Emigrants- ©Krzysztof Skorczewski
Si parla spesso di emigranti e non si riesce a vedere come ognuno di noi,in realtà, es-patrii e migri dalle tradizioni, dalla propria cultura, dalla famiglia, dal luogo di lavoro, addirittura dal proprio corpo, o dalla propria lingua, costruendo evasioni in zone temporanee di migranza o di temporanea migrazione, SINGOLARE o collettiva. Si pensi per esempio ai locali di ritrovo, che sempre più servono per isolare le proprie fobie in un se stesso lontanissino dalla possibilità di essere visualizzato, oppure nei luoghi di ritrovo virtuale.
Ecco come vede la questione Marco Saya, nel suo recente libro Situazione temporanea, edito da Puntoacapo di cui da una breve recensione in una risposta ad una lettrice.
M.S. – Questo mio ultimo libro è una passeggiata urbana dove l’occhio scruta, osserva, constata, domanda, una serie di verbi spezzati e sincopati che seguono l’improvvisazione della metropoli tra tanti soldatini clonati, indifferenti e spesso rassegnati. infinite sono le domande e la poesia e lì che pone gli accenti, i ritmi, i tempi , i suoni per trovare quelle vie di riscatto sociale che sembrano urlare la loro sofferenza come in alcuni acuti di un bel brano di Davis. alla fine citando Franco Fayenz sull’improvvisazione del grande Miles “il punto che mette tutti d’accordo è il suono meraviglioso e irripetibile di quella tromba arcana, raggelante e insieme esaltante, che sembra provenire dagli spazi siderali o da abissi di solitudine umana. Forse è la stessa cosa.” E sugli abissi di solitudine umana che dobbiamo riflettere…ed è compito della poesia indagarne il mistero. -
* dal brano Trafitto dei CCCP (1985)
«… e i luoghi di concentrazione nell’era democratica»*: Situazione temporanea di Marco Saya.
Un qualsiasi libro che si apre con una domanda – anche di poesia – dovrebbe quanto meno lasciare supporre un tentativo di risposta, sapendo benissimo che oggi la risposta è precaria, è ‘temporanea’, non racchiude in sé la verità. Marco Saya esordisce con un «dove vai?»: a chiederlo era la madre. «Ancora non so», dopo vent’anni è la sola risposta che il poeta sa dare. Beninteso, qui non c’è nessun compiacimento nel crogiolarsi in istanze nichilistiche. La raccolta poetica di Marco, argentino di nascita, milanese di adozione, intesse un disegno complesso per aggirare luoghi comuni, incasellamenti, categorie, riuscendo sempre con un gioco di prestigio a rimandarti più in là, a slittare di continuo. Quell’«ancora non so» è una cifra stilistica e non una posa. È un temporeggiare che fa dell’ironia la strategia (più che l’artificio) retorica che regge l’impianto dell’intero libro. Non può ancora rispondere Marco perché la quotidianità (che quasi può tramutarsi in quella quotidianeità, come l’ipostatizzava Dario Bellezza) ha nella sua routine una variazione sistematica e inafferrabile (come in un ritmo jazz che non nascostamente è la partitura da cui Saya trae ispirazione per i suoi versi), è preda di una cronica casualità che pure si ripropone ad ogni passo. Il libro si legge quasi come un romanzo, è un’epica contemporanea della città di Milano (ridotta a larva ectoplasmatica di se stessa, fino ad un’invisibile ed impossibile città calviniana: Milania), un’epopea di un uomo che si aggira tra le sue strade e osserva i passeggeri dei tram, altri che si affrettano nei pressi di piazzale Lodi, altri ancora che freneticamente acquistano all’Esselunga. Si legge di una città che fatica a comprendere l’accoglienza, che si sorprende a vedere una donna col burka che attraversa una strada a braccetto con una signora elegante ed evidentemente appartenente ad una classe sociale elevata, che si concentra unicamente a produrre vuoto, affaccendata a guardarsi la punta delle scarpe. Nessun compiacimento, si diceva, e contestualmente nessun volontarismo ideologico. Non c’è socialismo che tenga nelle impietose (ma anche ironiche, di un’ironia amara, ovviamente) pagine di Situazione temporanea. Tutto è frammentato, ognuno è un atomo privo di centro e di identità, tutti accomunati solo da un senso di estraneità che rasenta la schizofrenia: « l’altro giorno ho incontrato un albanese/ mi ha chiesto se avevo/ da accendere/ voleva parlare/ abbiamo parlato/ nella nostra diversità/ avevamo qualcosa/ da dirci». Eppur tuttavia si fa critica sociale con le armi che si possiedono. Marco Saya è poeta civile, senza spiattellarlo in faccia ai suoi lettori. Sa esserlo sottilmente, nell’unico modo