CARTESENSIBILI

Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-

VOCI OLTRENORDEST/2: LAURA MARCHIG – di Mauro Sambi

Eugenio Leonetti – paesaggio

Laura Marchig è una delle figure ufficiali della cultura della minoranza italiana in Croazia. Fa parte di quell’esiguo, agguerrito gruppo di intellettuali istriani e fiumani che hanno completato il loro curriculum di studi a livello universitario in Italia (lei con una laurea in Lettere e Filosofia a Firenze, dopo una tesi sulla narrativa dell’esule fiumano Enrico Morovich) per poi rientrare in Croazia o in Slovenia, in prima linea  a reggere le sorti delle istituzioni della Comunità Nazionale Italiana in anni molto difficili: l’implosione della ex Jugoslavia, le guerre balcaniche che ne sono seguite, la nascita degli stati nazionali, con la lacerazione della minoranza tra due stati sovrani, Slovenia e Croazia, in rapporti tutt’altro che amichevoli per le perenni diatribe sulla definizione dei confini –guarda caso– in terra d’Istria; tra miserie belliche e post-belliche materiali e morali, tra nazionalismi beceri e feroci (idiotismi, idiozie) e l’orgogliosa rivendicazione di una “differenza” istriana, fatta di un multiculturalismo fragile e problematicamente incompleto, ma che di fatto ha retto, regge (reggerà?) all’urto dei tempi, tra timori e timide speranze legate al processo, lento e travagliato, di adesione della Croazia all’Unione Europea (alla quale la Slovenia appartiene già da qualche anno). A questa attività svolta vuoi per passione, vuoi per senso del dovere, vuoi per destino vissuto con acuta consapevolezza storica, alla quale dobbiamo la sopravvivenza, nonostante tutto, di una presenza italiana in Istria e nel Quarnero oggi, Marchig, fin dall’infanzia, da sempre, affianca la scrittura poetica.

Marchig figura ufficiale, dunque, ma non – voce ufficiale. Cosa salva Laura Marchig dall’essere una piccola o grande istituzione culturale della realtà in cui nasce e che esprime, con tutti gli annessi inconvenienti e pericoli di incipiente marmorizzazione che una posizione come la sua potrebbe comportare? Rispondo: la sua poesia, la sua voce, la freschezza sicura, impertinente e umile della sua voce, del suo particolare impasto vocale sfrontato e tenero, terrestre, squisitamente femminile senza asfittici recinti di genere, e delle quinte di teatro che quella voce irresistibilmente genera (si leggano qui sotto, a caso, Tiresia o Cuza, cuzeta), e nelle quali si muove cambiando registro e personaggio per dirsi compiutamente.

Fin dai suoi esordi, i sismografi critici autoctoni, istriani, fiumani e triestini, hanno colto uno stacco netto della sua poesia dalla linea di base della produzione poetica consolidata dei “rimasti” della generazione precedente. Si è insistito sul pedale dell’”anticonformismo” e della “trasgressione” per sottolineare questa cesura, certo con ottime e documentate ragioni. Ma anticonformismo rispetto a quale supposto conformismo o conformità? L’assenza di un contesto comparativo per il lettore italiano-d’-Italia rende i due termini piuttosto inservibili in assenza di un adeguato approfondimento che queste semplici note non consentono, senza contare che “anticonformismo” e “trasgressione” sono, coi tempi che corrono, il passepartout molto logoro di ogni conformismo e di ogni stagnazione/regressione. Conviene cercare altre chiavi di lettura, meno implicitamente ancorate al microcosmo istro-quarnerino.

