Il Ponte del Sale: casa di Poesia

•22 Dicembre 2009 • 2 Commenti

Nella casa de Il Ponte del Sale l’ospitalità è un rito e Natale non dura solo un giorno ma è vivo  respiro di ogni poesia, poiché  è questo che la casa ospita. Regalare poesia diventa un gesto vitale. Rinnovando a tutti gli  AUGURI per un FELICE  NATALE, auguriamo anche, naturalmente, BUONA POESIA.

Davanti al fuoco lasciamo tracce, segni di scritture che sono in cammino verso questa casa. Dai testi, che saranno editi da Il Ponte del Sale nel 2010, vi lasciamo alcune anticipazioni.

Da MALIBORGHI- Luciano Caniato

Silvarum silvae

Retablo

(…)

Stazione prima dell’Orco-Po,

del verde congegnato in cieli

e drappi di fondali. Gregge

di nubi in ali, fremere di avi.

Rhodigium: guerra di me

col mondo e magico profondo.

(…)

Platani, gelo di foglie caduche

e l’infinito tedio del disarmante

inverno, eterno sul gran plico.

Lei risplendente Flora, aurora

in ricamato corpo abbandonava

il porto. Io senza lei morivo.

(…)

Dove Adigetto in vera pelle

di rane e stelle le indaffarate

rive con silenti ponti univa,

ora corso, gente e signoresse

macchine. Aria di fango an-

dato, di perse nasse e prato.

(…)

Autofocus

1

Belluno è un porto dove nes-

suna donna attende. Striature

no, proprio, solo pannelli

di silenzio infissi dall’abisso

al cielo con more di casuali

nubi sui comignoli. Scrigni

del cerchio in cui si schiuse

l’infanzia di mia madre pres-

soché scomparsi con qualche

residua ombra in Valbelluna

e l’acqua sua che inbruna la

corrente a un tramortito Piave.

2

Suona pure il plettro, Padova

sorniona, chiedi la carità

di qualche sguardo: giardini, mura,

fiume, panchine del diletto.

.

Io sarò in ritardo, tirerò

diritto, non guarderò nuvole

di Giotto, negozi dell’oblio,

strade dove il mio folle stare

.

senza dare ombra accumulò

penombra e rese buio. Suona

pure timpani ed orchestra con

.

le tue mani destre. Non cadrò

come mosca dentro la bottiglia.

Sarò saggio. Terrò dritta chiglia.

.

.

Da MISTRAL – Ida Vallerugo

THEO

Ma se Theo a rît il mont a rît.

Ma soul no vidût lui a rît

e sâlt a stà su la puârta a interdìsimi il siò paradîs

l’aria da prin atour e un pôc da esiliât.

Oh Theo! Cui spètitu Theo?

“Un salût matutìn dal mont i speti.”

Il mont al è se tu i tu rît, Theo.

“Na sotu muârta tu

se no vidùda i tu mi vuârdi rìdi?”

Al mont, o four, n’al èse compagn

se no vidût su di me i tu rît? Calmiti Theo

mai su di te i alciarài la lampada.

THEO

Ma se Theo ride il mondo ride.

Ma solo non visto lui ride

e saldo sta sulla porta a interdirmi il suo paradiso

l’aria da primo attore e un po’ da esiliato.

Oh Theo!  Chi aspetti Theo?

“Un saluto mattutino dal mondo aspetto.”

Il mondo c’è se tu sorridi, Theo.

“Non sei morta tu

se non vista mi guardi ridere?”

Al mondo, o fuori, non è uguale

se non visto su di me ridi? Calmati Theo

mai su di te io alzerò la lampada.

*

DENANT IL MONT

Inmò ’na volta mûsa a mûsa mont

e i volevi puartâti un frut di serra

ma encja tu i tu sò a mans vuèiti.

Ma forç i na ai i regâi iuscj par te mont

e forç nuia da me i tu si speti. E cuan mai spètitu

l’inutil tu? E cuan mai l’inutil par chest

si dane? Jò i ti ami mont ma di te i na mi curi.

E i si abraçarìn nò, e no fra i cavos

da la citât afondada o ta la memoria

di un lunc mistic unvièr

e no cun perauli muârti i si discorarìn

che cuan che un amant a discòr, l’âltri dut

a capìs e a ama e chel e no âltri a voul sintî.

E i na mi vuârdi ta la piel di muda

sul scjalìn dal tèmpli bandonât.

Nè in chê blancj gjari sot la luna.

