CARTESENSIBILI

Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-

Daniela Muti- La bellezza del nero… e l’ombra delle voci che si tingono di presenza – F.Ferraresso

  Fujimori Shoko


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In  STUDI PER “BLACK-OUT “, nella raccolta Quando sarà stato l’addio ( Il Ponte del Sale, Rovigo, 2007)  Luigi Bressan scrive:

” Ciascuno resta solo col suo buio/ Tutta l’oscurità dentro di noi// Nel vuoto rimangono appese/ le parole invisibili alla luce/ nudi i loro corpi d’ombra// Forse li vedono i bambini/ che parlano all’orecchio sottovoce/ con le manine sugli occhi/ per non guardare quello che sanno// Silenzio pieno sta sui libri aperti/ che conoscono il tempo dell’attesa. “

A pag 25 di La bellezza del nero ( La Vita Felice Editore 2012), anche se non è l’unica pagina in cui si rileva la stessa sostanza, D. Muti scrive:

” Come se vivere non fosse/ Dopo tante parole/ Una cosa concreta/ Scomoda, spiazzante// Imprevedibile carne d’uomo/ Così sensibile al cuore/ Che osa trafugarsi/ Qui nella ruota incerta delle cose/ Per non sparire al movimento// Sorgente d’ossa che sgorga/ Come linfa mai vissuta/ memoria nuova/ nell’oscura voce del sangue// Sole-semente, corpo vivo/ Sul sopravvento d’orizzonte/ Ostinato corpo del mondo/ Che in pugno stringe/ Un tepore di neve/ Non il dolore del gelo.”

La verità del viaggio, l’importanza dell’incontro e dell’altro, non svela la seduzione di un altrove, che non esiste, non è concretezza, se non in noi, in quel nero che attraversiamo di giorno e di notte, nella meraviglia ma anche nel dolore, nella tenerezza e nell’efferatezza, nell’effimero e nella leggerezza, nella sconsideratezza e nell’inconsapevolezza per gran tratto, poiché ogni elemento costruisce la plastica ricchezza del viaggio nel nostro universo, e intercetta  se stesso attraverso gli universi che si dispiegano nei meridiani degli altri, di tutti gli altri che contribuiscono a conformare il nostro corpo al nero. Altri in cui ci si riconosce in tempi e spazi e/o modi diversi. Nel libro di Muti, invece, non muta mai la consapevolezza di una bellezza che sta nell’oscurità che è in noi e di cui dovremmo essere lieti, poiché è lì che (ci) abita il mondo, tutto il nostro mondo, non escludendo le regioni più remote, che potremmo toccare con lunghi pellegrinaggi sulla superficie della terra, prima di raggiungerci come solo potremmo fare toccando la nostra corda più sensibile, come una chiave che apre la porta, spalancando la notte che in noi vive da sempre. Jaime Saenz, in Percorrere questa distanza, scrive:

- Io sono il corpo che ti abita, e sono qui, nell’oscurità, e ti dolgo, e ti vivo, e ti muoio. / Ma non sono il tuo corpo. Io sono la notte. -

Quindi: non le parole in fasci di seduzione , ma i raggi di luce profonda  del nero, di ogni singola scrittura che sia interiore, e nel nero sia emersione da quel profondo, purchè non sia semplice specchio per rimirare la propria superficie, un corpo che si guarda e che al massimo tocca il rosso del suo sangue senza sentire la potenza magmatica di una sola cellula viva e morente. La sofferenza di cui qui si ha eco, e risuona di pagina in pagina, è solo eco e non matura in semi la gioia, contrastata dalla prepotenza del dolore, perché il dolore ammazza, abbrutisce , inebetisce e rigetta in una giungla di ossessioni da cui solo un lavoro di pulizia del superfluo, e qui metto anche la parola come superfluo, può rimettere alla luce del nero. Ci sono attraversamenti, di più casi, di cui non ci è dato conoscere nulla, come se tutto ciò a cui possiamo partecipare fosse solo l’attimo dopo, ciò che segue, la risoluzione di un dramma o di un accadimento, a cui il nostro sguardo è precluso, a cui non abbiamo accesso, e di cui il dire, dopo la svolta, dopo quel preciso attimo,  non apporta soluzioni . Si è ancora immersi nel nero senza bagliore, nel nero immune dal cambiamento e dunque questo quasi soffocare, mantenuto in più pagine è come un andare nella casa della propria morte, senza la consapevolezza che la si sta costruendo per sé e per gli altri che ci seguono, senza indicazione di altre soglie. Il nero è il colore dell’ombra, del buio. Ma l’identificazione del bene e del bello con la luce è qualcosa di grossolano. Nella favola  di Apuleio, Eros e Psiche, l’amore prospera al buio. Il momento più bello al cinema è quando  le luci  si abbassano ed è nel buio che anche il più piccolo bagliore è ciò a cui punta l’occhio,  è in quella carica d’aspettativa che si scatena l’immaginazione e ciascuno a suo modo pregusta lo spettacolo, quando ancora lo schermo è nero. Il nero (KeM) era colore del Caos originario, luogo da cui tutto deriva, da cui tutto prende forma e corpo, insieme al verde, simbolo dell’Aldilà, luogo della rigenerazione in cui, in assenza di luce, tutte le cose, pur  indistinte  sono presenti, tutte, nessuna esclusa anche solo potenzialmente.  KeMeT,Terra Nera, cioè fertile feconda, ricca di limo, era il nome dell’antico Egitto, terra in cui la serpe era divinità creatrice e sanante, non a caso  veleno è pharmacon . Facendo un salto temporale nella fertilità del nero della parola, della parola poetica, arriviamo fino a Fortini che,  in Paesaggio con serpente, manifesta l’ attitudine del poeta come quella ” di  chi si ponga dinanzi a delle verità di presunta chiarezza con i presupposti di rivelarne le effettive oscurità.”  Nella poesia Molto chiare  si legge:

Lo sguardo è là ma non vede una storia/ Di sé o di altri. Non sa più chi sia/ l’ostinato che a notte annera carte/ coi segni di una lingua non più sua/ e replica il suo errore./ È niente? È qualche cosa?/ Una risposta a queste domande è dovuta./ La forza di luglio era grande./Quando è passata, è passata l’estate./ Però l’estate non è tutto.