Una prima ipotesi di lavoro può partire semplicemente dai titoli delle due raccolte maggiori finora edite, L’oro e lo zolfo (1998) e T(t)erra (2009), accomunati dalla prevalenza di elementi ctonii e sensibili uniti in endiadi oppositive diacroniche (nel primo) o sincroniche (nel secondo caso). Il primo titolo sembra tracciare una parabola discendente da una purezza luminosa/preziosa/densa data “in principio” a sinistri bagliori ipogei di natura propriamente infera che segnano la caduta nel tempo quasi senza cambiamento di colore sensibile (il giallo che accomuna, con tonalità diverse, i due elementi, il metallo –conduttore– e il non-metallo –isolante–). Sarà facile riconoscere in questo movimento anti-alchemico, digradante e degradante, implicito nel titolo, l’escursione dalla felice, emancipata, iridescente-irridente sensualità di sezioni come “Raccontare uomini” (1980 – 1986) o – in parte – “Canto di una rosa rossa” (1984 – 1996) al centro emozionale e drammatico del libro, quella “Via delle Caramelle” (1992) che mette in scena, in poesia italiana, benché in una poesia che per l’urgenza dell’orrore che deve dirsi è messa a tratti a dura prova di tenuta formale e tonale, nell’ultimo scorcio del secolo scorso, a pochi chilometri dai confini d’Italia, la guerra vissuta e patita sulla propria pelle. Così scrive Marchig nella breve ed intensa Postfazione: “Il terribile inverno del 1992 e gli anni che sono seguiti ed hanno visto allargarsi a dismisura la follia che è stata la guerra nei Balcani, mi hanno non soltanto sfiorata, ma travolta, opprimendomi con il loro carico di lutti e lasciandomi inizialmente afona. È quello che succede quando la realtà diventa allucinazione, spreme e taglia, non dà respiro, come un terribile crampo allo stomaco. / Poi la stretta, forse una ritrovata, atavica familiarizzazione con il dolore, si è allentata, liberando i serpenti nella testa. Fiumi di umori elettrici e scoramenti, lasciati sgorgare liberamente hanno assunto il valore di impegno morale.” (sottolineatura mia). Come estremi di questa oscillazione tra quasi-afasia e quasi-glossolalia si vedano rispettivamente, qui sotto, Ti confesso e Ho piena la testa d’indiani.

Si diceva di un’endiadi oppositiva sincronica nel titolo T(t)erra: la “terra” particolare delle proprie particolari radici, anagrafiche e mitiche, la terra-humus da cui l’aggettivo “umile”, la terra grembo germinativo che si ritaglia uno spazio di dicibilità, in un contrappunto a due voci via via consonante o dissonante, dentro all’incommensurabilmente più vasta “Terra”, il pianeta-Babele, la Terra-madre, il teatro di ogni possibile orizzonte e di ogni feconda o distruttiva alterità. E forse varrà ricordare che “Terra!” è anche il grido-stereotipo del naufrago in procinto di salvarsi da morte per acqua. Già nel titolo, dunque, traspare la bivocalità che caratterizza diversi livelli di questo più recente esito della poesia di Marchig, che dal punto di vista tonale può ricorrere ad una gamma meno estesa rispetto al volume precedente, ad una pronuncia che è stata letta come più composta e distesa, meno ricca di scarti e di fratture, poiché qui i doppi e gli opposti, invece di darsi in rapida sequenza, riescono a coesistere nel medesimo fraseggio, sincronicamente appunto, in una scrittura luminosa, fatta di colori primari (Colours è il titolo di una delle sezioni), apparentemente più cantabile, più “facile”. Il libro si apre e si chiude sul tema delle “radici”. Lussignana (del 2005), sezione d’apertura, rievocazione delle origini personali tra biografia e mitologia privata, polo dell’acqua luminosa e dell’aria luminosa delle isole del Quarnero, fa da contraltare a Lilith, ultima sezione, in dialetto fiumano, polo della terra oscura e del fuoco oscuro, dove si esplora il tema dell’alterità (il diverso, il doppio, lo sconosciuto, il magico, il femminile-ancestrale: si legga Mare slava, dove, tra l’altro, compare il binomio oro/zolfo che dà il titolo alla raccolta precedente – la nascita di Lilith, nel 1998, è infatti coeva alla pubblicazione del primo libro.)