DAVANTI AL MONDO

Ancora una volta faccia a faccia mondo

e volevo portarti un frutto di serra

ma anche tu sei a mani vuote.

Ma forse non ho i regali giusti per te mondo

e forse niente da me ti aspetti. E quando mai attendi

l’inutile tu? E quando mai l’inutile per questo

si dispera? Io ti amo mondo, ma di te non mi curo.

E ci abbracceremo noi, e non fra i cavi

della città affondata o nella memoria

di un lungo mistico inverno

e non con parole morte ci parleremo

che quando un amante parla, l’altro tutto

capisce e ama e quello e non altro vuole sentire.

E non mi guardo nella pelle di muta

sul gradino del tempio abbandonato.

Né in quelle bianche ghiaie sotto la luna.

.

.

Da BORDERTIME – Alberto Cappi

Bordertime: tempo di confine e confine del tempo. Nella nostra civiltà-limite sarà anche la città del tempo. Dalla coltre traforata del confine s’inabissano o risalgono i miti, le figure immaginarie che ora prendono parola e possono viverci accanto, quotidianamente agire con noi, dimorare, coabitare. Assieme: tra fumiganti cieli, terrorismo, paure, guerre, speranza, incerte tracce, nomi destinali, sacrificio. La poesia vuole esserne favola, musica, voce, racconto.

*

La paura traccia graffiti

sul muro del tempo. Passa

un taxi tra le umide radici

del ponte. –Ehi, mi porterai

al confine dove giocano gli

oracoli?-

Sera è bombardata di stelle.

Pioggia: acqua fine del canto.

*

La città è pietra focaia. Sole acciarino.

Nella tuta brucia l’infanzia d’un angelo.

Gli spari attraversano il suono di onda

in onda fino allo scalo d’erbe e sabbia.

Immagini attendono la sirena del grido.

Mi avvolge la vela bianca del cielo.

Avrò piume come stelle e segrete chiavi

e segni.

*

Dalla mano sinistra escono polveri

di farfalle, la destra è arnia e nido.

Dove sei rinata primavera? L’orizzonte

è gonfio di tramonti e una linea

singhiozza sullo schermo. Le torri di

ghiaccio scendono alle vie e strani

accenti martellano le lingue. Nei

negozi si vendono parole, ardenti

semi del pensiero.

.

.

Da ULONA -  Edoardo Zuccato

Ulona

Da nàss e da murì mi sun mai stracch,

l’é ’l mè misté e sun faj inscì; in tera

vegni al mond e vó a finì in dul mar, opür

nassi in dul mar e möri in daa tera

segond ’ma la ma gìa, e l’é mai finî.

N’ho vist da sacch e tocch, ho vist di esser

da tütt i qualità, ch’hin vignüü chì

da mi cuj pé e la bóca a cercà l’acqua

daa vita, temé i piant cuj sò radis

e pö ’l müsón di bèsti brütt da sangh

e d’erba, i pé cun sü ’n cròcch valt ’na spana

di òmann primitiv, i röj di câr

e i cuturni di suldâ, la bucàscia

di stablimént cun ’doss ul mâ daa lüdria,

chichinscì han lavâ via tücc ul vonc

e mai che mi gh’ho dî da no a nissön.

Se i gent in strâ i pararànn piscinìtt

pensé che mi sun sempar giùin e vedi

ul mond da sota e passi in da par tütt,

in dul mè lett e quel di gent, ul fìdigh

e i büsècch da chi ca pâr ’n’umbrìa dul gnent.

La mè storia l’é la storia dul mond

e cumincià la cumencia dul scür

Ulona

Di nascere e morire non sono mai stanco, / è il mio mestiere e sono fatta così; in terra / nasco e vado a finire nel mare, oppure / nasco in mare e muoio nella terra / secondo come mi aggrada, e non è mai finita. / Ne ho viste di tutti colori, ho visto esseri / di ogni tipo, che sono venuti qui / da me con i piedi e la bocca a cercare l’acqua / della vita, come le piante con le loro radici / e poi il muso degli animali imbrattato di sangue / e d’erba, i piedi con una spanna di sporco / degli uomini primitivi, le ruote dei carri / e gli stivali dei soldati, la bocca enorme / degli stabilimenti con una fame insaziabile, / qui hanno lavato via tutti la sporcizia / e mai che io abbia detto di no a qualcuno. / Se per strada le persone vi parranno piccole / pensate che io sono sempre giovane e vedo / il mondo dal basso e passo dappertutto, / nel mio letto e in quello della gente, il fegato / e le viscere di chi sembra l’ombra del niente. / La mia storia è la storia del mondo / e per cominciare comincia dal buio //