in cui si può esserlo. Adotta il jazz come metro, anziché una cadenza lineare, scrive un romanzo di frammenti e di associazioni di idee, osserva quanto accade, partecipando dell’accaduto, ma conservando un’adeguata distanza critica, registra ma non supinamente. La sua scrittura è una scappatoia dagli automatismi della contemporaneità e sa esserlo con una leggerezza disarmante: il gergale non si accosta alla citazione colta per puro sfoggio letterario o per creare un tutto indistinto, utile solo a chi delle parole non sa che farsene. Piuttosto il pastiche linguistico è dosato con grande perizia: tutto è camuffato all’interno di un tono che si tiene volutamente nella mediocrità. Saya sembra costruire trabocchetti nella costruzione del verso (più che nel lessico), giocando con la sintassi così come Jaques Tati avrebbe costruito le sue gag al cospetto della grottesca modernità: insinuandosi negli interstizi delle frasi (più che delle parole), nei modi di dire comuni, decomponendoli, decontestualizzandoli, producendo un esilarante effetto straniante, una sorta di reazione chimica come all’incontro appunto di Monsieur Heulot con gli emblemi urbani della nuova metropoli. Ogni verso è in sé concluso e quasi autistico, per poi scontrarsi casualmente con il successivo. L’effetto è esilarante e nello stesso tempo amaro: «accado nel magma del passaggio./ siccome disturbo nel desueto divorio/ punta i gomiti quello che non ha il limite,/ così per caso, un bar vale l’altro,/ il dispetto sta nella resistenza,/ il cablaggio ci fortifica/ sino a esaurimento scorie». Tuttavia l’aderenza della lingua al reale è massima, tale, nel contempo, da sembrare materiale da costruzione e da restituirti intatta un’immagine dinanzi agli occhi, tramite pochi brevi segni: «quanti fili per la città/ grovigli muti/ boccheggianti dai finestrini/ orecchie incollate a pacemakers/ detriti di comunicazione/ rovinosi affanni/ appannati tra vitrei stagni/ come oblò obliati»; massimo è il grado allegorico che ne deriva: il parlare di blues, di jazz, di Miles Davis per parlare d’altro, di quanto orripilante sia diventato l’uomo.
Luigi Metropoli
Dream a Little Dream by Louis Armstrong
Riprese, dai commenti al post, le parole lasciateci Da Marco oltre ai testi tratti dal suo libro.
Ci ha scritto Marco:
“…Venendo alla raccolta in questione Situazione Temporanea
è, anche, un’antologica di questi miei ultimi anni con
un’attenzione particolare all’inserimento di moltissime
liriche che hanno come tema principale “l’osservazione”
della città in cui risiedo, ovvero Milano, con tutte le sue molteplici contraddizioni e lati oscuri…
Riporto alcune delle liriche presenti:
“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
“ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!
*
ci si vede ogni tanto…
forse più per ricordarci
che ci siamo.
il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati
- più o meno posticci -
in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto…
*
quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati
*
passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto
accoglieva giovani ossa.
*
al semaforo le chiedo: “ma sei più ricca, qui?”
la disperazione scivola al mio fianco,
mi accompagna nell’open space,
che fastidio!
tutte quelle voci all’unisono!
preferivo la povertà del suo silenzio
*
milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante…
*
quelli del quartiere.
ci ingrigiamo
nello stesso modo.
trent’anni di saluti.
con un semplice
cenno della mano.
tutti con i nostri vizietti.
la tabaccaia ladrona.
la puttana con quel suo
fare da Esselunga.
il farmacista un po’ erborista
e l’erborista un po’ farmacista.
il fiorista pakistano (new entry)
con l’edicolante
dal sorriso difficile.
il negozio del liutaio,
oramai una foresta di legni.
gli inquilini con le urla
dei bambini nel recinto
adibito a campetto.
il verde che si attenua
e il nero accentua
la sua presenza.
questo è il mio quartiere.
questa è la mia Milano.
oggi.
*
“Chi sei?”
“cosa fai?”
“cosa vuoi?”.
vocabolario da happy hour.
damine in tailleur.
pinguini in doppiopetto.
“un cinema?”.
si prosegue con il brunch
domenicale al Diana.
la sfilata del nulla
deturpa la maestà del liberty.
la business class cena alla Risacca
con i pullover di Missoni.
corso Como.
campi di concentramento de luxe
accolgono quelli che si divertono.
cecchini riempiono le stie.
liberi e belli concludono la notte.
*
accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.