C’è, in quest’arcata, una disposizione tipica dei “rimasti” – anch’essi per certi aspetti esuli, non da un luogo, ma da un tempo altro: la ricerca della propria unità e persistenza attraverso i traumi e le lacerazioni della storia nell’oltretempo della Natura, del mare e della terra. In Istria e nel Quarnero si possono ancora relativizzare i morsi della cronaca, delle ideologie, dei nazionalismi, della Storia e delle storie semplicemente uscendo di casa e allargando lo sguardo, cercando come lenimento l’illustre mariniano “non tempo del mare”, grossomodo lo stesso non tempo negli stessi luoghi su cui si aprivano i sensi dei padri e delle madri (in senso lato), che vivevano in un paesaggio umano radicalmente diverso da quello attuale. Nella Natura più che nella società è possibile riannodare i fili, rintracciare i segni di una labile ma persistente continuità, relativizzare gli assoluti mortiferi della retorica politica, trovare la propria plausibilità e “giustificazione”. Con consapevolezza e con il giusto disincanto. Marchig sa che “Questo azzurro profondo / questa striscia di mare a settentrione / che sigilla come un morbo in espansione / la mia terra traviata, traforata / e tagliente / è un lebbrosario segreto”; sa che “questi ricordi spettinati […] orfani sono di memoria […] orfani della cultura e della lingua: / un’esistenza circoscritta e raminga / li aspetta”; sa che gli occhi sono “sempre più pestati, sempre più graffiati” e si accorge che “Mi saluta lo smeraldo / ma non lascia passare la luce del giorno”; sa che “dovrei scrivere / poesia politica, una volta buona / e porconare / con la gobba incastrata / così fortemente inchiodata / per sempre su questa sedia”. Ma proprio in questa inquietudine, in questi segni d’assedio montante, cui nonostante tutto si resiste, è la controprova dell’autenticità non consolatoria di un paesaggio interiorizzato che ha il potere di unificare ciò che la storia e la società tendono a lacerare e a disgregare. Detto al mare: Bella premunt hostilia, / da robur, fer auxilium.

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Eugenio Leonetti – lettera

Cosa dire della lingua di questi testi? Rottura, anticonformismo, trasgressione? Una notazione molto penetrante la fa Milan Rakovac, scrittore e pubblicista croato, nella sua Postfazione a T(t)erraLaura è la cultura della Bora»). Scrive Rakovac: “Anche nelle poesie scritte in italiano […] Laura Marchig riesce a rimanere una delle poche ancora capaci a conservare gelosamente nel palmo della mano un granello di pepe, ovvero l’aroma della propria arcaicità, l’irresistibile fascino del territorio. Anche in questo caso si tratta di un dialetto-senza-dialetto di un idioma che è tagliente e fluido, come quegli stati di dormiveglia, in cui la cosa non è, eppure è qui.” L’aroma della propria arcaicità rimanda a quel fantasma prestigioso di lingua letteraria alta che l’italiano standard mantiene soprattutto a livello subconscio, come si è detto nei post precedenti, per gli italiani d’oltreconfine – e che è soprattutto lingua scritta, in un ambiente dove predominano, nel parlato,  il dialetto (istroveneto nella sua variante fiumana, in questo caso) e la lingua della maggioranza, nella fattispecie il croato. Una rapida ricognizione nei testi rivela una serie di micro-indicatori specifici: la frequenza delle inversioni sintattiche (un esempio estremo, “irritante” e paradigmatico in una sequenza in prosa – non antologizzata qui – che si intitola L’essenza del lupo: “La vita ho passato”, “creato ho una barriera”, “tranciato ha le candele”, ecc.; molte altre occorrenze si traggono dai testi proposti qui in seguito); l’uso “spericolato” – spericolato per l’attuale conformismo, questo sì,  “aggiornato” entro i confini patri – dell’apocope (un esempio limite ne I poeti maschi han tutti il vizio, dove il fenomeno –dilagante– è però mitigato dal consapevole uso parodistico; ma evenienze non ironiche ai puri fini ritmici si danno anche altrove: “Odor di cedro”, “attendon di morire”, ecc.), l’uso abbondante della «d» eufonica nelle congiunzioni coordinanti, anche di fronte a vocale diversa, le abbastanza frequenti elisioni, ecc. Dal punto di vista metrico salta agli occhi, nella raccolta più tarda, la maggiore frequenza di versi canonici, con una solida presenza dell’endecasillabo, e, in entrambi i libri, l’uso non strutturante ma capillare della rima – come rima martellata, baciata, rinterzata, interna, frequentemente nella variante specifica di rimalmezzo – con funzione di sottolineatura ironica (secondo la lezione, poniamo, di un Zanzotto), di rincalzo ritmico e variatio secondo moduli jazzistici. La rima, anche imperfetta sottoforma di assonanza e consonanza, e la fitta trama allitterativa contribuiscono a un effetto di pienezza fonica e mobilità ritmica che rispecchiano in re la poetica di Marchig – una poetica della sensibilità/sensualità che privilegia il momento della percezione immediata: per cui “essere qui è essere narice” e “l’apparenza / è quasi conoscenza delle cose.”

