Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-
A lungo, quando io e Claudio ci incrociavamo – nelle sale o nel cortile della biblioteca dove entrambi abbiamo preparato gli esami universitari o per strada, a Saronno – ci siamo stretti la mano come due persone che si conoscono di nuovo a ogni incontro. Ci siamo, forse, studiati da lontano per anni, senza sospetto né malizia, ma come fanno coloro che sanno di avere qualcosa in comune eppure non hanno l’occasione o il coraggio di condividerla fino in fondo. Sapevo della sua attività di poeta, delle sue pubblicazioni e dei riconoscimenti che i suoi versi avevano ottenuto nel tempo, ma ci sono voluti anni perché tra di noi si stabilisse un vero contatto. Forse la colpa è mia: guardavo i poeti come figure separate, fluttuanti, custodi di un sapere che è fatto prima di tutto di un contatto privilegiato, fisico, quasi sessuale, con la lingua italiana; un contatto verso cui nutrivo un rispetto tale da farmi pensare alla loro attività come a qualcosa di sacro e intangibile. I poeti, quelli veri, sono pochi, e per varie ragioni: si dice che tutti scrivano o abbiano scritto almeno una poesia, ma nella maggioranza dei casi si tratta di componimenti dove ogni tanto chi scrive decide di andare a capo. Esiste una particolare alchimia tra la mano, la parola e il ritmo che fa di una serie di versi un componimento poetico: trovare questa alchimia è, appunto, di pochi. Perciò, quando intuivo di trovarmi di fronte a qualcuno che possiede questa formula – che non è magica, è artigianale – istintivamente mi ritraevo con una deferenza che mi sforzavo di non rendere palese. Questo è, più o meno, quello che per anni mi ha spinto a dare la mano a Claudio ogni volta come se fosse la prima volta. In tempi più recenti questo senso non voluto di distacco si è attenuato: ho conosciuto molti poeti, uno l’ho perso, di qualcun altro sono diventato amico. Sono arrivato persino a pensare che essere poeti in Italia sia una pazzia, qualcosa di anacronistico e meravigliosamente inattuale, e che la grandezza del far versi risieda proprio in questo atteggiamento di sfida alle regole del mercato e della letteratura. Continuo a nutrire ammirazione per i poeti, ma, almeno, adesso non sono più in difficoltà quando ne incontro uno. Così, quando Claudio mi ha chiamato per chiedermi una prefazione a questa sua nuova raccolta, ho pensato che in qualche modo si chiudesse un cerchio. Ci sono dei momenti, in Papez, di una bellezza folgorante. Non mi riferisco ai passi – che pure ci sono – dove la poesia scova nelle pagine più lontane del dizionario delle parole ricercate e le fa rifiorire, e nemmeno alle occasioni in cui la mano di Claudio mostra di essere capace di virtuosismi; mi riferisco ad alcune intuizioni di straordinaria potenza narrativa – sì, narrativa: ho letto due, tre volte i primi quattro versi de Il visionario, per esempio, prima di riuscire a staccarmi dall’immagine di quelle unghie sulle corde di una chitarra e portare a termine la lettura della poesia; allo stesso modo, «la fame più grande» che chiude Tempi moderni, o il cuore appena sfiorato ne Il pugile, o quell’incredibile «Invece» che apre La mosca bianca sono frammenti di grande poesia. Immaginate di iniziare dei versi, o una storia, con un «invece», immaginate di andare avanti a raccontare, come Claudio fa, senza dire mai chiaramente che cosa precede quell’«invece»: ecco, con una parola avete creato due mondi. Che si possa fare una narrazione attraverso i versi non è una cosa nuova nel mondo della poesia: da migliaia di anni, attraverso i versi, le persone raccontano storie o le ascoltano. Componimenti come quelli di Papez, che pure non sono poveri né di immagini né di ricerca formale, si inseriscono in questo solco e, pur non abbandonando il lirismo, ci dicono che con i versi si può non solo cantare il mondo, ma anche raccontarlo; si possono immaginare poesie-dialogo, e far sì che il lettore si immedesimi in un occhio che osserva una scena o in un orecchio che ascolta il racconto di un avvenimento dalle parole di chi l’ha vissuto. Buona parte di questi componimenti ha per protagonista un «io» che si rivolge a un «tu»: il poeta si siede di fronte a noi al tavolo di un bar e comincia a parlare, rievocando episodi della sua vita (o della vita di qualcun altro, non è importante) o raccontando storie. Ne viene il garbato ritratto di esistenze normali, che proprio per la loro normalità sono universali. Prendete la seconda sezione, Tempi moderni: c’è il mondo del lavoro descritto per come è, con le sue vergogne e le sue piccinerie; vi si parla di aumenti di stipendio, di mobili da ufficio, del procurarsi il pane: ma anche in questa rappresentazione della monotonia e la difficoltà del quotidiano ci sono una «faccia dritta come un ago nella luce», un «vampiro introverso», un universo «sbilenco». Ci sono immagini potenti, fulminanti, che dicono più di mille racconti. La poesia ha ragion d’essere se, come la letteratura in generale, non si separa dal mondo ma si pone come una chiave per capire il reale. Nella poesia intitolata La cena, che chiude l’omonima sezio12 ne, Claudio racconta di una cena in cui si parla di letteratura. I nomi che il suo interlocutore tira fuori sono i soliti: Dante, Montale. All’obiezione del poeta («i soliti noti le solite cose di sempre») l’interlocutore fa il nome di un altro grande, Pasolini, e con ironia sostiene che «la scuola ne ha fatti di passi avanti». Per Claudio, la formazione, l’educazione alla letteratura costituiscono un valore irrinunciabile: si può essere poeti solo se si conosce la poesia; di più: si può essere lettori – di prosa o poesia – se e solo se si ha coscienza del fatto che ciò che ci troviamo sotto gli occhi appartiene a una tradizioneme ne è per così dire una declinazione contemporanea. Non si può scrivere una poesia se non si conosce – e non si ama – il lavoro degli altri, dei vivi e dei morti. La scuola, che è il principale punto di incontro tra le persone, la tradizione e la lingua, dimentica troppo spesso l’esistenza dei vivi, e dunque non educa mai veramente alla poesia. La cena esiste per dirci che non è vero che la letteratura italiana è finita, che non è vero che non si può più scrivere e leggere niente perché tutto è già stato fatto, e che dopo i grandi nomi del nostro Novecento c’è ancora qualcuno che ha delle cose da dire. Le poesie di Papez sono il lavoro di un poeta che si è educato alla lettura e alla ricerca letteraria, e che, attraverso il proprio talento, è riuscito ad aggiungere la propria voce a quella dei vivi e dei morti.
Andrea Tarabbia- prefazione al testo
Meravigliosità!
Grazie della presentazione di questo autore, che non conoscevo affatto e mi ha fatto pensare, a volte anche voltare a cercare dove avevo lasciato la mi a orma.
Ringrazio Cartesensibili per aver accolto i testi di “Papez”, così come Cristina e Valeriana per i commenti in merito.
Un grande abbraccio
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