*

Ul bram

a sveglia, i stej

ch’hin faj an’ lur da ur, qui por vegitt,

o sa da no a nèbia, in dua ma trüsi den’

’me fiss farìna d’acqua

e dopu pizi i flurescent

ca sbianca quela bianca da furmént

ammó püssé parché ga vör pascenza

e da bun’ua par fà i robb semplici,

ul pan in dul prestén, a lüna, ul vent

che ’dess gh’é vignüü sü e ’l fa barbelà i cartej

e chi ch’ha da tiàss in lecc ammó e hin in gir,

i slàndar, i strüsón, i crabignér

e j omm dul rüd

Il bram

la sveglia, le stelle /che sono fatte anche loro di ore, povere vecchiette, / o altrimenti la nebbia, dove mi rigiro / come fosse farina d’acqua / e dopo accendo i neon / che sbiancano quella bianca di frumento / ancora di più perché ci vuole pazienza / e l’alba per fare le cose semplici, / il pane nel forno, la luna, il vento / che adesso s’è alzato e fa tremare i cartelli / e chi deve ancora andare a letto ed è in giro, / le donnacce, i perditempo, i carabinieri / e i netturbini //

Per ascoltare tutte le voci che vengono a fare casa presso Il Ponte del Sale, o se volete regalare questa opportunità a qualche amico, o parente, ricordo che basta associarsi. Troverete al link indicato tutte le indicazioni e le notizie relative alla casa editrice e ai testi. Scriveteci,saremo lieti di conoscervi!

http://cartesensibili.wordpress.com/2009/12/09/perche-e-come-diventare-socio-de-il-ponte-del-sale/


Natale 2009- E ancora si fa festa

•20 Dicembre 2009 • 2 Commenti

Henri Rousseau-Per festeggiare il bambino

si festeggia il bambino

ci si guarda in prospettiva.

C’è un Natale ad ogni porta

come a dire che si nasce      tutti      insieme      dentro la stessa casa

e almeno una volta l’anno lo si fa alla stessa ora

tutti  alla stessa soglia della notte

perchè per tutti la vita è oscura

e ripida viene un’altra giornata

con carichi e imprevisti

che ci fanno invecchiare fino al prossimo segnale

la cometa comune

che ci brilla dentro un desiderio

che ci apre il sipario di un nuovo cammino.

CARTESENSIBILI e IL PONTE del SALE AUGURANO A TUTTI UN BUON NATALE e, dentro l’augurio, mettiamo la speranza, tutta quella che serve, tutta quella che abbiamo cercato e ancora cerchiamo, ovunque ci sia qualcuno in cammino verso l’altro.


VIOLA AMARELLI- Trittico Debord

•19 Dicembre 2009 • 3 Commenti

Canzoniere di sonno e di stupore – presentazione di Marco Munaro

•17 Dicembre 2009 • 2 Commenti

Valdimir Pajevic- La porta dei sogni nascosti


A MANTOVA, presso il Circolo Unificato dell’Esercito di Mantova, Corso Vittorio Emanuele 35, il giorno 19 dicembre 2009, alle ore 16.00, si terrà la presentazione dell’ultima acrobazia di Gianfranco Maretti Tregiardini. Spazio di suoni, voci,  luci, colori, canzoni, frecce, trecce, aromi e  umori,  il libro è il luogo di liquidi passaggi,  segreti e greti della storia, delle tante partiture di uno spar(t)ito, mondo che s’innesta in ciascuno e ci sfila dal corpo un’emozione, anima noi che, abituati a viverne a bizzeffe, quasi non vediamo, non ascoltiamo, non sentiamo che un sommario, o la superfice di quel mondo.  Il poeta invece è lì, pronto, a raccogliere nella retìna della sua osservazione ogni movimento, a raccogliere nella conchiglia della chiocciola ogni alito di vento, e-mette la parola tra i segni di quel mondo che,  naturale,  si fa noi, senza che noi ce ne si renda conto. Continua a leggere ‘Canzoniere di sonno e di stupore – presentazione di Marco Munaro’