Resta da dire del dialetto di Lilith. Alla sezione è premessa una nota («A proposito di Lilith») scritta a sua volta in dialetto, in una specie di mise en abîme sottilmente ironica. Nella nota Marchig scrive: “El fiuman che dopero no xe quel de un Milinovich o de altri fiumani patochi, no’ xe gnanche el dialeto che parla mio pare, xe el fiuman che mastiga ogi i rapresentanti de questa disgraziada generazion cresuda in socialismo democratico e con el rock come pan per el spirito, e su la lingua de Dante, e mastruzada dopo una guera per la democrazia. Xe la generazion che se ga trovà sempre a conviver con una altra cultura, quela slava, che no’ la disprezza, ma al contrario, la ama, perché la la conossi, almeno quanto la ama e la conossi la propria, stramba ma precisa.” Non a caso a questa protolingua spuria, stramba ma precisa, è demandato il compito di scandagliare le latebre più infide ed elusive di quella voce altra e straniera per eccellenza, di quella terza voce impastata alla bivocalità di Marchig e sostrato –humus, terra– di ogni poesia con dignità di poesia: la voce non-voce del silenzio. Lilith è propriamente ciò che tace la poesia di Laura Marchig, la sua Luna Nera.

Dare un’idea anche approssimativa, con un solo post, di trent’anni di lavoro è un’impresa difficile. Il lettore dunque perdonerà la soluzione forse poco accorta dal punto di vista del marketing che qui si adotta, offrendo una selezione vasta – una ventina di testi – che richiede una sosta prolungata fatta di attenzione, pazienza e ascolto  – meglio: auscultazione, e ripetuta.

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Eugenio Leonetti – il vento

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Da L’oro e lo zolfo, Biblioteca Istriana, diretta da Bruno Maier, N. 16 (Unione Italiana-Fiume, Università Popolare di Trieste, 1998, edizione fuori commercio). (Poesie 1980 – 1996)

Roberto

Egli ha gambe di puledro
quando cammina per le strade
la sua risata spacca i comignoli
e le ragazze si voltano.
Odor di cedro, odore di limetta
Roberto è un agrodolce agrume
egli è la vita che prende e che è presa
ed ha venti coltelli tra le mani
così m’offende la sua gioventù.

(da Raccontare uomini)

Oltre i verdi cespugli d’ortensia

È come la testa delle lucertole
serafico
al mattino vibrante di luce
il verde riflesso dei cespugli d’ortensia
il verde bile — verde vomitare.
Un lallà di bimbi
quasi un lallà di suore di clausura.
— Camiciole vedovelle, bandierine silenziose
pigiamini sputacchiere, bianche striscie sonnacchiose —
Macchine per la ionoterapia
maremoti.
Occhi incastonati in perle
crapette.
Chissà che giochi inventeranno
i bimbi malati di cancro?

(da Raccontare uomini)

Tiresia

Le nebbie
calze rosse sei il mio fantasma
ho messo giarrettiere e cambiato nome al sesso
ho raso al suolo gli istinti
baciato la fortuna sulla gola.
Ora moriremo d’amore, tu ed io
toglierai la tua tunica
profanerai il sacerdozio
dunque, prete nero
prova solo a morirmi d’infarto tra le braccia.

(da Canto di una rosa rossa)

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I poeti maschi han tutti il vizio
di perdere i capelli
e si stupiscon di scoprirmi bella
eppur poetessa.
Invidieran la chioma fulgente?
Come poeta mancami il difetto
del fianco piatto, lui pensa, il poeto.
Me ne faccio un baffo!
Oh che sarai, tu donna poesia?
Già t’inseguivo in rima e tu ridevi
ora che parlo ai miei fratelli
sguaiatamente ancor mi redarguisci?
Più che del fiore canterò dell’uomo
più che amar te mi creo un poesio
Lauro, e me lo sposo.

