia-come-evangelium-1613651/

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3 commenti su “Gianmario Lucini: poesia come evangelium- Sebastiano Aglieco

  1. lucetta frisa
    5 marzo 2013

    Sebastiano Aglieco ha illuminato molto sapientemente con la sua sapienza poetica e critica questo livre de chevet di Lucini. Non dico la definizione francese per snobismo ma perché non saprei esprimermi meglio per commentare un libro come questo di sapienze e poesia, sorta di “apocrifo” come lo definisce,tra l’altro, Aglieco.
    Congratulazioni caldissime per questa seconda edizione che già nella sua prima si presentava con veste tipografica più anonima ma non meno accattivante e intima. Dimenticavo: Lucini è anche un bravissimo fotografo che cura le copertine di tutti i libri(o quasi )delle sue collane.
    Grazie.

  2. Donato
    5 marzo 2013

    ” E non scendessi mai da questo monte/a calpestare il dolore dell’assenza”…
    Grazie Gianmario per questa prova sapiente e compiuta di Salmi e Mottetti cresciuti dalle piramidi del Nulla…della nostra civiltà distrutta…

  3. sebastiano aglieco
    5 marzo 2013

    e grazie di questo a Fernanda link. un saluto anche a Lucetta. Sebastiano

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