E’ nata da un’idea fosforica quasi, un lampo improvviso che ha percorso da un’orbita all’altra il vortice dei pensieri e delle voci. Avevo incontrato da poco Nicola Licciardello, un incontro breve, rispetto al molto che portava in un corpo acceso di memorie. Poco dopo un secondo incontro, questa volta in rete, con un artista, Salvatore Romano, attraverso una lettura di una precisa opera di Bocklin, L’isola dei morti, di cui avevo scritto tempo fa e di cui lui stesso si era occupato. Anche per lui la centralità del corpo, la notte, è da indagare attraverso il nero del mezzo usato e i chiari che si aprono inattesi. Si è innescata in me questa intersezione di voci e silenzi, di notti e visioni che, spesso, crescono dentro, trovando uno spazio di ancoraggio o semplicemente quel cavo a cui si annodano per restarci dentro, là dove la riva è prossima e il mare è una porta o l’ ancora del viaggio.
La sua voce legge la voceprofonda di Saenz che, a sua volta, rintraccia e vive la voce dell’ospite sé-greto, l’inter-me-diario: la spessa e sconosciuta notte del corpo.
*
Ho trovato una voce e ho raccolto in me il suo corpo.
Profondissimo teso lontano, oscuro il suo tingere in me il suo segreto
declina nel buio tutti i suoi corpi
l’essere lei viva
anche per me riva nell’oltre
e sua notte.
.
.
Me ne stavo lì, impietrita. Sulla porta d’ingresso del manicomio. Non mi decidevo ad andarmene.
La terra ruota intorno al suo sole, sfidando la cronologia delle ore. Ripida evolvente spira le battute del viaggio verso ciò che istantanea nella vita di un uomo sembra l’andare, senza ritorno se non in altri uomini senza memoria del sempre, dell’ancora.
Così io. Mi sentivo dentro la pietra, tra i denti della ghiera che girava attorno al fulcro di un’apertura. Quella porta mi ributtava ai silenzi del mondo, là dove le parole corrono veloci di bocca in bocca senza avvelenare chi le raccatta. Sempre assolutamente vuote. Sempre assolutamente allineabili. Punti di uno stesso righello mettono insieme P con P, ordinate, infallibili, sollevando ascisse geometricamente antecedenti a qualunque altra misura.
Io: sono uno sprofondo.
E sono un punto. Un uomo dentro, un punto. Un punto che si è trasformato in lontananza. Mi sono mosso un passo alla volta, un piede dopo l’altro e sono arrivato al fiume.
Ho lasciato i miei vestiti sulla riva. Le scarpe, il cappello.
Mi sono buttato.
Il caso, la maledetta fortuna ha voluto che ci fosse qualcuno sull’altra riva, nera di notte, da non vederci che i suoni. Qualcuno mi ha visto e mi ha portato via. Via da quella porta verso l’oltre.
Volevo il vento oltre questa vita. Oltre tutto: volevo un altro me stesso.
Volevo starmene disteso con queste mie ossa al passaggio del vento, facendo silenzio. Io stesso silenzio. Io steso, assoluto. Il vento su di me: terra ormai, santa, in questo campo dove ho seppellito i miei tre figli. Uno per uno sono già dentro di me. Per questo volevo raggiungermi. Volevo raggiungere il dove, il quando, il sempre.
…
…
me ne stavo come un fagotto marchiato
dagli escrementi assediato come un fortilizio
pronto a crollare.
In quel lezzo qualcosa della morte sfaceva
i fili del corpo, la favola incancreniva.
Non c’erano bozzoli
le farfalle erano larve
che già dalle carni
non più mie la propria producevano.
Abbandonate a quello dell’inizio
l’ abito: uno stare teneramente orribile
la croce, fissione di una vita ai chiodi di altre
irriducibile forza di un amore fatto di terra e riproduzioni.
…..
…..
fino a non sentire più
tanta è l’assuefazione del vivo che s-muore sul morto.
……
……
Ora fisso un chiodo. Non ho memoria d’altro.
Sento.
…
Tutto il dolore del mondo in quel chiodo.
Mi penetra la carne. Mentre sono ancora.
Mentre tu sei. Ancora un uomo? Io sono l’attimo doloso.
Scabra si fa la parola.
Svuota le bocche come fossero orinatoi.
…..
Neri i corvi col becco
rosso immerso nel sangue.
…..
Dalla tua fronte scavano la memoria
le pulci, la lama sul costato cerca
le vie, apre la geografia dei dettati.
…
Tra-dire. Un
lungo suo-no, un lunghissimo fiato.
….
Si avvolge nero dentro il sangue.
La morte si fa: tua.
Sorella più prossima di una sposa.
Non puoi penetrarla senza che in lei si scardini
la luce di questo
mondo legato
alle cinghie divelte dei muscoli e tu senza quei veli
sceso in terra senza che altri vedano
forse riaffiori nell’ora di un altare
tra memorie che si spengono dentro
la cavità dell’orbita incrociando, piano, il tuo sguardo perduto.
