Alla domanda chi e che cosa siamo noi un vecchio saggio rispose così:- Siamo la somma di tutto quello che è successo prima di noi, di tutto quello che è accaduto davanti ai nostri occhi,di tutto quello che ci è stato fatto. Siamo ogni persona, ogni cosa, la cui esistenza ci abbia influenzato, o che la nostra esistenza abbia influenzato, siamo tutto ciò che accade dopo che non esistiamo più e ciò che non sarebbe accaduto se non fossimo mai esistiti.-
Ancora luce sulla scrivania. E’ in un cono che prende le pagine, le parole, accende gli inchiostri che arrivano qui, dopo un lungo viaggio. Sono china dentro questa luminosità per imparare attraverso il lavoro degli altri. L’orologio dice mezzanotte, ma la scatoletta legata al mio polso non numera l’infinito. L’infinito che percepisco, mi rinasce ogni volta che entro in un’opera, in una creatura segnante. In una qualità che sporge. Che brilla.
La copertina azzurro mite è di una semplicità austera: nome e cognome, titolo, l’ombelico del logo, e l’indicazione dell’editore.
ALESSANDRA CONTE, BREVIARIO DI NOVEMBRE, RAFFAELLI EDITORE, 2009 www.raffaellieditore.com
Lo apro e lo chiudo: nel palmo, il libro è leggero, annuncia essenzialità. Benedico la piccola editoria che continua a seminare, coltivare, scegliere, con rigore e con coraggio, opere che spingono il canto oltre la solita piacevole e orecchiabile melodia. Hanno muscoli eroici e resistenza questi piccoli editori. Chiedono soltanto, offrendo tanto, che si compri. Che si abbia il desiderio di acquistare per dodici euro un mondo.
Incontro la prefazione di Stefano Guglielmin. Penso che sia qui a presentare un buon lavoro. La sua attenzione e la sua scrittura arano sempre orti significativi, nessun cedimento per le seduzioni del mercato. Ma non la leggo. Lo farò poi, come sono solita. Voglio sentire in corpo la poesia, nuda com’è. Ed è.
Alessandra Conte attacca subito, intensa, secca, imprevedibile. Immediatamente, toglie le coordinate spaziali e temporali. Agisce in un qui ora sempre. Entrando uscendo dalla dolenza umana quotidiana chiama la divinità con povertà fiera, quasi con reciprocità. E chiama quelle madonne dei tagli alle dita, delle parole di latte, della neve, madri vergini delle vergini, della sete, madonna zitta, signora della parola di troppo, signora che maneggi i coltelli, madonna di dio, di dio piccolo, mosca senza un’ala, madonna delle madri controvoglia, madonna che perde il suo sangue con grazia, madonna dell’acqua lacrimata, madonna che sia mia e donna. Chiama quel coro divino del femminile in cui specchia sé stessa nella profondità abissale da cui le nasce il canto. La divinità è potente ma convive con il destino umano e perciò anche lei sanguina tremendamente ferita, eterna ma eternamente emorragica. Il dolore è limpido, asciutto, senza sbavature, manca di retorica e compiacimento: non ostenta morbosità, non cade al lamento. La velocità in cui ruota il verso e l’aderenza alle pieghe del quotidiano, del reale, fanno di questa poesia una terra di canto dentro cui il celeste è inglobato. Quasi incarnato.
Intuisco le vene liriche del medioevo. Sento anche molta musica dentro il quaderno azzurro. Leggo che Alessandra Conte è diplomata in pianoforte e didattica della musica al Conservatorio di Vicenza. Sento quanto i suoi studi musicali abbiano contribuito al ritmo della sua poesia, alla sua natura.
Da qui voglio dirle: perché non musicare queste poesie con il suo pianoforte, facendole cantare da una voce femminile? Io, questa notte, dentro il mio cono di luce, l’ho ascoltata così.
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Da Breviario di novembre – Alessandra Conte
Madonna dell’acqua lacrimata
e della tua figlia senza traccia,
l’hai lasciata andare. Pensa oggi
di vederla, madonna signora, tu
che zitta bestia, belva buona
che non sa gridare hai pensato
di vederla, oggi scopri non ti è rinata.