Fiume, 26 novembre 1986

(da Canto di una rosa rossa)

Ho piena la testa d’indiani

Ho piena la testa d’indiani
farfalle, congiunzioni astrali
La testa ho piena di castagnole
pronte a scoppiare, di banderuole
pronte a girare, in vortici vorticare
La testa ho piena, ho piena
di pulsazioni terrestri, magie
rupestri, lupi terremoti
assalti, maremoti in branchi
Televisioni, informazioni
U2, fammi vomitare
Arriva, arriva l’onda grande
graffiante
di grandine ricca di pertugi
arriva a disboscarmi
a torcermi i capelli
Arriva infine ed è arrivata allora
spacca il corso dei fiumi elettrici
abbraccia gl’interni temporali
Oh lapidario enzima! E tu ormone ignoto!
trascrivete il corso degli eventi
voglia di vomitare!

(da Via delle Caramelle)

Inverno 1992

All’improvviso il mare si sfronda
caccia il respiro che spezza l’onda
Cesoia incesoiata, taglio spighe di lavanda
Tra profumi d’estate
spazzo via flosce dita d’oleandro

Mia attesa dolente
il pensiero qui non è acqua
ma essenza contraria
né bollore o diniego
Siamo d’inverno ed è da mesi
succhi di frutta e gallette (includi i documenti)
O.K. rossa borsa da viaggio
ci scrutiamo da un po’
dal proprio angolo ognuna
tu ed io (bimbo perché sei nato
non ho che un corpo da gettarti addosso)
Il vortice delle tempie
attende un altro botto
quello buono
con l’aria che sciaborda
schiuma
così è, quando cade un uovo d’aeroplano.

(da Via delle Caramelle)

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Ti confesso
il mio crimine di guerra
ragazzo fermo sulla strada
rigido, bagnato sul fondo bagnato
con telo bagnato inzuppato calato sulla testa
la tua macchia profonda di sangue nero
sulla spalla destra
e un mocassino sì e un mocassino no.

Non mi commuovo un gran che
ragazzo sbattuto scoppiato sulla strada
sei così definitivo, inaggettivato
che sento solo un vuoto, un senso di miseria
l’idea che mi viene è che la morte
sia ancora lì a due passi
svolante e bianca
a godersi un istante il suo trionfo
falce in mano
e a farci buh! Dio che spavento!

Il mio crimine si chiama indifferenza
assenza preterintenzionale.
Testimone dell’uso e dell’abuso
inconcludente e perciò permissiva
ciuccio violenza come uno sciroppo
che poi disgrego e assimilo.

Sei morto —
guarda che il Knirps
è rimasto su questo marciapiede
sotto ai miei piedi
tu dall’altra parte —
per disgrazia
si dice caso e diciamolo.
E come dobbiamo dire?
Il caso:
se tu non stavi lì, io non ti sputavo
sempre lo stramaledetto detto e stradetto
e, in fondo, mai detto.

Definitivo vieppiù
la violenza dei coltelli
delle mani e degli occhi
che ci si scrosta di dosso, un eczema
ce lo togliamo a squame
umanità pigra e di nascosto.
Quanti morti hai seppellito fino ad ora
guatando tra le macerie
film documento D.O.C. televisione.
Tutto slappato inglobato — passiamo oltre.
Mia buona orsolina, perla samaritana
da passare la nottata.
Dormi e sogna fenicetta
sulla dolce ceneruccia.
Regaliamoci un barbecue a sorpresa
con finale che travolge:
ha sempre un timbro erotico
la caduta all’Inferno.
Rimarremo attoniti
col naso otturato dalle sabbie mobili.

Quanto a te
bambino sulla strada
spero avrai voglia di farti un balletto
negli infiniti pascoli, là in cielo.

Fiume, 15 novembre 1992

(da Via delle Caramelle)

Rumba

Egli entra nella mia vita
egli esce dalla mia vita
come una rumba dal suo ritmo — schiocco
come il finocchio che la bora spazza
la rumba il pube è un fiocco e l’occhio nero
come un marito marinaio, come un marito.