*
Vuoto
“quale il senso?”,
solo la sicurezza
del segmento,
più o meno lungo.
ri-vuoto
l’incipit sogna,
la chiusa chiude.
stop
si riaccende la lampadina.
(fulminata)
l’alogena dura di più,
costa di più.
black-out
(talvolta)
ripiomba l’origine,
il buio della prefazione.
vuoto
zampilla l’emozione.
la siccità permette la goccia,
bagna le labbra.
un senso…
sembra esistere.
“E gli altri?”,
nelle loro cose affaccendati.
“ma cosa fanno?”,
“producono il vuoto”.
oggi va così.
il segmento si accorcia.
bene
mi sento più sereno.
il vuoto alle spalle,
come quella scimmia,
scrolliamocela.
*
Pausa
luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira
dal cemento.
la pala ridona
ossigeno.
“che ora è?”.
buttàti
sul letto.
nudi.
voci fuori,
odo!
mix di labiali,
suoni
della disperazione.
tramortiti
sulle coste.
scorribande
di scarichi.
piste lapidate
da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.
*
La storia inizia indietro
la storia inizia indietro
pianti neonati in una villetta sudamericana
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi
“dov’è papà?”
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano.
gli aquiloni, con quel vento lì
un tiro alla fune verso l’alto
manca la stretta sicura
un dubbio che mi porto da sempre
una risposta persa tra la sabbia fine
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe
corrono i giorni da rito uguali.
la finestra sorride al poco verde
- ora – stretto tra mura di polveri
“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
l’onda mi veniva incontro
amica nel gioco dello spruzzo
il Corcovado ci abbracciava
con il calore colori della gioia
non sapevo di povertà
non sapevo di sifilide
non sapevo di multinazionali
sapevo di essere felice
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno
la strada saliva tortuosa
un chiosco di banane – pit stop -
anticipava la vista del Cristo
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre
ora capisco la congiunzione degli intenti
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto
il tempo aiuta a morire
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro
* * *
Sig. Marco Saya, quale eccellente recensione del suo libro! :-D
Non so se complimentarmi con te, Marco , o con Luigi Metropoli.
Bon, se lo scopo delle recensioni è instillare il desiderio di leggere un libro, direi che qui è stato raggiunto nel modo più completo.
Last-rose
Ciao Last-rose, in effetti la recensione di Luigi è davvero ben fatta. Devo aggiungere che tutte le recensioni, note, prefazioni da lui scritte sono molto attente. A mio avviso è uno dei pochi che legge immedesimandosi seriamente nell’autore/autrice cercando di coglierne gli aspetti precipui, univoci e caratterizzanti di quella scrittura. Venendo alla raccolta in questione Situazione Temporanea è, anche, un’antologica di questi miei ultimi anni con un’attenzione particolare all’inserimento di moltissime liriche che hanno come tema principale “l’osservazione” della città in cui risiedo, ovvero Milano, con tutte le sue molteplici contraddizioni e lati oscuri…
Riporto alcune delle liriche presenti:
“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
“ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!
*
ci si vede ogni tanto…
forse più per ricordarci
che ci siamo.
il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati
- più o meno posticci -
in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto…
*
quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati
*
passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto
accoglieva giovani ossa.
*
al semaforo le chiedo: “ma sei più ricca, qui?”
la disperazione scivola al mio fianco,
mi accompagna nell’open space,
che fastidio!
tutte quelle voci all’unisono!
preferivo la povertà del suo silenzio
*
milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante…
*
quelli del quartiere.
ci ingrigiamo
nello stesso modo.
trent’anni di saluti.
con un semplice
cenno della mano.
tutti con i nostri vizietti.
la tabaccaia ladrona.
la puttana con quel suo
fare da Esselunga.
il farmacista un po’ erborista
e l’erborista un po’ farmacista.
il fiorista pakistano (new entry)
con l’edicolante
dal sorriso difficile.
il negozio del liutaio,
oramai una foresta di legni.
gli inquilini con le urla
dei bambini nel recinto
adibito a campetto.
il verde che si attenua
e il nero accentua
la sua presenza.
questo è il mio quartiere.
questa è la mia Milano.
oggi.
*
“Chi sei?”
“cosa fai?”
“cosa vuoi?”.
vocabolario da happy hour.
damine in tailleur.
pinguini in doppiopetto.
“un cinema?”.
si prosegue con il brunch
domenicale al Diana.
la sfilata del nulla
deturpa la maestà del liberty.
la business class cena alla Risacca
con i pullover di Missoni.
corso Como.
campi di concentramento de luxe
accolgono quelli che si divertono.
cecchini riempiono le stie.
liberi e belli concludono la notte.
*
accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.