Dino Coltro- Sloti de tera

•16 Dicembre 2009 • 1 Commento

Sta bassa la parola, rasenta la terra sul filo dell’acqua, conta il riso e l’amaro del tempo che passa, canta le storie di tutti quelli che l’hanno vissuta, ma sono grani, semi che vanno oltre. Anche Dino Coltro è scomparso quest’anno. E sono molti  gli autori, i poeti che ci hanno lasciato. Coltro era una specie di monumento vivente della storia della civiltà, della cultura contadina veneta. I suoi libri,  le raccolte di poesie, i lunari o i proverbi, i tanti testi teatrali, sono tutti un  vivo tramandare la vita dei campi Continua a leggere ‘Dino Coltro- Sloti de tera’

De-formata

•15 Dicembre 2009 • 7 Commenti

parola

acrostico che s’intreccia

tra la vita e il buio

oscurità in cui siamo nati     o       s b r a n a t i

comunque sempre    immersi       catturati

come batteri o insetti Continua a leggere ‘De-formata’

Enrico Cerquiglini – “Cominciarono a nutrirsi di odio …”

•14 Dicembre 2009 • Lascia un Commento

Alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo, come se si trattasse di uno dei molteplici attentati che la storia racconta e hanno fatto cambiare rotta  a molte nazioni, questo testo, letto con le lenti della mente aperta, porta a galla delle questioni da appuntare alla nostra attenzione e da non dimenticare per strada.

Cominciarono a nutrirsi di odio e terra strappata ai disperati
attizzando pecore alla bisogna addestrate famelici ovini
non previsti da Dante, non intravisti nelle notti brumose e lunari,
e nave su nave, grano su grano eressero templi e scavarono
fosse comuni. Il volto corrugato dei bestemmiatori ubriachi Continua a leggere ‘Enrico Cerquiglini – “Cominciarono a nutrirsi di odio …”’

William Shakespeare’s Sonnets-a cura di Manfred Pfister e Jürgen Gutsch

•12 Dicembre 2009 • 2 Commenti

William Shakespeare Sonnet LXXIII

That time of year thou mayst in me behold
When yellow leaves, or none, or few, do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruin’d choirs, where late the sweet birds sang.
In me thou seest the twilight of such day
As after sunset fadeth in the west,
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.
(…)
This thou perceivest, which makes thy love more strong,
To love that well which thou must leave ere long. Continua a leggere ‘William Shakespeare’s Sonnets-a cura di Manfred Pfister e Jürgen Gutsch’

Il vuoto- fernanda ferraresso

•12 Dicembre 2009 • 8 Commenti

Da POETI – Foglio numero due (dic 09)-a cura di Anna Maria Farabbi- L’ustione nella poesia.

Il vuoto

Mi chiedi dell’ustione e ti rispondo direttamente. Chi brucia non ha molte parole e quelle che ha sono secche, addirittura aride, forse anche incomprensibili, si confondono, si fondono con il corpo.

“Mi corico dentro la morte. La mia notte è un pozzo profondissimo. Niente sogni. Niente segni. Un buio senza sosta. Mi alzo per volontà di (r)esistere. Non ho luoghi dentro me, solo deserto, senza confini. Anche il cielo, dentro la testa, è senza stelle. In quella claustrofobia, una fitta sabbia, un corpo nel mio mi preme il respiro. Vivo, vuole che anche io viva. Mi conficca il giorno, una brace nella carne, un battito e un fuoco in gola. Estirpa il buio, lo interra, lo frantuma, lo rende friabile, fertile. Di pane il corpo e d’acqua la voce, commestibilità di un nuovo giorno. E  torna a mangiarmi la vita, a scorrermi dentro come da un secchio calato nell’origine, come se anch’io, dopo l’incendio dentro il buio della notte, fossi tornata intera, e in terra un’alba.”

Questa apertura è una crepa, Continua a leggere ‘Il vuoto- fernanda ferraresso’

Vicino al fuoco nella grande cucina

•11 Dicembre 2009 • 2 Commenti

la tavola apparecchiata non aveva alcun segno, nessuna traccia che qualcuno si fosse seduto e avesse consumato qualcosa. Le candele continuavano a bruciare come fossero state accese solo qualche istante prima, mentre era chiaro, e paradossalmente si percepiva come un oscuro presagio, che stavano bruciando da molto, moltissimo tempo. Ponendo attenzione ai dettagli si sentiva, sì, si sentiva chiaramente che qualcosa , di cui si toccava quasi la  forte presenza, si aggirava nei pressi del camino. Si sarebbe potuto sostenere che là, come se non fosse trascorso nemmeno un attimo, ci fosse qualcuno e aveva abiti che odoravano di vento, di gelido vento del nord e una furia gli doveva premere in corpo Continua a leggere ‘Vicino al fuoco nella grande cucina’