(da Romantica)

Romantica

Sono così romantica autunnale
così nivale mitica lacustre
che reggipetti straccio strappo fiori
Sono una Dea campestre
L’aura serale magica e lunare
Come lillà nel vento i seni tendo
li spingo in alto e ribalto le vette
Rigovernando dolce sento il tempo
e la radio di piangere non smette
Schiuma al profumo di bava di drago
specchio di bolla — sarà l’occhio pago?
E mi sorrido: «Dov’è Lancillotto?
Dov’è il tuo amore se tu sei Ginevra?»

Jurandvor, 24 luglio 1993

(da Romantica)

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Eugenio Leonetti – il mio vecchio paese

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Da T(t)erra, Altre Lettere Italiane/18, Collana degli autori dell’Istria e del Quarnero, EDIT, Fiume, Croazia, 2009. (Poesie 1996 – 2009)

CAPITANO

T’ho visto oziare Premuda
così innocente su un masso a strapiombo
mento proteso, a odorare le stelle.

L’isola nel suo cuore ha un precipizio
e segreti dall’aria nascosti
come topazi spenti nella calce.

Onde e correnti
a te ignota una terra ti richiama
voce sfrangiata che alla tua vita
somiglia.

Sali tra le sillabe dei venti
apri il grembo alle vele
preparati al viaggio
come ad una febbre d’ansia e d’amore
a quel lieve timore di scoprire
la geografia profonda del segreto
che t’ha creato, ora ti pretende.

(da Lussignana)

OLGA LUSSIGNANA

Olga che avevi i miei occhi
e le distese intrecciate guardavi
nelle giornate in cui mostrava il cielo
crocchie rigonfie come mongolfiere
con le sorprese ancora sgranate
Dio ringraziavi per ciò che ha creato.

La tua gonna immagino di seta
tutta profumo di mirto e nel vento
come una vela cullata dal mare.
Olga fanciulla, il viso quasi un’onda
che cambia ed un eterno istante dura.

Ma il desiderio d’avventura figlia
e ti scompiglia i sensi ed è già ieri
che guardavi quelle distese
quelle profonde conche dove il sale
ride, si fa cristallo per te sola.
Nelle giornate buone ti saluta:
“Addio Olga lussignana!” dice.

(da Lussignana)

LA RADICE

Il fiore sconosciuto di scogliera
il mirto, il lauro, e della primavera
il primo frutto dolce, una carota.
Essere qui è essere narice
il corpo che si sente la radice
di queste piante
e nella terra e nella pietra spinge
le pallide ginocchia e si costringe
a mutare sembianza e dei sentieri
che come vene nasconde la terra
farsi già nutrimento.
E ciò che t’importava fino a ieri
ora più non importa
Magnificat!
Rimbomba il paesaggio come un tuono.

(da Lussignana)

AZZURRO PROFONDO

Questo azzurro profondo
questa striscia di mare a settentrione
che sigilla come un morbo in espansione
la mia terra traviata, traforata
e tagliente
è un lebbrosario segreto
l’onda ch’è tutto un mondo
che mi nasconde e non mi chiede niente
in cambio:
termini devastanti da inventare
incendiarie parole
da lasciar andare
via con le correnti.

(da Colours)

NEWARK AIRPORT

Come posso raccontare queste luci
dare un senso a questi suoni Signore?
Fanciulla nel nero in risalita
come posso tradurre la sapienza
con la vita, con la vita il dolore
Signore
e l’onniscienza che muore
nella sfumatura
di un atto di colore
d’una lingua crocifissa
ruvida potenza, atto d’amore?

(da Colours)

ORFANI

Questa mia vita spezzettata
questi ricordi spettinati
angioli, orfani alati
piccoli gatti abbandonati
questi orfanelli senza città
e senza mare
senza più desideri da sognare
orfani sono di memoria.
Privati a monte della storia
orfani della cultura e della lingua:
un’esistenza circoscritta
e raminga
li aspetta.
Orfani di padre e di madre
s’arrabattano ed attendono
senza più un codice civile
piccoli, poveri
attendon di morire.

(da Colours)

MARE SLAVA

‘Sti coli giali de tera che ciapa
piziga i oci
come zize gagliarde.
A ti te lo domando mare slava
che ti ∫burti in alto i sorisi de late
quale xe el mio ∫guardo originale
varado dal peto col primo respiro?
Fra i mii maestri ti la più bestiale:
che da i odori tui te go imparado
el naso pien de miel e de cipola.

