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s e m i n a l i

s p a r g i m e n t i

sospensioni la parola

f a v o

l’assenza       i  suo(n)i evocati

invocabolati fantasmi    dei invocati    dentro la voce

spinta  in quel mare spenta mentre si immerge

nel niente

che chiamo

e il  cielo

mi sfugge

è scabro lo scavo

o s o

ciò che sta     alla foce

del nulla      la sposa

senza posa in quella ventosa  irrigua

inconsapevole verginità

vertigine  del   passo

del paesaggio

nella cadenza

mi illudo

mi illudo mi illudo

mi        illudo sempre

non c’è       continente

contenuto

contenibile

attingibile   in una

parola       mostruosa      cantilena

catena cantata

insaziabile fittizia

parola sondata

ondina sondina

nel ventre del vento

del tempo che inutile spargo senza piacimento

di vita di vento.

Francesco Balsamo-Dama innamorata (o della sua attesa)
2008

Spinta da un’amica mi sono messa sulle sue tracce ma, poiché non lo conoscevo, come un tempo ci allenavano a fare i nostri maestri, ho iniziato a ricercare le sue impronte. Anche noi, come qualunque altro essere che si muove, lasciamo segni del nostro movimento, del passaggio. Dunque: carta e matita, si fa per dire ( anche ” i mezzi” per scrivere evo-l-vo-no) ho preso nota e

Francesco  Balsamo è  nato  nel  1969  a  Catania,  dove  vive  e  lavora. Ha studiato all’Accademia  di  Belle  Arti  di  Brera  e  di  Catania, alla cui Università ha anche frequentato la  facoltà  di  Lettere. Svolge  l’attività  di  disegnatore  e  scrive  versi. È  tra  i  vincitori  del  premio  Eugenio  Montale  nel 2001 – Sezione  Inediti – con  Appendere l’ombra a un chiodo:  poesie  pubblicate  nell’antologia  dei   premiati,  edita  da Crocetti  nel  2002.
Nel  2002  riceve   il  premio  Sandro  Penna,  per l’inedito, con  Discorso  dell’albero alle  sue  foglie,  edito  da  Stamperia  dell’Arancio  nel  2003. Alcune  sue  poesie   sono  state  pubblicate  su più riviste:  Hortus (Grottammare 2004), I  racconti  di  Luvi (Palermo  2004), Poeti  e  poesia (Roma 2004);  e  su  antologie:  Ci  sono  ancora  le  lucciole (Milano  2004),  Centro MontaleVent’anni di poesia (Firenze  2001). Una  sua  raccolta  è  stata tradotta  in  finlandese nel  2004.
Impegnato  in  una  costante  ricerca  formale,  sperimenta  e  precisa  una  tecnica  pittorica  adeguata  ad  una  personale  misura  espressiva.  Partecipa,  nel 2003,  alla  mostra  collettiva  Per  Disegno,  presso  la  Galleria  Lo  Magno  di  Modica e a numerose altre.
Nel  2004  espone  alcuni  disegni  alla  libreria  Bibli  di  Roma  e  alla  Galleria  Andrea  Cefaly  di  Catania  prende  parte  ad  una  mostra  collettiva,  in  cui  sono  presenti  molti degli  artisti  del  Gruppo  di  Scicli.
Nel  2005  è  tra  i  selezionati  per  la  Biennale  Giovani  Talenti  Artistici  Catanesi,  nell’ambito  di  Etnafest.  Nello stesso  anno,  la  prima  personale  a  Catania,  presso  l’Accademia  di  Belle  Arti  e  Restauro  Abadir. Espone  due  opere  al  Castello  di  Donnafugata  di  Ragusa,  nella  collettiva  dedicata  alla  cinematografia   dei  fratelli  Taviani,  Kaos:  La  magnifica  visione. E  nello  stesso  anno,  un’altra  personale,  Il  bosco,  allestita  nel  chiosco  della  Pieve  di  San  Leonino  a  Panzano  in  Chianti.
È  poi presente  alla  collettiva  Visionari,  primitivi,  eccentrici – da  Alberto  Martini  a  Licini,  Ligabue,  Ontani,  il ‘900  fantastico  (della  pittura  e  della  scultura),  presso  la  Galleria  Civica  di  Palazzo  Loffredo  di  Potenza.