Imboccala che l’hai voluto, hai perso.
Ancora non ho avuto modo di leggere il libro.Ma questa stanza del faro ha luce in ogni oscurità.Ritornerò in quest’isola appena letto. Grazie ad Anna Maria e ad Alessandra per aver contribuito a definire dei punti sulla mappa.ferni
prima mi ha colpito la premessa, quel cono di luce ha catturato il mio sguardo e così poi, da lettrice curiosa, sono andata a cercare alcuni testi di Alessandra Conte
poichè dispongo di pochi strumenti per fornire un’osservazione, mi permetto di esprimere ciò che ho colto/sentito di queste moderne preghiere
in sintesi la presenza di simboli e l’asciuttezza delle immagini che tagliano quasi quel legame tra terra e cielo
facendo del cielo la terra, il cielo vicino al nostro essere fatti di carne
faccio i miei più vivi e sinceri complimenti all’autrice per questa opera augurandole nuovi voli
elina
grazie Anna per la tua luce, che vede luce nell’ombra, e viceversa.
grazie, in particolare ad anna maria.
ripercorro le parole nello stesso cono di luce, con gratitudine.
questi scritti, è vero, nascono dalle orecchie e all’ascolto trovano vita.
Alessandra
E’ la dorsale del drago: la vertebra-parola che spicca, spigola la vita.
E’ un colpo di coda che non ci si aspetta. Un colpo di nocca durissimo sul legno del tempio, quando il portone è chiuso e solo in sé, ciascuno in sé, può trovare l’a(u)sil(i)o e la direzione del viaggio.
C’è una santa eresia in queste parole bruciate, nel bricco del latte, nella gola di fiamma del rettile: questa vita senza soste, che s’inerpica e si spande, tra rive e rivali, riviere e rivoli di sangue e nuove nascite, di bisturi come cesoie, di cancrenose paure smidollate dall’eretta sapienza delle os-sa.
Un ossa-rio, questo breviario, un rio bene-detto che canta il viaggio di una donna clandestina che spesso si fa uomo e governo, l’immerso patrocinio di un dio femmina feto e fato. L’afflato temperato da punti d’ago e croci a incastro, piantate, conficcate in parole storpie, che riprendono suono, acuto, profondo, lunghissimo, tra l’apertura del detto e ciò che si vorrebbe sentire, vedere affiorare, forse anche fiorire in quella pellicola di pelle antica, consumata, usurata e abusata da milioni di anni, stupri e possessioni dello spirito, cantato come santo ma tragico e violento sempre, persino quando, semplicemente, nasce o muore un uomo. Ma-donna, una multipla femmina, senza divinità addosso colatale dall’alto di un cielo sovrano, ma penetrata, da dolore e sgomento, col ventre aperto, e il coltello tra le mani, mentre si strappa l’acerbo della vergine, il ripetitivo vortice, la vertigine dell’andare, restando qui, piantata per terra, inarcata nei nostri stessi difetti, equi-librandosi tra ossessioni e rimorsi. Un ovulo alla volta, semina dio se stesso e si fa bestia e maschio, femmina e paesaggio, urla, violento la sua immensa distanza, profanando la sua carne dentro ogni vita. Si preme, si spegne, si riforma, in un conclave senza altra dimensione che il ripetersi, chiudendo il varco dell’ogiva, la navetta vagina che fa spola tra l’una e l’altra riva oscura. E con parole omissioni e schianti, sputi sberleffi e bestemmie naviga il giorno dentro l’inconclusa notte, generazione dopo generazione. Nulla ha in dono l’uomo se non questa selvatica corda, una liana che aggroviglia il testo, fa tremare la parola e mina l’intelletto.
In questa asprezza, come gir(on)i dell’inferno, schizza il latte la madre, parola che supera i veleni, riporta il bianco della bambina e la bambola, martoriata, resta alla fine in silenzio, addormentata in quella lievissima unica, clinica leggerezza di camomilla.
Un libro da ripercorrere certamente. fernanda.