Su la strada de fughe, de le scelte
vedo arpioni de lagrime e medaglie
tuti che me zuca
conceti e comozioni.
Ma se straparme provo de ‘sta tera
resta striche de pele e sangue amaro.
Lechime alora le feride, insegna
a rispetar la piera, el oro, el zolfo
e la maniera de intuir la quieta
doglia che scava e che ne fa contente.

MADRE SLAVA // Questi colli gialli di terra che acchiappa / pizzicano gli occhi / come tette gagliarde. / Lo domando a te madre slava / che spingi in alto i sorrisi di latte / qual è il mio sguardo originale / varato dal petto col primo respiro? / Fra i miei maestri tu la più bestiale: / che ti ho imparato dai tuoi odori / il naso pieno di miele e di cipolla. // Sulla strada di fughe, delle scelte / vedo arpioni di lacrime e medaglie / tutti che mi tirano / concetti e commozioni. / Ma se provo a strapparmi da questa terra / rimangono strisce di pelle e sangue amaro. / Leccami allora queste ferite, insegna / a rispettare la pietra, l’oro, lo zolfo / e la maniera d’intuire la quieta / doglia che scava e che ci fa contente.

(da Lilith)

CUZA CUZETA

Cuza cuzeta
sentada
vecia coi brazi e le culate vecie
sentada
mastruzando, remenando strassino
cossoti veci e le culate vecie
su per la vita
quela che ga ocasioni che ti incuzi
co’ i ami pici e con el mar più mosso
come se i fossi branzini
che i ga certi oci vispi
e pieni de sospeto.

CALMA CALMINA // Calma calmina / seduta / vecchia con le braccia e le chiappe vecchie / seduta / pestando, tirandomi dietro trascino / cosciotti vecchi e vecchie chiappe / su per la vita / quella che ha occasioni che agganci / con gli ami piccoli e con il mare più mosso / come fossero branzini / che hanno certi occhi vispi / e pieni di sospetto.

(da Lilith)

PORTÉME

Portéme ancora fiori, ancora fiochi
e tochi de pan nero, de pan bianco
e vin portéme, vin e carne grassa
che el fogo già me lassa de la vita.

PORTATEMI // Portatemi ancora fiori, ancora fiocchi / e pezzi di pane nero, di pane bianco / e portatemi vino, vino e carne grassa / che il fuoco già mi lascia della vita.

(da Lilith)

PASEGIADA ISTRIANA

Una note va incontro a un’altra note
co i oci tondi, bianchi e spiritadi
de i vermi de le stele tormentadi
pici vermi de jazo, una coltrina
de nebia sora el mondo che camina.
Ca∫e come ro∫e ne la note nera
coi corpi che profuma e i xe s’ciopadi
de drento
muri, osi bianchi, finti
come tochi de carta trasparenti
straze de le straze de un fantasma.
Cussì curiosamente i xe pesanti
i sta fermi ‘sti muri
incassadi ne ‘l vecio, ne ‘l eterno
su la bavosa boca de ‘l inferno.

PASSEGGIATA ISTRIANA // Una notte va incontro a un’altra notte / con gli occhi tondi, bianchi e spiritati / dai vermi delle stelle tormentati / piccoli vermi di ghiaccio, una tendina / di nebbia sopra il mondo che cammina. / Case come rose nella notte nera / con i corpi che profumano e sono scoppiati / di dentro / muri, ossi bianchi, finti / come pezzi di carta trasparenti / stracci degli stracci di un fantasma. / Così curiosamente sono pesanti / stanno fermi questi muri / incassati nel vecchio, nell’eterno / sulla bocca bavosa dell’Inferno.

(da Lilith)

OCI

I mii oci magnava la tera
co’ iero picia
per mi la rideva
svolando co ‘l vento:
‘magnime’ la di∫eva.
Ogni radi∫a, ogni petalo cantava
tra le sue piete el mar sal ghe portava.
Sonava quela musica, sussuri
de la piova
incalmi de la paze ritrovada
e sempre nova.