Francesco Balsamo-Gruppo di famiglia in un interno

Di rana in cigno
2008
-CHINA-TEMPERA E MATITA


Da Nessun Luogo Con Affetto.

Cita un verso di J. Broskij, Balsamo,  in venti opere in cui, con tecnica mista, attraversa interni quasi sempre borghesi, riccamente borghesi, calcando in essi un’impronta d’anima. Sembra che l’esterno, l’estro-messo in/da quelle stanze, antiche, con prepotente eleganza vi faccia ingresso per rimarcare un’origine o la fiaba da cui tutto, senza che noi sapessimo e senza che ancora ne si conosca oggi l’innesco, ha preso l’avvio. Non c’è ovvietà, semmai si produce un’inquietudine che domestica non è e nemmeno addomesticabile, se pur l’immagine sembra mantenere il controllo delle misure degli inserimenti. E l’uomo? Che fine ha fatto? Forse è proprio l’uomo che veste quei panni animaleschi, in un carne-vale in cui il corpo è la sostanza della visione profonda, che impressiona la nostra lastra interiore, interna.

Esotica abitudine 2008

Quando a Roma porta i versi di J.B.- “Da nessun luogo con affetto, addì martembre, caro egregia diletta, ma non importa chi, perché i tratti del volto, a dire il vero, non li ricordo più”, sembra proprio quella parte ultima del testo, NON RICORDO PIU’, a dare l’incipit a tutto il suo percorso . Non ricordare, partire ogni volta da un’altra parte, pur nello stesso luogo, che in fondo è principalmente se stesso, e poi l’altro, ma sempre l’uomo,volgendo il capo per  capo-volgere la mente e gli assunti, i riassunti che infantilmente, quasi, ci raccontiamo per addomesticare le nostre ansie più profonde. Fruga nei cassetti le memorie, proprio come si fa con le vecchie foto, sbiadite, che, magari per questo, riescono a dire di più, a mettere in viaggio non solo la memoria ma una folgorante intuizione, raggiungendo altre e  più lontane rive della  vita, dell’es-per-ire la vita, bruciati, come la foto, dal tempo, eros-i , allungandosi, come le ombre, fino all’altro che ci guarda, in una reciprocità di rimandi in cui ogni cosa non è mai per-fetta-mente realizzata, de -scritta, ma soggetta ad altre articolazioni.  Poesia è questo porsi, sporgersi senza opporsi, all’eccedenza dei sensi e del senso, che affiora, emerge spontaneo e istantaneo nell’attimo e poi si allarga, allagando i nostri emisferi di memoria, viaggio e viatico. Mondi cosmici, acute fratture della luce, sotterranee miniere di impronte, archeologie di emozioni. E tutto consapevoli che si tratta di illusione, un gioco a cui non possiamo esimerci di giocare sempre, comunque, anche quando pensiamo di usare mezzi di rara esattezza e pre-cisione tecno-logica. C’è qualcosa che sempre li supera, li evade, li nullifica. Il pastello e le chine, l’impatto della messa a fuoco foto-grafica, l’elaborazione litografica, l’acquarello, diventano un fittone che s’impinata e cresce arboreo e azzurro, alto, svettante in noi, ampliando il respiro della visione, l’angusta curvatura dell’occhio, sedi-mentando un altrove che scopriamo così prossimo e vicino da non averlo colto proprio per questa estrema prossimità. Ci si accorge che Nix, la notte, ha nidificato tra le nostre scapole e non ha mai smesso di proliferare e deporre le uova delle sue forme:  ombre gemelle che ci aiutano a scavare nel caos che ancora abitiamo o …ci abita, vestendoci d’immenso, solo in un grano, di luce es-terre-fatta.

Dama di lago (appesa a un filo)-2008

Da qui la    notte

nei suoi cartigli onnivori

annovera la morte

l’oscuro  immoto  che

trascorre

trascolora la vita

e

in una

essenza elementale

traccia profili

nuvole  e miasmi

acidi     (v)agiti

in corruttibili sembianze.

f.f- inedito

Noi eravamo

ed eravamo belli

prima

prima ancora di aprire la porta

e  annidarci in queste

diramazioni della vita

Noi

noi eravamo celesti

forme senza necessità di granai

senza bisogno nemmeno dei sogni

Noi non sognavamo

noi eravamo futuri

f.f- inedito

Riferimenti:

http://www.francescobalsamo.it/

Quando la parola si allen(t)a nei sol(ch)i delle palme e nelle tracce essenziali porta una sostanza che vive, allora, forse, quella è una parola d’arte, destinata a non esaurirsi in quache stagione di passione. Penso sia questo  il caso di Maria Lai, un’artista che vive l’opera(re) e non la rincorre come sorgente di successo.