*
Vuoto
“quale il senso?”,
solo la sicurezza
del segmento,
più o meno lungo.
ri-vuoto
l’incipit sogna,
la chiusa chiude.
stop
si riaccende la lampadina.
(fulminata)
l’alogena dura di più,
costa di più.
black-out
(talvolta)
ripiomba l’origine,
il buio della prefazione.
vuoto
zampilla l’emozione.
la siccità permette la goccia,
bagna le labbra.
un senso…
sembra esistere.
“E gli altri?”,
nelle loro cose affaccendati.
“ma cosa fanno?”,
“producono il vuoto”.
oggi va così.
il segmento si accorcia.
bene
mi sento più sereno.
il vuoto alle spalle,
come quella scimmia,
scrolliamocela.
*
Pausa
luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira
dal cemento.
la pala ridona
ossigeno.
“che ora è?”.
buttàti
sul letto.
nudi.
voci fuori,
odo!
mix di labiali,
suoni
della disperazione.
tramortiti
sulle coste.
scorribande
di scarichi.
piste lapidate
da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.
*
La storia inizia indietro
la storia inizia indietro
pianti neonati in una villetta sudamericana
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi
“dov’è papà?”
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano.
gli aquiloni, con quel vento lì
un tiro alla fune verso l’alto
manca la stretta sicura
un dubbio che mi porto da sempre
una risposta persa tra la sabbia fine
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe
corrono i giorni da rito uguali.
la finestra sorride al poco verde
- ora – stretto tra mura di polveri
“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
l’onda mi veniva incontro
amica nel gioco dello spruzzo
il Corcovado ci abbracciava
con il calore colori della gioia
non sapevo di povertà
non sapevo di sifilide
non sapevo di multinazionali
sapevo di essere felice
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno
la strada saliva tortuosa
un chiosco di banane – pit stop -
anticipava la vista del Cristo
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre
ora capisco la congiunzione degli intenti
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto
il tempo aiuta a morire
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro
Grazie Marco. Ho portato di seguito, nel post, quanto ci hai scritto nel commento. Ti ringrazio per la disponibilità e mi auguro che resti tra noi. C’è bisogno di idee e di buoni occhi! fernirosso
Grazie, marco, per questo consistente quanto interessante assaggio del tuo libro. I’ll get the book, but, in the meantime, I’ll choose a couple of these to translate. rose
Grazie Rose.Grazie Marco.ferni
Grazie Rose, ok for the translation.
Un caro saluto
Marco
Sig. Saya, Molto belle queste liriche.
Sò che Luigi Metropoli si aggira tra le nebbie di Milano, forse a capire la città e le sue voci…
Saluti
spero che anche Luigi Metropoli si affacci a questa finestra sulla nebbia che,non solo a Milano, ma in troppi luoghi che non sono solo la pianura del PO, impediscono di vedere chiaro l’uomo. Grazie per la visita.fernirosso
Grazie William e Ferni, in effetti Luigi si dovrebbe aggirare tra le nebbie, spero di incrociarlo presto. ;-)
complimenti per il libro, i testi che hai portato arrivano immediati, frutto di una “serena” amara osservazione
elina
invocato, come da risonanze telluriche, appaio vocato, anzi vocativo. Oggi a Milano c’è neve, non nebbia e, sapete, per un meridionale sono stranezze entrambe ;)
Se ho ben inteso (stavolta staccato) quel William dovrebbe essere chillu piezz ‘e fetente d’o cumpagno mio! :D
Ad ogni modo, Marco, speriamo di vederci uno di questi giorni, compatibilmente con i nostri reciproci impegni (e con le turbolenze atmosferiche).
Grazie a Fernanda per l’ospitalità.
[...] Luigi Metropoli Il libro si legge quasi come un romanzo, è un’epica contemporanea della città di Milano (ridotta a larva ectoplasmatica di se stessa, fino ad un’invisibile ed impossibile città calviniana: Milania), un’epopea di un uomo che si aggira tra le sue strade e osserva i passeggeri dei tram, altri che si affrettano nei pressi di piazzale Lodi, altri ancora che freneticamente acquistano all’Esselunga. Si legge di una città che fatica a comprendere l’accoglienza, che si sorprende a vedere una donna col burka che attraversa una strada a braccetto con una signora elegante ed evidentemente appartenente ad una classe sociale elevata, che si concentra unicamente a produrre vuoto, affaccendata a guardarsi la punta delle scarpe. Nessun compiacimento, si diceva, e contestualmente nessun volontarismo ideologico. (vedi qui) [...]
[...] http://cartesensibili.wordpress.com/2008/12/28/situazione-temporanea-di-marco-saya-recensione-a-cura... [...]