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Freschissimo di stampa, ULONA di Edoardo Zuccato- Il Ponte del Sale Editore – Rovigo, 2010.

E’ un mondo in conclave, Ulona, un mondo che scorre, tra le porte di ogni parola come un salto, o una voragine, o un lievito nel pane da impastare, un fermento nel vino. C’è un’ostia, dentro quel mondo, che pare esistere, resistere oltre i margini di un altro, mondo dell’inciviltà, della barbarie, della fretta, della dispersione, dell’indifferenza che invece, contrariamente, sembra esitare ad approssimarsi al fiume, alla sorgente del fiume e alla terra in cui cresce come ne fosse una delle tante radici. Radicale qui è il dia-letto, un letto appunto, sulle labbra del padre e della madre, corpo anch’esso cresciuto all’interno della famiglia e famigliare dunque, non apparente parente. Un’acqua viva, che respira, come ogni corpo.  Qui tutto è corpo, ha un corpo. L’aria, che ti tocca è corpo. L’acqua, che naviga i confini, tra l’emisfero terrestre e quello celeste è un corpo. E il fiume è una donna, una donna gravida, che partorisce ogni volta una passione, corpo anch’essa e relazione, corpo a corpo con l’intero ogni volta, anche quando si fa brano, frammento. Tutto è pro-cessione, una pelle e un pellegrinaggio all’interno di quella più es-tesa pelle, fatta di paesi e bugie, parole scorticate, scheggiate dalla lingua, appese al chi-odo di tutte le eco. Sono parole – ombre vive, sono impronte lungo l’arco di un giorno soltanto perché la misura è solo una sezione, la prospetticità ha in sè un orizzonte di impropri, l’improprio  di ogni io che è un infinito punto da cui porsi a guardare, da cui incamminarsi per  guadare il fiume, ciascuno in sé, come se niente fosse mai oltre, al di là di una comune  sorgente e mai precipitasse in mare disperdendo l’oro della genesi.

Nota per i lettori: ho deciso di riportare la copia dei testi, scelti dal libro, per mostrare come  la parola del dialetto occupi il campo bianco del foglio e,  a margine, come i fossi lungo i campi, le legature delle traduzioni, sembrino gli alberi sotto cui si riposavano i mezzadri che lavoravano la terra, la terra che era degli altri, ma che essi seminavano  e accudivano con la loro fatica. I reperti, come quelli archeologici, hanno anch’essi un corpo che la luce, diversamente versandosi su di essi, nutre , filtra e fa vivere in una esposizione particolare, come fossero essi il corpo della voce che li ha pro-nunciati.

I testi scelti sono praticamente la sorgente, l’incipit della raccolta, con una sfalciata alla messe nel centro, una specie di ara, l’altare su cui sta un messale con un messaggio e la chiusa, come obolo,un bolo di pane duro,  da tenere in bocca come un sasso, come facevano un tempo coloro che balbettavano, per trovare la giusta battuta sul palato. Ma c’è un mondo, con pareti incise, qui dentro, che aspetta solo che qualcuno lo colga,  e ci sono  “stelle , che sono fatte anche loro di ore / povere vecchiette/ o altrimenti la nebbia, dove mi rigiro/ come fosse farina d’acqua…”.

f.f.- 9 febbraio 2010

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Da Ulona di Edoardo Zuccato.

PRIMA PART

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Andrè Beuchat- La maison blanche

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SEGONDA PART

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Andrè Beuchat- Paesaggio nunziale

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TERZA PART

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Andrè Beuchat- Osservatori

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QUARTA PART

Riferimenti:

Edoardo Zuccato è Professore Associato di letteratura inglese presso l’Università IULM di Milano, dove insegna dal 1991. Dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Milano (1987), ha conseguito un M.A. in Letteratura Inglese presso St Patrick’s College di Maynooth, Irlanda (1988), e il titolo di D.Phil. in Letteratura Inglese presso l’Università di York (1992).

È caporedattore della rivista Testo a fronte, e fa parte dell’Editorial Board della rivista Comparative Critical Studies (Edinburgh, UK).

Luigi Bressan,  componente del gruppo Il Ponte del Sale, ci ha proposto oggi frontespizio e segnalibro di due sillogi. Si tratta di poesie di Giuseppe Rosato. La nota sul piego di copertina fornisce alcuni brevi dati sull’autore. Giuseppe Rosato , nato a Lanciano nel 1932, ha insegnato lettere e lavorato nella Rai, nei servizi culturali e nei programmi. Ha condiretto le riviste “Dimensioni” (1958-1974) e “Questarte” (1977-1986). Ha pubblicato libri di versi (a incominciare da “L’acqua felice”, Schwarz, Milano, 1957) di narrativa, di prose brevi, di aforismi, oltre ad operine satiriche e parodistiche. Si è interessato di critica d’arte, dando alle stampe monografie su srtisti contemporanei. E’ autore anche di antologie per le scuole. Ha fondato con O.Giannangeli il premio nazionale di poesia dialettale “Lanciano-Mario Sansone”, è stato segretario generale del premio “Flaiano” (dal 1974 al 1993); ha vinto premi letterari, a partire dal “Carducci” di Pietrasanta, nel 1960.