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Le nitide letture di Zanzotto, sia quelle di qualche anno fa, sia l’ultima per       “L’Infedele”, sembrano non aver errato,  dirigendo lo sguardo, attraverso il paesaggio naturale e umano. L’ascolto di queste tracce e dell’intervista ,di Marco Paolini al poeta, offrono una chiave di partecipata presenza nella storia.

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Piove acqua del cielo e del mare. La sento. La sento soltanto, non la vedo perchè nulla è visibile da qui. Il mio occhio non oltrepassa il vetro. Nel cono di luce sopra la mia scrivania le pagine gli inchiostri le parole prendono vita. Se non altro per me. Conforta sentire il lavoro degli altri quando, continuativamente negli anni, tenacemente, generosamente, batte l’alfabeto come una creatura bella da cui attingere nutrimento. La bora spacca i vetri, avvertendo che la poesia non salva. Sì, non salva ma esiste. E nell’esistere illumina interiormente le vene, più che le tempie. Penso questo, mentre apro riapro il piccolo volume curato dall’amico Continua a leggere

Ancora non ti ho vista

non ho ricevuto lettere da te

Tu sei tante

altre

e non riesco a dividerti dall’insieme.

Cercare significa accerchiarti e mentre ti rincorro

è me, l’altra, che lascio nella gabbia.

Tu hai il mio stesso volto Continua a leggere

costruzione del labirinto cretese

Tra i molti simboli pervenuti dall’antichità quello  del labirinto è strettamente connesso con la Croce, poiché  la croce è la figura di partenza per tracciare un labirinto, e poiché entrambi ruotano attorno ad un centro.

Lo spazio, centrale, attorno cui  il labirinto si forma, è uno spazio sacro, ovvero vuoto, in cui avvengono passaggi misterici, inizi e/o iniziazioni. Continua a leggere

E’ disponibile il Bando di partecipazione all’ ottava edizione del Premio “David Maria Turoldo”. Le importanti novità previste per i partecipanti all’edizione di quest’anno sono:

a) La possibilità di inviare una nota di presentazione dei propri testi;

b) La possibilità di inserire la recitazione dei testi medesimi in formato audio o video, che la segreteria del premio si farà carico di convertire in formato MP3 se l’autore non lo sa fare da solo. La segreteria provvede anche al montaggio e alla conversione di formati video.

c) La possibilità di ricevere note critiche da parte dei lettori

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Obbligavo mia madre a leggere, più e più volte, il testo delle poesie che nonna mi regalava sapendo quanto piacere provavo ad ascoltarle e poi, a mia volte, ridirle a lei, che pendeva beatamente dalla mia bocca ingenuamente impertinente. Avevo quattro, cinque anni e  tiranneggiavo la mamma anche se non aveva molto tempo da dedicarmi. Solo la sera, prima di andare a letto, riuscivo a convincerla a dedicarmi più tempo. Davanti alla stufa, nel caldo della grande cucina di casa, ancora con il profumo del cibo appena consumato, inforcava gli occhiali e leggeva. Leggeva fino a quando crollavamo dal sonno, mentre pensavo che, anche nel sogno, lei continuasse a leggere visto che al mattino, quando mi svegliavo, sapevo a memoria le parole che doveva avermi deposto dentro, di notte, insieme ai grilli, molti allora che mi giravano in testa, che  mi cantavano  nella bocca. Così almeno mia madre diceva.

Ascoltare la poesia, non leggerla, è come ospitare la sua molteplice esistenza, quella del poeta che l’ha scritta, quella del lettore che la porge sporgendosi dal silenzio, quella propria di ospiti e anche quella del luogo che la con-tiene.

Ascoltare Luigi Bressan leggere le sue poesie, nella quiete di casa, è stato come ampliare lo spazio, costruendo una stanza ospitante comune, scaldata dalla parola senza artifico, senza enfasi e teatralità, come aprire la madia e condividere quanto la vita offre con semplicità maestra.

f.f. – 4 novembre 2009

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