Nell’antica Cina, il nero, era simbolo del Nord e dell’Acqua. Uno specchio nero (ma tale non è anche  il nostro occhio?) è utilizzato per le predizioni, senza interferenze e/o distrazioni.  Il nero assorbe, non respinge, e per questo principio, secondo un  filone dell’indagine psicologica, il nero attrae e risulta fecondo, tale e quale è l’oscuro del ventre materno, come l’oscurità della notte in cui  il sole, nel ventre buio del cosmo, anela al tramonto, rivolgendosi alla luce lunare, simbolo d’acqua che scorre e promette ombra e riposo. La nigredo dell’opera alchemica  è anche detta opera al nero. Essa è connessa all’elemento terra, alla notte, all’inverno. Elementi essenziali al conseguimento di quell’unico obiettivo (cioè l’opus) che è la morte. Morte come inizio e iniziazione a cui segue la  putrefactio, simboleggiata dalla semina, perché questo accade al seme in terra, si macera e muore in sé per essere altro e se stesso. Perché il seme germogli deve essere sepolto nella profondità della terra, deve entrare nel mondo infero ed inferiore,  per tutto l’inverno. Questo periodo viene anche detto  regime di Saturno, e corrisponde alla fase  del nero, che copre  la metà del ciclo allo stesso modo in cui  la notte copre la metà del giorno. Dopo, e solo dopo la nigredo, segue la fase dei sette colori dell’Iride, messaggera di pace i cui colori, appunto colori dell’iride, formano tutti insieme il bianco.Ma nulla si distingue nell’immacolato candore della neve, abbagliante la luce tutto disperde, taglia i contorni, le sagome, le forme inghiotte. Il nero è il colore della decisione, della firma, della chiarezza. Quando si vuole affermare con certezza una cosa, la si scrive nero su bianco. Ma soprattutto è nel nero che l’occhio sogna e si rigenera in un mondo senza peso, in cui ogni sofferenza è  pregna e degna sempre d’essere vissuta per intero, perché medicamentosa, fino alla soglia del giorno, in un susseguirsi di vita e morte, in un estendersi di grani dal nero fino alla luce, come un filo e un’ago che incessante nel tessuto della notte si rituffa.

f.f.- aprile 2012

 Daniela Muti, La bellezza del nero- La Vita Felice Editore 21012
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 DALLA RACCOLTA
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L’avessi vista tu
La bellezza del neroCanteresti
La notte complice di una tregua
La parola sepolta nell’ansia della gola
La cascata santa del piangereAvresti lo sguardo del cieco
Per comprendere tutto
Fuori da ogni apparenza

Buio ricolmo
Dove ogni cosa si consola
Luce nera
Distesa sui nostri dolori
Come mantello

Infinita carezza
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**
Colpi di bastone nella notte
Come battito sordo di campana

Tonfo di bicchiere
Cigolio di legni come ossa
e la televisione che esplode
Da sola sulle scale

La morte parla
Fa corpo sulle cose
Ti dice “andiamo”
Tu ascolti indifferente
Conti i rami da portare
Le erbe da piantare
Reciti il paesaggio

Il seme e la zolla, l’albero e il frutto
Sono dunque queste

Le parole ai margini
Del tuo paradiso?E la rosa che sboccia
La preghiera sospesa?
.
**
Non c’è terra che mi faccia radice
O pietra che mi saldi erettaNon c’è mare, fiume o lago
Che mi lasci scomparire
Gioiosa nel senso dell’acquaIl mio posto è il peso di quell’altrove
Che non conosco
Viaggio perenne tra prigioni
E fiamme.
.
**
Tutto sembra piccolo, inerte
Senza peso di braccia
Senza ferita di solco
Camminamento sospeso
Che lascia all’aria
Di segnare il percorso

Laggiù da dove vengo
La terra non è terra
Cielo e acqua
Muoiono nella trasparenza

Di quella patria fragile
Non ho ricordo
Nè orma di nostalgia
Se sono esistita
E’ per quel breve bagliore
Che mi ha bruciato gli occhi
Quell’accenno di grido
Eternamente giovane
Che ha percosso la gola

Non chiedermi dove mi trovo
Annebbiata dal sonno
Carezzata dal nero
Mi disfo piano in una luce
E non capisco se è vivere
O morire

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Un commento su “Daniela Muti- La bellezza del nero… e l’ombra delle voci che si tingono di presenza – F.Ferraresso

  1. ugo berardi
    24 maggio 2012

    “Annebbiata dal sonno/non capisco se è vivere/o morire”.L’io incerto vaga,c’è la notte,si cerca un senso.E’ la crisi del soggetto,la sua dimensione,per dirla con Bauman,assolutamente “liquida”.E’ bello leggere testi che coraggiosamante descrivono il disagio.Ugo Berardi.

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