Ecome adesso, co ‘sti oci impizadi
sempre più tazadi, sempre più ∫grafadi.
Me saluda el ∫meraldo
ma no el lassa passar la luce del giorno.
No’ ‘cori gnente spiegar
solo penso che doverio scriver
poesia politica ‘na volta bona
e porconar
co’ la goba impirada
forte, cussì inciodada
per sempre
su ‘sta sedia.

OCCHI // I miei occhi mangiavano la terra / quand’ero bambina / per me rideva / volando col vento: /  ‘mangiami’ diceva. / Ogni radice, ogni petalo cantava / tra le sue pieghe il mare le portava il sale. / Suonava quella musica, sussurri / della pioggia / incisioni della pace ritrovata / e sempre nuova. // Eccomi adesso, con questi occhi infuocati / sempre più pestati, sempre più graffiati. / Mi saluta lo smeraldo / ma non lascia passare la luce del giorno. / Non occorre spiegare nulla / penso solamente che dovrei scrivere / poesia politica, una volta buona / e porconare / con la gobba incastrata / così fortemente inchiodata / per sempre / su questa sedia.

(da Lilith)

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Eugenio Leonetti – calma apparente


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Relativamente all’autrice:

Laura Marchig è nata a Fiume nel 1962. Laureatasi in Lettere Moderne all’Università di Firenze, ha lavorato come giornalista al quotidiano della comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia “La voce del popolo” ed è stata direttrice della rivista culturale “La battana”. Dal 2004 è Direttrice del Dramma Italiano, compagnia stabile italiana che opera in seno al Teatro “Ivan de Zajc” di Fiume.
Alterna l’attività letteraria a quella teatrale. Poetessa e scrittrice, è anche traduttrice, autrice di testi per canzoni, interprete e performer.
Ha vinto varie edizioni del Concorso di Arte e Cultura “Istria Nobilissima” e altri premi letterari, tra i quali il “Premio Hystria”.
Ha pubblicato i libri di poesia: Lilith (Siena, 1998), Dall’oro allo zolfo (Unione Italiana Fiume – Università Popolare di Trieste, 1998) e T(t)erra (EDIT, Fiume, 2009, in cui è riproposta Lilith). Le sue poesie sono inserite in diverse antologie e tradotte in varie lingue.
Nel 2008 è stata nominata Cavaliere della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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9 commenti su “VOCI OLTRENORDEST/2: LAURA MARCHIG – di Mauro Sambi

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  2. Silvio Forza
    15 gennaio 2011

    Bravo Mauro! Grazie

  3. Dino Carampana
    16 gennaio 2011

    Gustosissima questa presentazione, grazie

  4. fernirosso
    16 gennaio 2011

    Una recensione, questa di Sambi, di grande accurata attenzione, a temi che sono sì poetici, ma hanno radici vitali nelle persone, come singoli individui, e nei gruppi, collettività di persone accomunati da storie e cultura che potrebbero sparire all’improvviso senza lasciare traccia della ricchezza conservata, raccolta, offerta.
    Ogni testo, presentato qui con ampiezza di connessioni e rimandi illuminanti,
    contribuisce a formare un tessuto importante, non solo un affaccio ad un quadro staticamente concluso, individua un percorso che segna elementi importanti di una sensibilità, quella dell’autrice, di grande impatto linguistico, storico, etico, non solo emotivo.
    Grazie per questa ricchissima presentazione e l’approfondita lettura proposta.
    ferni

  5. Marina
    16 gennaio 2011

    Mauro, mi ha emozionata leggere la poesia di Laura Marchig, e la tua presentazione è molto bella e arricchisce la gamma di reazioni che la lettura suscita. Grazie.

  6. Mauro
    17 gennaio 2011

    Ringrazio per i commenti e per questo spazio prezioso che mi è concesso per far sentire voci che sento “sorelle”. Grazie.

  7. federico musil
    18 gennaio 2011

    Commosso,atterrito,atterrato in frastagliate forme,terre emerse e acqua profonda. bellissima recensione. F.M.

  8. curcio f.
    18 gennaio 2011

    gustato tutto l’articolo, le poesie, di particolare elaborazione, portano il lettore a vedere,toccare,vivere,anche se momentaneamente,degli scorci emotivi ben tratteggiati,a volte, visibilmente incisi.
    curcio

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