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Apparso nella rivista Quadrimestrale di letteratura, filosofia e arte del blog collettivo letterario Viadellebelledonnequesto testo di Marina Raccanelli ha il pregio di non essere mai scontato. Soprattutto , l’autrice, ha il merito di riprendere tessere di un mosaico  a cui non si fa spesso riferimento, lasciando al caso, al fato, sotto la teca di una storia etichettata come tra-passata, quanto è sostanza viva di osservazioni  attualissime, di cui Marina rivive le tracce, riportando alla luce altri soli, punti di vista  che, come sezione sul piano tutto umano, non solo mito-logico, affrontano gravi problemi della società antica, rendendo ad essi  una prospettività che, in una omologia contemporanea, trova specchi ustori, poiché dimostrano che taluni mali non sono mai usciti di scena. Un’ intervista così, potrebbe essere anche l’intervista a molte dive del palco contemporaneo che, nella palude delle relazioni, spezzano legami e mostrano, al loro interno, quale sia il valore aggiunto oggi, specialmente quando appare chiara  la molla verso l’altro e questa è costituita da interessi diversi dai senti-menti.

Jarek Kubicki

Le interviste impossibili

Marina Raccanelli intervista Elena di Troia

D.“Signora, Regina, dea…come posso chiamarla? “

R.“Chiamami semplicemente Elena, Elena figlia di Zeus!…anzi, no, chiamami Principessa. Ti spiegherò dopo perché preferisco questo appellativo.” Continua a leggere

Una lettura: la recensione dell’ultimo libro di Luigi Di Ruscio, che da poco abbiamo festeggiato anche da queste carte per il suo compleanno, tratta da La Repubblica di oggi, cinque febbraio 2010.

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Oggi ottantenne, emigrato a Oslo, metalmeccanico per 37 anni: la sua prosa ricorda il rugby, una lingua che lotta e procede con passaggi all´indietro.

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Alla fine degli anni Ottanta, volevamo fuggire ventenni dal senso di asfissia per ciò che l´Italia rappresentava da quando eravamo nati. Un mio amico voleva andare in Norvegia per fare il magazziniere, vai lì, fai il magazziniere, e le tue cose. Il problema non era solo trovare lavoro, imparare il norvegese e le parole necessarie per lavorare in magazzino. Il problema principale erano le tue cose. Cosa volevamo diventare? Non lo sapevamo, l´unica cosa che avremmo dovuto fare ai quei tempi era scappare, ma non l´abbiamo fatto, ci siamo dispersi qui. Questa vecchia storia su Oslo mi è tornata in mente durante la lettura di Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, pagg. 317, euro 25, introduzione di Andrea Cortellessa, interventi di Emanuele Zinato e Angelo Ferracuti), un libro che è, contemporaneamente, romanzo, diario, affresco autobiografico, memoriale storico, testimonianza. Continua a leggere

Ama la poesia e ascolta la poesia, Federica Nightingale, la percepisce come un luogo senza limiti di spazio tempo legami, lacci che precludano l’andare, attraversando anche i luoghi meno accoglienti dell’essere, sia quello individuale che quello collettivo.Tra i testi inviatici ne ho scelti due e, volutamente, li ho intrecciati con due opere di un artista polacco surrealista, T. Setowski, di cui spesso ospitiamo  ”le visioni”. Scaturisce una frattura fertile, secondo me, da questo innesto e la drammaticità della parola, nel grottesco di quel colore assegnato alla vita, alla farsa comicamente tracciata del vivere odierno, assume connotati di una lucida sintesi critica su cui riflettere.

f.f.- 5 febbraio 2010

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T. Setowski

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Mi preme forzare
quell’ombra fuori dall’uscio
Sentirne scivolare via lo strascico
zoppo
E ritornare indietro nel pensarla Continua a leggere

Fukuyama interpreta nel suo più celebre saggio politico (1992) la storia dell’umanità come un unico processo di evoluzione, che termina alla fine del XX secolo. Un ulteriore sviluppo di questo processo, che va oltre al traguardo dello stato liberale e democratico è da escludere. I motivi di questa stagnazione evolutiva sono principalmente:

la scienza naturale e l’economia moderna;

l’emancipazione. Continua a leggere

Design Research

Hans Höger

È stato presentato il 15 ottobre alla Triennale di Milano, il volume Design Research, edito da Abitare Segesta e curato da Hans Höger, che raccoglie una serie di contributi sulla ricerca esposti durante il convegno omonimo organizzato dalla Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano. Per gentile concessione dell’autore ne anticipiamo l’introduzione.

Design research: aprire una disciplina a prospettive ed esigenze degli altri

1. Tematiche e obiettivi

La cultura di progetto assume da sempre un ruolo chiave nell’impresa di mettere in relazione la vita di singoli individui o gruppi di persone con il loro ambiente. Il design è per definizione una disciplina relazionale, inserita in settori operativi in cui le esigenze culturali, economiche e, soprattutto, quelle legate alla vita quotidiana s’intersecano e si sovrappongono a vicenda. Alla design research spetta il compito d’analizzare la funzione del processo creativo in questa complessa rete d’interazioni e, nel contempo, di rispondere adeguatamente alle sfide del futuro. Continua a leggere

«E io chiedo agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero di individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro eccessivo, alla demoralizzazione, all’infanzia perenne, alla più abietta ignoranza, alla disgrazia ineluttabile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco».
Almeida Garrett
(1799-1854)

Così scriveva A. Garret, ora è la volta di José Saramago.

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” Superior stabat lupus, longeque inferior agnus…”

Da quando l’ho imparata, questa favola di Fedro raccontataci dalla nostra insegnante di latino delle medie, non l’ho più scordata. L’ho mandata a memoria e si è sistemata profonda in me, come una sorgente che sempre fornisce l’acqua che disseta, ancora oggi non inquinata da alcun altro pensiero o scelta.

Diceva Fedro:

« Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.

Superior stabat lupus, longeque inferior agnus. Continua a leggere

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In-posto

il luogo

il segno  la scrittura

si fa l(‘)oro che in essi è gene

e genera un’altra

via   d’inpostura

in chi vive di frammenti

l’andare senza simmetria del cuore

assisi in un monologo Continua a leggere

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