Ancora sfogliavo le carte, i volti dei vecchi come se da quelle rughe potesse uscire la luce di una parola chiara, vera. Sapevo che avevano combattuto. La baionetta innestata alla paura nel cuore e ad una sola preghiera fatta tacere tra le scapole, pesanti, senza ali per staccarsi da tutti quei corpi. Da lì, in quella geriatria di odori, nauseante la morte, periferica andava schiumando i suoi cavalli, nella fatica di trascinare via dalla riva altri mortali,vivi solo di un desiderio: un sole che aveva un nome, una voce, un gesto che li ancorava a questo mondo, a questi giorni di massacro e senza luce.
C’erano fogli sparsi ovunque in quelle stanze. Loro, quei vecchi tutt’ossa, come rilegature con la costola dura sotto la morbida liscia pellicola di copertina. Qualcuno li aveva abbandonati come si lascia il figlio appena nato, legandoli con un filo rosso sopra uno straccetto sfilacciato. Un filo di sangue sopra il lenzuolo liso. Infilata in una crepa della mano, quella ruga così fonda tiene compressa una pagina piegata più volte. E a toccarla si sente il fiato caldo, lievemente affannoso come di qualcuno che abbia percorso salite ripide e rischiose.
Leggere. Leggere ancora. Senza fermarmi. Senza perdere un solo istante… Senza perdere nemmeno uno di loro. Erano uomini, non letteratura.
Fu il vento a scegliere smuovendo quelle carte. Venne dentro la memoria e vi soffiò alianti, visioni, balaustre e cornicioni, ponti. Intere regioni. Qui, esatti nel centro, ricordo i viali e la grazia. Lei, le sue carezze e i baci, i suoi passi mentre si allontana.
Qui, dentro qui
questa città di pietre smosse
dove mi trascorrono le vie e gli archi
le età del mio tempo
mi tremano addosso tutte le mani qua
e là viventi ancora, intrappolate
tra l’intonaco e la fuga, smessa da poco dentro altra pietra.
Qui, ment(r)e mi raduno, chiamo i cicli della gioia e
si intervallano in veloce susseguenza l’improvviso
dolore che transita
la vita e la provvisoria sua sostanza.
….
Il mio popolo di turbine.
Roccia diffusa e-
rosa.
Solitari.
Brillanti.
Paradisi inclinati.
Incrinati rossi inferni permutanti.
Questo mio sangue.
Popolo della terra
In mille grotte faglie grida.
Uccelli lampi
Luci del mare che abbaglia.
Là dove tutto nasce.
“…La memoria è memoria del passato, memoria del presente, memoria del futuro.”S.Agostino.
Lo avevo studiato da giovane ma ora era qualcosa oltre le pagine che mi rileggeva e leggeva dentro quelle memorie cercando dentro me le pietre per costruire scandire, unificare in un solo tempo la coscienza. In quel continuo la memoria diventava il mio luogo, l’identità di un soggetto che ancora non ero riuscito a vedere e sapevo che senza di essa mi sarei irrimediabilmente perduto.
Un animale che ricorda annusa la terra il vento per sapersi? Per riconoscersi?
Strato su strato dentro e sopra questo mio corpo, le sensazioni, le umiliazioni, ogni difficoltà, i piaceri e i mancamenti hanno fatto di me un abito che la memoria ha intessuto intessendo la mente, sino a costituirla come forza, identità, gesto, rampino sul mondo e domin(i)o della sua complessità. Me-morìa. Tratto per tratto morirsi, andando in altri luoghi costruiti tra il tempo e la mente. Un corpo paese, un es piccolissimo presso la sua identità più estesa. Il teatro temporale di ogni memoria. E’ là che confluiscono in competizione continua le più diversificate correnti: disperse in uno sciame le emozioni, nel flusso di maree soggette ai moti della luna i pensieri e tra le rapide scosse dei sismi i nervi innescano i ritmi delle viscere, strappano e allungano i muscoli alle lance dello scheletro, scoccano le frecce dei geni.
E molto oltrepassa il molo, oltrepassa la soglia della coscienza. Dimenticato, assopito, adombrato, innestato nei muscoli come radici per terra. Se i semi nascessero la mente soccomberebbe? Sotto il peso schiacciante di questi flussi il mio corpo ha memorizzato sempre in costante presa diretta nella mente e nella carne ha trattenuto quanto avveniva e ancora entra nel corso della mia vita: un’esistenza a misura di stelle. Anni luce di visione attraversandomi gli occhi e la pelle mi sono venuti dentro. Imponendomi cascate di universo hanno scaricato alle bocche limitate delle dighe del mio cervello bombe ad orologeria avviluppandovi atomi di volti, ricordi di un modestissimo passato, nuclei di disposizioni mentali, amici, parenti, gente che passa, animali, cavalli, colli, occhi. Come un ultimo esito recente di aggiustamenti biologici imposti dalla storia:evoluzione del genere umano.
Salvatore Romano- L’isola dei morti

questo post mi è piaciuto particolarmente poichè apre innumerevoli auto- strade
un caro saluto, Elina